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, 23 Novembre 2023

A che punto è la lotta salvezza in Serie A?


Attaccanti che non segnano, squadre prese in ostaggio e molto altro.

Dopo le prime dodici giornate, la Serie A è entrata finalmente nel vivo. La sfida tra Inter e Juventus comincia a delineare la lotta per lo scudetto, così come sembrano già profonde le gerarchie nella corsa all’Europa. Lontano dai riflettori delle zone alte della classifica, però, anche la lotta per salvezza comincia a farsi sempre più calda.

Considerando l’attuale classifica di Serie A, è facile notare un blocco di 10 squadre racchiuse in pochi punti. Una situazione forse persino troppo instabile per cominciare a parlare di bilanci e previsioni. Per questo, abbiamo preso in considerazione tutto ciò che si è visto o, più spesso, non si è visto nel corso di questi primi mesi della stagione. Ed è proprio in ragione di quanto mostrato dentro e fuori dal campo da queste squadre che possiamo affermare tranquillamente che dietro ad una situazione di equilibrio apparente ci sono invece rapporti di forza che cominciano a delinearsi sempre più chiaramente. Immaginiamo allora di tracciare una linea che divida le squadre della parte destra della classifica: da un lato le squadre che sono o sembrano destinate a raggiungere un tranquillo piazzamento di metà classifica e quelle che invece, molto probabilmente, lotteranno contro lo spettro della Serie B fino a fine stagione.

Per ovvi motivi non consideriamo il Torino, che anche con tutte le difficoltà che sta vivendo ha ancora un organico troppo forte per temere di rimanere davvero coinvolto, ma neanche squadre come Frosinone e Genoa che al netto dei loro limiti hanno mostrato in questi mesi identità tattiche ben precise e talenti – come Guðmundsson o Soulé – che hanno già dimostrato di saper fare la differenza. Al di qua di questo 38° parallelo troviamo anche il Lecce di D’Aversa che, seppur reduce da due mesi difficili e senza vittorie, ha dalla sua parte un ottimo avvio di stagione e un organico di discreto livello. Possiamo poi tirare fuori dal gruppo salvezza il Sassuolo, la squadra Robin Hood del campionato che senza i sei punti conquistati contro Inter e Juventus sarebbe penultima ma che, per ora, ha una rosa di qualità troppo superiore rispetto alle inseguitrici. Tracciato questo confine, immergiamoci nei meandri di una lotta salvezza più che mai complicata.

Errori di mezza estate

La corsa salvezza, si sa, è una gara a chi sbaglia di meno. In una lotta tra società con risorse limitate, a fare la differenza sono le idee e il modo in cui viene gestito il poco budget che si ha a disposizione. Per metterla nelle parole di uno dei protagonisti delle ultime due stagioni di Serie A, Pantaleo Corvino, “nella vita si può sbagliare moglie, ma non si possono sbagliare portiere e centravanti. Al di là della caratura verace di queste dichiarazioni, il concetto espresso è molto chiaro: una squadra, specialmente se lotta per la sua stessa sopravvivenza, non può permettersi di sbagliare le scelte di mercato, in particolar modo in alcune zone nevralgiche del campo. La lotta per la salvezza di quest’anno ci dimostra, forse molto di più di quanto accaduto nelle scorse stagioni, la verità di questa regola non scritta.

A fare la differenza tra le squadre che abbiamo elencato in precedenza e quelle invece impelagate sempre di più nel pantano della bassa classifica sono state in primis le scelte tecniche e di mercato fatte nel corso della stagione estiva. Udinese, Empoli, Cagliari, Verona e Salernitana hanno fin da subito iniziato il loro campionato con il piede sbagliato, presentandosi ai nastri di partenza (o alla fine di agosto come nel caso dei friulani) con limiti che le rispettive società non sono stati in grado di colmare. E non bisogna farne una questione di risorse economiche: mentre Lecce e Frosinone, le due squadre con il monte ingaggi più basso del campionato sono al momento orientate verso una salvezza tranquilla, Cagliari e Salernitana spendono in stipendi più di Monza e Bologna, che sono molto più vicine all'Europa che non alla zona retrocessione.

