, 25 Novembre 2023

Quando Maradona sbarcò a Rosario


I 5 pazzi mesi del Diez in maglia del Newell's Old Boys.

Delle tante doti che attribuite a Diego Armando Maradona, quella più sorprendente di tutte – secondo me – è una capacità dai contorni sovrannaturali di dilatare e giocare col tempo. Senza controllare la pagina Wikipedia quasi nessuno potrebbe dire per quanto Maradona abbia calcato i campi da gioco professionistici: per tanti la carriera di Maradona è stata un lampo che ha rivoluzionato il calcio, non solo quello giocato; per molti altri, i vent’anni in cui El Diez ha manifestato la grandezza sui prati di mezzo mondo sono stati una tappa segnante di vita nella quale potersi rifugiare ogni tanto, cercando di riavvolgere il tempo.

Anche per chi non lo ha vissuto, Maradona ha rappresentato una parte preponderate di vita – almeno di quella calcistica – per il semplice fatto di essere così totalizzante e così più degli altri: più forte di tutti ma anche più fragile; il più divino ma anche il più umano; capace di spingersi dove nessun atleta aveva mai pensato di arrivare ma incatenato anche alla sua naturale fallibilità; così perfetto in campo quanto fragile fuori, quindi così meritevole della nostra ammirazione declinata, con l'affievolirsi dei riflettori, in affetto e compassione. Per questo gioco di contrasti Maradona è anche una cartina di tornasole perfetta per capire l’Argentina e le sue contraddizioni: non è un caso che quando decide di tornare in patria, nel 1993, sceglie Rosario, città intrisa di simboli di argentinità

I primi anni Novanta Maradona li vive su una montagna russa: dall’essere Dio e idolo per una città al quale ha appena consegnato il suo secondo scudetto a nemico, mentre quella stessa città fischia l’inno argentino a Italia 90; dopo aver toccato – di nuovo – il cielo con un dito cade nel baratro della squalifica di 15 mesi che la FIFA impone dopo averlo trovato positivo alla cocaina. È segnato, nel fisico e nello spirito, da prove, spesso autoimposte, che lo chiamano a dimostrarsi il più grande calciatore del mondo anche se l’uomo sta precipitando sempre più in basso. Dopo 1 anno e 3 mesi Maradona vuole ricominciare da una piazza “contro”, nel senso più positivo del termine: Siviglia.

El Diez è sempre stato perfetto quando doveva schierarsi con Davide piuttosto che con Golia. Fatta eccezione per il Boca, Maradona si è consacrato a leggenda partendo sempre da outsider: Argentinos Juniors, Napoli e Nazionale, dove ha vinto con una delle squadre peggiori che si possano ricordare. Il Siviglia, che pure è la prima squadra della città - il Betis è in Segunda - è perfetto: è persino allenato da Carlos Bilardo, che con Maradona aveva vinto in Messico sei anni prima. El Narigón spinge Diego a scegliere la città andalusa, ma sarà anche il motivo principale per cui El Diez la lascia dopo appena una stagione.

La goccia che fa traboccare il vaso è la partita contro il Burgos: Bilardo chiede a Maradona di infiltrarsi per riuscire a giocare tutti e 90 i minuti ma lo sostituisce prima della fine. Diego getta a terra la fascia e uscendo urla “La puta que te parió”: dopo una breve sosta negli spogliatoi, abbandona lo stadio ancor prima che la partita finisca. Maradona – rimasto senza squadra – deve, per l’ennesima volta, reinventarsi. 

