Idda
, 24 Novembre 2023

Calcio e militanza, intervista a Riccardo Idda


Una chiacchierata sui generis con il difensore della Torres.

Nell'epoca moderna, il calcio - specie quello italiano - ha vissuto un percorso di disimpegno politico progressivamente sempre più marcato. Sembra distante secoli l'era dei vari Paolo Sollier o Jürgen Sparwasser, calciatori in campo e uomini di una certa sensibilità al di fuori di esso. Lontano dai riflettori, però, emergono ancora atleti con un certo interesse per le dinamiche extra-campo, coinvolti in percorsi di formazione socio-politica. Questo è il caso di Riccardo Idda, difensore centrale della Torres con oltre 15 anni di esperienza tra Serie C e Serie B, che in passato ha indossato le maglie di Virtus Francavilla, Cosenza, Casertana e Brindisi, tra le altre. Idda non ha mai nascosto la sua fede comunista, partecipando a diverse iniziative di carattere sociale, soprattutto durante l'esperienza di Cosenza, quando ha spesso collaborato con l'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) locale.

Lo abbiamo contattato per chiacchierare con lui del rapporto tra calcio e politica, di sport e salute mentale, dei suoi trascorsi a Cosenza, di Socrates e tanto altro.

Ciao Riccardo, come stai?

Bene. Ho ripreso integralmente gli allenamenti (è reduce da una frattura alla mano con conseguente operazione, nda) e da domenica sarò disponibile, anche se nel frattempo mi sono quasi sempre allenato, essendo un problema localizzato.

Come ti sei infortunato?

Sono caduto e ho poggiato il dito dritto a terra, come se si fosse insaccato, e così facendo mi sono rotto il metacarpo.

Quest'estate sei tornato a giocare nella tua Sardegna dopo dieci anni, in particolare nella Torres, dove avevi già giocato dal 2011 al 2013. Cosa rappresenta per te questo ritorno e che legame hai con la Sardegna?

Tutti i sardi sono molto legati alla loro terra. Sono tornato qui perché dieci anni fa mi era stata tolta la possibilità di giocare nei professionisti con la Torres, che è sempre stato un mio desiderio. Da quando sono andato via, comunque, ho sempre avuto questo pensiero, speravo di poter tornare a giocare in Sardegna nel professionismo; appena si è presentata l'occasione non ho avuto dubbi. Dall'anno scorso eravamo spesso in contatto con il direttore, poi alla fine non si era concretizzata la trattativa. Infine quest'anno c'è stata la possibilità e abbiamo trovato l'accordo veramente in un minuto, perché era desiderio sia loro che sia mio che tornassi a Sassari.

Con la Torres state sorprendendo tutti, grazie ad una partenza ottima (1° posto in classifica nel Girone B di Serie C, nda). Come nascono squadre di questo tipo e che tipo di consapevolezza e ambizione si stanno creando in spogliatoio?

Nascono dal ritiro, cercando di fare gruppo e compattandosi il più possibile, dai piccoli gesti, dall'adattarsi a qualsiasi tipo di situazione che si presenta. Mi ricorda un po' la Torres di 10 anni fa, lì dove siamo partiti senza nessuna pretesa e poi alla fine siamo riusciti a vincere il campionato. Quando vai così bene è chiaro che poi si inizia un po' ad ambire a qualcosa di più rispetto a quello che era nei programmi e anche nello spogliatoio. Però ti dico la verità: questo è uno spogliatoio che sta tranquillo, che non fa il passo più lungo della gamba. In questo momento ragioniamo partita dopo partita. Chiaramente andiamo avanti, ma è ancora presto per trarre delle conclusioni. Noi siamo abbastanza realisti, man mano che si andrà avanti vedremo.

Idda
Copyright: Foto Alessandro Sanna (Press office Torres Sassari)
La Torres ha alle spalle una proprietà giovane ma intraprendente e moderna. In quali aspetti la Torres si distingue dal punto di vista societario? Pensi che ci siano le potenzialità per puntare in alto e poi stabilizzarsi?

Io penso di sì, perché pian piano, senza strafare, stanno cercando di trovare un giusto equilibrio sia a livello societario che a livello economico. Come ho detto prima, senza fare il passo più lungo della gamba, step by step. Sono ragazzi giovani che ci tengono, sono molto attaccati anche loro alla città di Sassari. Stanno facendo le cose per bene. Sicuramente la loro ambizione e la nostra è quella di salire di categoria e penso che non ci siano problemi anche per loro in questo. Insomma, sarà una cosa molto facile farlo.