Per non parlare, poi, di Udinese ed Empoli che, pur avendo venduto tanto e bene in estate (Beto, Becão, Vicario, Parisi), hanno rinunciato a reinvestire parte di queste ricche plusvalenze per cercare sostituiti all’altezza di giocatori così importanti, una strategia incomprensibile anche tenendo in considerazione i principi del player trading. Le radici dei problemi di queste squadre quindi non sono, almeno principalmente, di carattere economico, ma sono da ricercarsi nelle scelte attuate sul mercato. In alcuni casi, le dirigenze non sono state in grado di rimediare alle gravi problematiche già emerse nel corso della scorsa stagione.

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Anche se, va detto, sostituire un portiere così non era semplice.

Ad esempio, la Salernitana ha concluso lo scorso campionato con il dato peggiore sugli xGA (72.61, addirittura overperformando visti i 62 gol effettivamente subiti) ma sul mercato in difesa è stata sostanzialmente immobile, limitandosi al solo riscatto di Pirola dall’Inter, senza intervenire su un reparto già da tempo in difficoltà e costringendo Inzaghi a ripescare un Federico Fazio dimenticato dalla gestione Sousa. In altri casi, più che le singole scelte sbagliate dalle società, a colpire è la mancanza di strategia, forse il vero tratto distintivo di questa zona di classifica.

L’Empoli, già sul finire della scorsa stagione, aveva rotto il tabù freudiano del 4-3-1-2 andreazzoliano per abbracciare il 4-2-3-1 voluto e imposto da Paolo Zanetti e impostare tutto il suo mercato sulla ricerca di giocatori adatti a questo modulo (Gyasi, Cancellieri, Maldini, Bastoni). Uno stravolgimento considerevole ma deciso in modo approssimativo e superficiale che non ha fatto altro che portare la squadra a rigettare il nuovo approccio tattico e ad aprire la strada all'eterno ritorno di Aurelio Andreazzoli sulla panchina toscana, con buona pace sia di Zanetti che dei nuovi arrivati, finiti più o meno tutti in secondo piano.

Ancora più indicativo è il caso dell’Udinese, la squadra sicuramente più competitiva di quelle prese in analisi. Dopo una stagione conclusa in netta crisi di risultati e d’identità, la sensazione era comunque quella che tra le mani di un allenatore emergente come Sottil ci fosse un gruppo promettente e destinato a qualcosa di più di una tragica lotta salvezza. Invece, dopo la cessione di Becão e quella mancata di Samardžić, la scelta di vendere nelle ultimissime battute di mercato anche Beto, il punto di riferimento offensivo e finalizzatore della squadra, sostituendolo con un manipolo di giovani promettenti ma, forse, ancora troppo acerbi ha magnificato la sterilità di questa squadra. Un dato che non si spiega solo con la cessione del gigantesco portoghese ma che sicuramente non depone a favore delle scelte di mercato operate in estate.

Polveri bagnate

Ci è già più volte capitato di fare riferimento ai problemi di sterilità offensiva delle squadre coinvolte nella lotta salvezza. Che le ultime della classe di solito non segnino a grappoli è cosa ovvia ma lo spettacolo offensivo offerto quest'anno dall’Udinese in giù è desolante. Le cinque reti segnate, complessivamente, in meno (40), anche al netto di una produzione di xG nettamente migliore rispetto a quello dell’anno scorso (da 55.87 della scorsa stagione a 60.36 di questa) ci mostrano una congiuntura che va ben oltre la semplice casualità. Non a caso, la fase offensiva è il tema in cui emerge più chiaramente la differenza tra le ultime cinque e le squadre che le precedono: il Frosinone è l’ottavo attacco del campionato mentre Lecce e Genoa, che pure non hanno mostrato chissà quale gioco propositivo ed effervescente, hanno trovato in Krstović e Guðmundsson finalizzatori consistenti, senza contare un Retegui finora limitato da un paio di acciacchi. 