Maradona esulta con la maglia del Siviglia

Come in un poema greco, l’eroe caduto in disgrazia riesce a rialzarsi grazie a una buona dose di fortuna e a un momento storico favorevole. Maradona lascia la Spagna con l’inizio delle qualificazioni per il mondiale che si sarebbe disputato l’anno successivo negli Stati Uniti. La nazionale, in mano ad Alfio Basile, sta cercando di ripensarsi tramite anche un drastico cambio generazionale. L’albiceleste non ha problemi con gli avversari del girone – all’epoca le nazionali sudamericane venivano divise in due raggruppamenti – ma perde in entrambi i confronti con la Colombia. Se a Barranquilla il 2-1 poteva essere accettabile il risultato del Monumental è catastrofico: un 5-0 per i colombiani che umilia l’Argentina e la inchioda a tutta la sua mediocrità. Maradona è in tribuna e i tifosi, con il passare dei minuti, aumentano sempre di più i cori a lui dedicati.

L’Argentina è condannata al purgatorio dello spareggio contro l'Australia. A Julio Grondona, presidente dell’AFA, viene il colpo di genio: riportare Maradona nel campionato argentino, per dargli la possibilità di arrivare allo spareggio – e poi al mondiale – nelle migliori condizioni possibile. 

Grondona non è invero il primo a pensare di ripotare a casa Diego: viene anticipato da Carlos Vicente Avila e Luis Nofal, fondatori dell’emittente televisiva Torneo y Competencias. I due imprenditori pensano di investire massicciamente per garantire un contratto a Maradona con l’Argentinos Juniors, in quella stagione “delocalizzato” a Mendoza per attrarre pubblico televisivo dall’interior. Il potenziale dell’operazione è mastodontico per il calcio argentino: altre due squadre si inseriscono per strappare Maradona al Bicho: il San Lorenzo – che non ha un chance – e il Newell’s Old Boys.

La Lepra in quel momento è presieduta da Walter Cattaneo che, come Grondona, pensa che il campionato argentino – in particolare Rosario – siano il posto adatto per rimettere in sesto Diego in vista dei mondiali. Insieme a Ricardo Giusti, l’allenatore Jorge “Indio” Solari si precipita nella casa di Diego a Buenos Aires, dove è atteso dal procuratore Carlos Franchi che lo attende per firmare il contratto. Cattaneo non ha i soldi necessari per permettersi Maradona ma è in parola con Avila e Nofal: i due sarebbero disposti a dirottare il loro investimento dall’Argentinos al Newell’s. 

Maradona viene lanciato in aria dai compagni del Newell's Old Boys.

Diego arriva a Rosario su un aereo privato, indossando un completo celeste ed una camicia multicolore, abbronzato e coi capelli corti. Ad accoglierlo è Cattaneo, che gli porge un mazzo di fiori e gli indica i tifosi arrampicati sul tetto. “Diego! Diego!”, il sottofondo assordante. Le prime ore rosarine di Maradona mettono però a nudo tutta l’impreparazione della città e della squadra per accogliere – e in seguito convivere – con un fenomeno così mediaticamente ingombrante.

Il giorno della presentazione la città è completamente paralizzata, alcune scuole chiudono addirittura prima, lo stadio straborda di gente. Come all’aeroporto, alcuni tifosi si arrampicano fino sul tetto e sui tralicci per essere testimoni di quello che fino a due settimane prima sembrava impensabile.

Diego si presenta in campo in forma impeccabile, indossando la divisa da allenamento – felpa, pantaloncini, calzettoni e Puma nere. Per la successiva ora incolla lo sguardo dei 10000 su di lui restituendo quel miscuglio di talento, carisma e classe. Finito l’allenamento può avere luogo la presentazione vera e propria. Primo problema: il Newell’s non ha un edificio abbastanza grande per ospitare tutti i giornalisti accreditati che, quindi, vengono stipati nella palestra del club. Maradona e Cattaneo ratificano il patto che era stato siglato a Buenos Aires, Diego può finalmente indossare la maglia del Newell’s. Si sfila la camicia indossata sull'aereo e indossa la maglia rossonera del Ñuls, sorridendo ai fotografi e girandosi di spalle per mostrare il numero. El Diez, ovviamente. 