Negli anni ti sei distinto come un calciatore con una coscienza sociale e politica rilevante. Da cosa nasce il tuo interesse per questi temi e come l'hai alimentato?

Nasce perché mio padre è sempre stato in politica, lo è tutt'ora. Le mie idee si sono formate leggendo e seguendo lui. Mi tengo informato sulla situazione politica che c'è in Italia e a livello mondiale. Guardo un po' tutto.

Quella del "calciatore militante" è una definizione che ti piace?

Sì, assolutamente.

Hai seguito il caso di Anwar El Ghazi, calciatore del Mainz licenziato per aver espresso il proprio sostegno alla causa palestinese?

Sì, lo leggevo proprio l'altro giorno, ho visto che purtroppo è rimasto senza squadra dopo essersi esposto. Da questo punto di vista nel calcio siamo un po' indietro. Siamo delle persone abbastanza rilevanti per gli altri: possiamo dire la nostra, ed entrare in contatto con tante persone, perché la gente ormai ci conosce abbastanza; magari per noi di meno, però a quei livelli sicuramente molto di più. Penso che sia anche abbastanza ingiusto quello che gli sia successo, perché esporsi in determinato modo e non venire più preso in considerazione dalla squadra mi sembra un po' una sconfitta. Dovremmo far sì che si possa dire il nostro pensiero senza problemi secondo me. Deve essere giusto così, una libera espressione.

Il rapporto tra calcio e politica, proprio in virtù anche di questo esempio ma anche con tanti esempi di sportwashing, è un binomio potentissimo. Ma tra calciatori e politica, invece? Ti è mai capitato di scambiare idee o pareri non solo in un ambito politico, ma anche gusti musicali o letterali con i tuoi compagni di squadra, sia nell'assemblea dello spogliatoio ma anche in privato individualmente?

Diciamo che è un po' difficile trovare persone nel mondo del calcio con cui poter scambiare idee. Purtroppo sono ancora poche le persone che si informano su questi fatti, su tematiche musicali o su quello che succede magari nella politica italiana. Però sì, mi è capitato e con qualcuno c'è stato il modo di intraprendere un discorso.

Un esempio storico di rapporto tra calcio e politica è quello della Democracia Corinthiana, sviluppato da Socrates e Wladimir nel Corinthians. Ritieni che in quel caso sia stato possibile più per la potenza del messaggio o più per il ruolo carismatico di Socrates?

Credo per entrambi i motivi. Il messaggio era molto forte, il ruolo e lo spessore di Socrates hanno contribuito a dare ancor più potenza al tutto.

Ad ottobre, in occasione del caso scommesse, si è parlato molto del tempo libero dei giocatori e di come questo spesso sia vacuo e soprattutto calciatori di categorie superiori vivano in una bolla che li distacca quasi dal mondo circostante. Che ruolo può avere proprio lo sviluppo di un impegno civico, sociale e culturale per evadere da questa routine e per conoscere il mondo oltre il calcio?

Sicuramente è importante, perché potrebbe togliere da queste distrazioni o semplicemente far capire che sono cose che non vanno fatte, perché penso che sia, permettimelo, un po' di ignoranza a far sì che succedano queste cose. Penso che informandoti vivi in maniera diversa il tempo, non pensi sempre e solo al calcio, ma anche a qualcos'altro, ti prepari magari anche per il futuro extra-calcio, quando si smetterà di giocare, perché sappiamo che sono pochi calciatori che poi riescono a vivere di rendita dal calcio, quindi informarsi un po' su tutto ti porta a non commettere queste cose e a pensare a quello che stai facendo. Facciamo uno sport bello, che ci piace, che richiede poco tempo e ti fa vivere bene, perché comunque i guadagni sono elevati e sicuramente ti apre un mondo e ti apre la mente per far sì che quello che è successo non si verifichi.

Questo caso ha riguardato calciatori che militano in campionati di élite. Credi che per calciatori che giocano in categorie minori questo distacco dalla realtà sia minore o pensi dipenda dalla sensibilità del singolo?

Penso che dipenda dalla sensibilità del singolo e che ci siano anche nelle categorie inferiori questo tipo di persone. Magari non c'è questo clamore mediatico perché parliamo di cifre diverse, però credo questo distacco ci sia.

Hai militato per diversi anni nel Cosenza che ha una delle tifoserie più attive e schierate in Italia dal punto di vista politico. Ti è mai capitato di avere la possibilità di condividere idee anche extra-calcistiche con i tifosi cosentini?

Sì, mi è capito di chiacchierare su questi temi. Trovandoti tanto tempo in città finisci anche per fare amicizie e creare rapporti con i tifosi; una volta che hanno capito chi ero, c'è stata la possibilità di interagire anche oltre il calcio. Ho dato il mio supporto all'associazione La Terra di Piero, che si occupa principalmente di aiutare i più bisognosi. Fa molti progetti in Africa, dove costruisce dei pozzi, delle scuole e dei parchi inclusivi per i bambini disabili. Ci sono tanti tifosi che ne fanno parte: con loro si è creato un rapporto speciale e si parla un po' di tutto.

Riccardo Idda premiato dall'ANPI di Cosenza in occasione del 25 aprile per il suo impegno "in ambito antifascista". Foto: Cosenza Calcio.
Tu hai iniziato a giocare nel 2007, attraversando due decenni di carriera. Hai condiviso lo spogliatoio con uomini nati all'inizio degli Anni Settanta fino a ragazzi della metà degli Anni Duemila. Spesso i calciatori dicono che negli spogliatoi è cambiato il clima e sono cambiati gli atteggiamenti. Tu percepisci che c'è stata questa metamorfosi?

Sì, sicuramente c'è stata. Noto che tra quando ero giovane io e i giovani di adesso ci siano differenze: quando ero giovane io, c'era un rispetto diverso verso i grandi rispetto a quello che c'è adesso. Quando un grande prima ti diceva qualcosa la si ascoltava e lo si prendeva come un consiglio, non come un rimprovero. Magari adesso invece il giovane è un po' più esuberante, piuttosto che prenderlo come un consiglio lo prende come un rimprovero, quindi non sempre si riesce a ragionare.

Però allo stesso tempo ti dico che adesso i giovani rispetto a prima curano molto di più i dettagli come il fisico, non uscire, l'alimentazione. Prima magari questo si curava molto di meno. Penso che queste siano le cose sono cambiate di più.

Hai trascorso la maggior parte della tua carriera in Serie C, con tre anni in Serie B. Pensi di aver ottenuto quanto meritavi e quanto ti aspettavi dalla tua carriera o avresti sperato di arrivare più in alto?

Chiaramente mi sarebbe piaciuto arrivare più in alto, è l'ambizione di tutti quelli che giocano a calcio. Il principale rammarico è quello di non aver fatto qualche anno in più di Serie B: ci sono arrivato tardi, ma avrei voluto giocare qualche stagione in più.

Quando hai iniziato a giocare, i social network erano in stato embrionale, mentre oggi sono egemoni anche per voi dall'interno. Cosa hanno cambiato i social network nella percezione del calciatore? Quanto sono difficili da sopportare le critiche che arrivano ad un calciatore, soprattutto quando diventano insulti e cattiverie?

Da quel punto di vista è cambiato un sacco con i social. Io non ce li ho; da un paio d'anni li ho cancellati, anche per questo motivo delle critiche. Perché comunque sì, può non darti fastidio se le prendi in determinato modo, però poi quando iniziano a diventare un po' più pesanti possono darti fastidio. Secondo me dipende da persona a persona. C'è chi riesce a non prenderle troppo sul serio, perché capisce magari che chi scrive è un tifoso e di calcio magari non sa tantissimo; c'è quello che la prende un po' più sul personale e ne risente un po' di più. Sicuramente bisognerebbe avere un distacco, non andare a leggere quello che magari un tifoso scrive, perché chiaramente si sa che è un tifoso e quindi non capisce determinate dinamiche del calcio. Bisognerebbe sicuramente fare una distinzione per poter stare sui social.

Come pensi venga trattata la salute mentale nello sport? Credi che nell'ultimo periodo stia prendendo piede un approccio diverso a questa tematica?

Sicuramente sì, c'è stato; può dare una mano a trattare determinate situazioni anche fuori dal calcio, ma perlopiù dentro il mondo del calcio. Penso che si debba migliorare sotto questo punto di vista e parlarne sempre di più, perché sicuramente darà una grande mano a tutti.

Ti piacerebbe rimanere nel mondo del calcio dopo il ritiro o hai già pensato ad un altro percorso di vita?

Ancora non lo so ma forse no, dico la verità. Preferirei fare altro.

Si ringraziano l'ufficio stampa della Torres e Riccardo Idda per la disponibilità.


Questo articolo è uscito originariamente nel su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui


  • Nato ad Andria nel 2001. Studente di economia e management con una smodata passione per i quiz, l'animo di Jimmy McGill e la figurina di Edin Dzeko nel portafoglio.

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