Dall’altro lato, la situazione è nettamente diversa. Empoli, Verona e Cagliari vivono una situazione particolarmente delicata, in cui i limiti tecnici del resto della squadra sono sublimati dalla difficoltà anche nel costruire occasioni da gol. Tra le macerie della rivoluzione tentata e fallita da Zanetti, Andreazzoli si è ritrovato a dover fare affidamento sul 36enne Caputo e su un Mattia Destro prima scaricato e poi ripreso. Per quanto il nostro affetto per Ciccio Caputo sia rimasto immutato nel corso degli anni, pensare di costruire una salvezza sulle sue spalle appare quanto meno temerario, in particolar modo per una squadra che costruisce poco e che al momento è anche senza Baldanzi, alle prese con noie fisiche. Le cinque reti realizzate finora, benché siano valse addirittura 10 punti, sono troppo poche e se consideriamo che le alternative all’ex Sassuolo sono il già citato Destro e il giovane Shpendi, la situazione prende delle pieghe anche inquietanti.

Cagliari e Verona vivono, per certi versi, situazioni simili, nonostante i sardi abbiano fatto quasi il doppio dei gol della squadra di Baroni. Sette delle dodici reti segnate finora dai rossoblù sono però arrivate nelle ultime tre giornate, sfruttando soprattutto l’onda emotiva dell’incredibile rimonta contro il Frosinone e contro l’Udinese in Coppa Italia. Al netto del recente periodo di forma del Cagliari, le due squadre soffrono a larghi tratti degli stessi problemi: un centrocampo generalmente caotico in possesso e poco propositivo in zone avanzate; la mancanza di un finalizzatore in grado di convertire i pochi palloni giocabili che arrivano in area, il rischio di affidarsi troppo a due giocatori come Ngonge e Luvumbo, due giocatori dalle indubbie qualità ma forse ancora troppo incostanti per la categoria, e la presenza di una rosa lunga ma forse troppo per il livello tecnico a disposizione.

Mentre Ranieri ha dovuto rispolverare Mancosu o reinventarsi Oristanio punto di complemento per Luvumbo, finendo poi per riaffidarsi al sempiterno Pavoletti, Baroni ha provato prima il tridente leggero, poi ha lanciato Bonazzoli, poi Djurić, poi persino Cruz (figlio del Jardinero) e un Henry al ritorno da una rottura del crociato. È evidente come entrambi i tecnici abbiano tentato di sopperire alla bassa qualità con tanta quantità, ma aver affidato le sorti della propria salvezza alla tenuta fisica di Pavoletti o alle sponde di Djurić non è stata, per nessuna delle due squadre, la scelta migliore possibile.

Gli xG dell'Udinese

Le squadre di cui ci siamo occupati finora hanno sicuramente incontrato enormi difficoltà fino a questo momento, ma di certo i pronostici non prevedevano per loro una salvezza facile. Un discorso diverso dev’essere fatto invece per due squadre che si presentavano ai nastri di partenza con aspettative decisamente più alte. L’Udinese, come detto, sconta la tardiva cessione di Beto e l’assenza di finalizzatori all’altezza della categoria. I bianconeri hanno dovuto fare i conti anche con il ritardo di condizione di Pereyra e il drastico calo di rendimento di Lovric, due giocatori che sanno accelerare l'azione e che l’anno scorso erano, dietro Beto, i migliori realizzatori dell'Udinese ma che, sul piano della finalizzazione, non stanno tenendo il passo.

Il dato più impressionante relativo all'Udinese rimane quello dei suoi expected goals: pur essendo l’ottava squadra per xG prodotti (17.62, più di Bologna, Lazio e Fiorentina) è il terzo peggior attacco del campionato, con 8 gol segnati. Chiaramente non bisogna considerare quello sugli expected goals un dato infallibile e intangibile, però ci fornisce una buona idea sul principale problema dei bianconeri, la cui batteria offensiva si appoggia su alcuni dei peggiori finalizzatori del campionato (Lucca, Thauvin e, soprattutto, Success).

Problemi che vanno avanti da un po'.

Fare gol non è il mestiere di Success né di Thauvin, né tanto meno è un onere che può ricadere solo ed esclusivamente su ragazzo acerbo come Lorenzo Lucca, alla prima esperienza in Serie A. Gli appena tre gol realizzati in 12 partite dagli attaccanti titolari della squadra evidenziano la voragine aperta non tanto dalla cessione di Beto, assolutamente irrifiutabile, quanto dalla sua mancata sostituzione. Per la verità, la sensazione è che nelle intenzioni della dirigenza bianconera l’erede del centravanti dell'Everton dovesse essere l'ex attaccante di Cincinnati, Brenner, reduce da una stagione da 18 reti in 29 partite in MLS ma anche da due infortuni importanti tra maggio e agosto. Avere grandi aspettative sul brasiliano è legittimo da parte dell'Udinese ma forse resta un rischio troppo grande, che per altro non sta pagando a causa di un infortunio che lo riporterà in campo solo nel 2024.

Né quasi sicuramente lo sarà Keinan Davis, attaccante ex Watford arrivato all’Udinese grazie alla più classica delle Pozzo moves, che potrà tornare utile nelle turnazioni ma anche autore del non troppo confortante numero di 15 reti in 5 stagioni. Ci sarebbe poi Deulofeu: sebbene lo spagnolo non corrisponda all'identikit del bomber che servirebbe all'Udinese, il suo talento potrebbe risultare comunque il fattore decisivo nel far compiere all'attacco friulano una crescita sostanziale, la stessa che si è interrotta l'anno scorso proprio con l'infortunio dell'ex Milan. Insomma, l’Udinese è una squadra solida dal punto di vista difensivo, che riesce a creare gioco, che propone a tratti un calcio interessante e proattivo ma che non sa fare quella cosa che giustifica e da un senso a tutto il resto: fare gol.

Il ri(s)catto di Dia

Il crollo verticale che ha conosciuto la Salernitana negli ultimi quattro mesi, invece, è disarmante ma in parte prevedibile. Della squadra che fino agli inizi di maggio andava a Napoli a rimandare la festa scudetto è rimasto poco. Le radici dei problemi arrivano fino alle prime settimane di giugno. Il mercato della Salernitana è stato un susseguirsi di errori di progettualità, a partire da quello che, per certi versi, è stato l’azzardo più grande di tutti. Le dinamiche di mercato che hanno coinvolto Boulaye Dia sono state molto complesse e interessanti: prima il riscatto dal Villareal per la cifra record di 12 milioni, poi le tante voci che lo volevano vicino a big italiane ed estere. E, infine, proprio quando sembrava ormai destinato a rimanere, l’offerta tardiva e insufficiente del Wolverhampton, a cui sono seguite settimane di battibecchi e litigi con la società al limite della comicità da cinepanettone.

La chiave per comprendere le difficoltà e i limiti della Salernitana in questo primo scorcio di stagione sta qui, in ciò che ha significato la permanenza di Dia a Salerno e, ancora prima, che cosa ha significato la sua mancata cessione. Considerando il complesso delle vicende, la sensazione è che nelle intenzioni di De Sanctis il ritorno in Campania del senegalese fosse solo di passaggio. L’ipotesi più probabile è che la decisione di riscattare Dia sia stata presa con la prospettiva di rivenderlo immediatamente e instascare una plusvalenza importante non appena il domino del mercato degli attaccanti avesse cominciato a far cadere le prime tessere.

Evidentemente, le offerte attese e sperate dalla società granata non sono mai arrivate, se non appunto solo quella del Wolverhampton, ma giudicata talmente irricevibile da portare il DS De Sanctis a sfogarsi platealmente in conferenza stampa. Dia è rimasto a Salerno e il mercato in entrata è stato inevitabilmente compromesso: con un budget quasi assorbito del tutto dai riscatti di Dia, Pirola e Candreva (in totale quasi 20 milioni di euro), la dirigenza probabilmente aveva messo in conto una cessione del senegalese per finanziare la ristrutturazione della rosa, salvo poi rimanere, paradossalmente, con un cerino da 16 gol stagionali mano.

Alle prese con l’affaire Dia e le sue conseguenze, la dirigenza ha forse sottovalutato gli addii di Vilhena, Piatek e Bonazzoli, tre giocatori fondamentali per sviluppare quell’idea di calcio promossa da Paulo Sousa. Le difficoltà di un reparto arretrato già di per sé poco funzionale ma che ha dovuto fare i conti con l’involuzione di Gyomber e Mazzocchi e l’inevitabile invecchiamento di Fazio e Ochoa non ha fatto che peggiorare le cose. De Sanctis ha cercato di metterci una pezza con uno scouting febbricitante portato ai quattro angoli del mondo.

Ma, nonostante l’arrivo di prospetti interessanti come Martegani, Legowski e Ikwuemesi, l’impressione è che l’organico della Salernitana continui a mantenere delle carenze strutturali e una serie di gravi disfunzionalità. A ciò si sono aggiunte le bizze del giocatore più importante della squadra che, nel momento più delicato per l’allenatore, ha deciso di ammutinarsi, condannando Paulo Sousa a un inevitabile e immeritato esonero.

Per tutte queste ragioni, la Salernitana sembra vivere in uno stato di perenne “ricatto” da parte di Dia, un ricatto non espresso ma fattuale nel modo in cui la presenza in squadra del senegalese e il suo comportamento ad inizio stagione hanno influenzato in negativo il rendimento della squadra. L’aspetto più paradossale della situazione è che il primo a soffrire dei difetti strutturali della Salernitana è proprio lo stesso Dia: la mancanza di una vera prima punta di stazza ed esperienza, come potevano essere Piątek o Bonazzoli la scorsa stagione, lo obbliga a giocare più alto e statico, svolgendo un ruolo di riferimento non propriamente suo.

L’attaccante senegalese ama svariare su tutto il fronte offensivo, è micidiale in progressione e nell’attacco della profondità: tutte abilità mortificate senza una spalla fisica su cui appoggiarsi. Bocciato Botheim e in attesa di valutare nel lungo periodo il valore di Ikwuemesi, la cifra della disperazione in attacco della Salernitana è il reintegro in rosa di Simy, che non è scomparso dopo le mirabilie di Crotone e che potrebbe essere anacronisticamente l’uomo chiamato a salvare la Salernitana nel 2024.

Questione di manico

È arrivato finalmente il momento di parlare di allenatori. Già tre di queste squadre hanno sollevato i tecnici con cui avevano cominciato la stagione mentre una quarta, il Verona, potrebbe prendere presto la stessa decisione. Marco Baroni era arrivato in Veneto come una sorta di miracle worker, dopo la meritata quanto inaspettata salvezza con il Lecce della scorsa stagione e dopo aver lanciato giocatori fino a quel momento di secondo piano come Falcone, Baschirotto, Hjulmand e Strefezza.

L’idea era quindi di cercare di replicare a Verona l’impresa, per altro agevolato da una rosa anche idealmente migliore, di Lecce ma, come è facile intuire, le cose non sono andate nel modo migliore. In Salento Baroni aveva proposto un calcio estremamente solido, con una squadra estremamente intensa e votata ai duelli e la velocità di Banda e Strefezza come soluzioni offensive di riferimento. In questo Verona, invece, la mano di Baroni si vede a malapena: l’Hellas è una delle squadre che pressa peggio in Serie A (è quintultimo per PPDA, segno di come stia lasciando il pallone troppo agli avversari), e Baroni ha rinunciato al 4-3-3 per cercare di adattarsi il più possibile agli elementi a sua disposizione.

Baroni non è riuscito a far rendere un attacco che allo stato delle cose ha realizzato sette reti, quattro in meno di quelle messe a segno lo scorso anno da un Verona all’epoca ultimo in classifica. Il probabile esonero arriverà perché il tecnico non è riuscito, almeno fino a questo momento, a dare una vera impronta al gioco del Verona, non è riuscito ad essere quel plusvalore in termini di organizzazione tattica che invece la scorsa stagione era stato uno dei fattori nella salvezza del Lecce. Chiunque dovesse venire al suo posto non avrà comunque vita facile.

Chi invece ha pagato forse anche troppo per le proprie colpe sono stati Paulo Sousa e Andrea Sottil. Entrambi alla guida di due squadre che partivano con ambizioni decisamente più alte, entrambi incapaci di dare continuità a quanto di buono si era visto all’inizio delle loro rispettive esperienze, entrambi troppo dipendenti dalla necessità di avere una squadra almeno ipoteticamente funzionale. Entrambi hanno pagato i difetti delle loro rose, senza dubbio, ma è anche vero che da nessuno dei due si è visto un vero sforzo per adattarsi e cercare di sopravvivere alle difficoltà.

Se Sottil paga la partenza di Beto e Sousa l’ammutinamento di Dia, nessuno dei due era però riuscito a mettere una pezza alla sterilità offensiva dell’una e ai problemi difensivi dell’altra squadra. I due esoneri sono arrivati alla fine di una lunga agonia ma il rendimento dei sostituti Cioffi e Inzaghi è tutto da valutare. In particolare, quest'ultimo ha già infilato tre esperienze disastrose in Serie A con Milan, Bologna e Benevento e la sensazione è che quello con la salernativa possa essere un match pericoloso per entrambe le parti in causa. Intanto, la panchina granata è l’ultima grande occasione per Inzaghi per dimostrare di essere un tecnico all’altezza della categoria e il cambio d’allenatore l’ultima speranza per la squadra di Iervolino di rimanere in Serie A.

Quanto manca a gennaio?

A chi toccherà dunque retrocedere? Difficile a dirsi. Potremmo azzardare e dire che col tempo l’Udinese dovrebbe riuscire a tirarsi fuori dal pantano o che il Cagliari e il Verona potrebbero sembrare le due candidate più accreditate a salutare ma, appunto, è ancora troppo presto per dirlo. Il mercato di gennaio, d'altronde, è sempre stato l'Eldorado di queste squadre. A Verona ed Empoli farebbe estremamente comodo una fonte di gioco, qualcuno in grado di prendere le eredità di Parisi nei toscani e Hjulmand nell’impianto di Baroni; l’Udinese ha bisogno di un esterno capace di offrire progressioni e profondità al posto di Udogie, visto il rendimento non sempre all’altezza di Zemura; Cagliari e Salernitana necessiterebbero invece di un intervento in difesa, magari con l’innesto di un giocatore in grado di dare solidità al reparto arretrato. Il mercato invernale sarà il vero turning point della stagione. L’appuntamento è allora a febbraio, quando saremo in grado di capire meglio l’andamento di questa confusa ma interessante lotta salvezza.


  • Classe '99, pugliese come il panzerotto e l'abusivismo edilizio. Ha studiato a Bologna, dove si è laureato in giurisprudenza, e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema, quasi quanto fare oscuri riferimenti alla storia o alla politica. Ha sul comodino una sua foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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