La prima partita è un’amichevole con l’Emelec. Il prepartita è il vero ricevimento dell’eroe che torna in patria. Maradona scende in campo – tappezzato di bandiere rossonere - con Dalma e Giannina per mano: sembra riavvolgere il nastro a circa dieci anni prima, quando aveva catturato uno stadio interno pronunciando poche parole e facendo qualche palleggio. Sembra tornato a Napoli, forse anche lui pensa davvero di poter essere ancora determinante come nel 1984. In questi istanti si sente invincibile: si muove benissimo per tutto il fronte d’attacco e chiede spesso palla, vendendolo muoversi si ha la sensazione che sia fatto di schiuma tanto è inafferrabile per gli avversari e leggero nel toccare la palla.

Al minuto 67 parte in diagonale, taglia il campo e, arrivato al limite dell’area, fa partite un destro, neanche troppo potente, con un effetto che prende alla sprovvista il portiere per l’1-0 (sarà il risultato definitivo, ndr). Sarà il suo unico gol con la maglia della Lepra ma, in quel momento, tanti hanno la sensazione che possa essere il battesimo della nuova vita, l’ennesima, del Diez. Tra questi, anche un giovane Leo Messi, che osserva il tutto dalla tribuna centrale. 

Diego si getta subito nella mischia del campionato argentino. L'’inizio fa ben sperare: nonostante il 3-1 subito ad Avellaneda contro l’Independiente – allenato dal suo ex compagno Miguel Brindisi – Diego fa un assist e sfiora un gol clamoroso di rabona, calciando senza angolo dalla linea di fondo, e viene acclamato migliore in campo. In questa prima uscita traspare quale sia il grande equivoco che condiziona le sette partite di Maradona in maglia Ñuls.

A differenza di quanto successo a Napoli e in nazionale, dove Diego è una forza che riesce ad esaltare un gruppo spesso mediocre, qui la sua presenza sembra sortire l’effetto opposto. Come se, dopo il suo arrivo, il gruppo – buono e compatto – sparisse, sciogliendosi nel nulla. Diego si trova quindi non più a essere l’entità capace di sopperire alle mancanze collettive con il talento ma a doversi fare gruppo da solo. Maradona è ancora Maradona, soltanto manca tutto il contesto intorno. 

In una situazione del genere, a farne le spese è Solari, sostituito con Jorge Castelli, ex allenatore del San Lorenzo che aveva osteggiato l’arrivo di Maradona a Boedo e poi chiamato dai vertici del club per operare uno svecchiamento della rosa. Le differenze fra Castelli – maniacale nella preparazione fisica – e Maradona – che non fa della disciplina la sua tazza di mate – sono inconciliabili: la rottura avviene subito dopo l’amichevole con il Vasco Da Gama nel gennaio 1994.

I primi di febbraio Maradona diserta gli allenamenti e sparisce per qualche giorno, per poi riapparire magicamente in una villa a Moreno (nella provincia di Buenos Aires) da dove sparerà, con una pistola ad aria compressa, ad alcuni giornalisti che lo importunano. Cattaneo, venuto a conoscenza della diserzione e della notizia, decide di rescindere unilateralmente il contratto e di cancellare le 10 amichevoli garantite agli sponsor, spezzando il sogno rossonero dopo appena cinque mesi. 

Maradona non ha mai rilasciato dichiarazioni in merito a come sia finita la sua storia con il Newell’s. Molti sostengono che abbia abbandonato la Lepra una volta intuito che avrebbe dovuto, ancora una volta, farsi scudo dei problemi di tutti, immolarsi per una causa che non sentiva sua. Eppure, non rimpiangerà mai l’aver giocato così poche partite a Rosario. Come avrebbe sostenuto in un’intervista con la TV ufficiale del Newell’s: “Con una donna puoi passare venti ore senza che succeda niente, con un’altra venti minuti e sperimentare tutto il possibile.”

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni

Newsletter

Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu