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Il nuovo CT della Nazionale di volley femminile Julio Velasco
, 17 Novembre 2023

E alla fine arriva Julio


Julio Velasco torna a guidare l'Italvolley femminile per risolvere molti problemi.

Nel terremoto estivo che ha sconvolto la nazionale di volley femminile, passata in pochi anni dall’essere sul tetto d’Europa e del mondo a rischiare di non qualificarsi alle Olimpiadi, fa il suo ritorno in panchina, 25 anni dopo l'ultima volta, niente meno che la figura più rappresentativa della pallavolo italiana: Julio Velasco. Nel momento del bisogno, dopo la inquieta ma necessaria risoluzione con Davide Mazzanti a pochi mesi da Parigi 2024, la Federazione ha chiesto aiuto a colui che proprio sulla panchina della nostra Nazionale ha fatto la storia. Lui, 71enne, non ha resistito al richiamo della maglia azzurra e di quel sogno olimpico tanto tormentato quanto desiderato.

La storia nel nostro paese del tecnico di La Plata ebbe inizio addirittura nel 1983. Arrivato grazie a una geniale intuizione di Beppe Cormio, Velasco dopo una breve iniziazione in A2 comincia a mietere successi sulla panchina di Modena, sino al salto definitivo sulla panchina azzurra nel 1989 . Proprio con l’ItalVolley il tecnico argentino si consacra e compie l’apoteosi, ribaltando le gerarchie del volley internazionale e portando la nazionale italiana, che mai aveva vinto prima di lui, prima sul tetto d’Europa e poi sul tetto del mondo. Non una volta, ma più volte.

Al di là dei successi, che sono comunque tantissimi (3 europei, 2 mondiali, 5 World League), chiunque abbia un minimo di conoscenza di volley sa che in questo sport esiste un a.V. e un d.V: un ante Velasco e un dopo Velasco. È stato lui a cambiare le sorti del volley italiano: col lavoro in campo, gestendo e portando al successo una generazione piena di talenti, e quello fuori dal campo per lo sviluppo mediatico dell’intero movimento.

Con il suo arrivo, e con la creazione di quella “Generazione di Fenomeni”, si è avviato un circolo virtuoso che ha dato alla Nazionale risultati incredibili e aumentato l'interesse generale per la pallavolo, finché il pubblico non si è fatto sempre più folto sugli spalti di un campionato diventato nel frattempo l’El Dorado del volley, giocato dai migliori giocatori del mondo sostenuti da sponsor sempre più munifici (perfino Berlusconi tentò il progetto Mediolanum Volley a suon di milioni e campioni).

Il magic moment del volley italiano era figlio di un effetto-Velasco a tutti i livelli, mica solo sui campi di serie A: basti pensare che entrando nelle palestre di provincia, a cavallo degli anni '90, non di rado si sentivano gli allenatori italiani scimmiottare quell’accattivante accento argentino, anche se di argentino non avevano proprio nulla (al di fuori dell’idolatria per il vate Julio). Sembra che stiamo esagerando, ma non è affatto così: stiamo semplicemente raccontando i fatti.

Ma come ha fatto un solo uomo a rivoluzionare un intero movimento, trascendendo le logiche e gli spazi di uno sport di fatto minore, fino a diventare una figura così iconica?

Julio Velasco non è stato solo un allenatore vincente. Tutto ciò che faceva in quegli anni d'oro aveva intorno un’aura rivoluzionaria, la patina metafisica delle profezie dei visionari. In campo per la prima volta si vedeva un tecnico con una visione olistica del gioco, quasi filosofica (è effettivamente laureato in filosofia), che affascinava portando dentro alla pallavolo temi e concetti che avrebbero segnato un nuovo approccio allo sport. A questo si univa un carisma senza pari. Il mix di questi ingredienti faceva di Julio Velasco un mito in divenire.

La sua Nazionale maschile che ha vinto tutto era figlia di convocazioni inaspettate, gruppi marmorei, esclusioni eccellenti, esasperazione di concetti che ora sembrano inflazionati, ma che allora era pionieristico affrontare di petto: la gestione del talento, i diversi tipi di leadership, la necessità di un gioco di squadra. È proprio su questi cardini che il tecnico argentino fondava i suoi comandamenti: la sua celeberrima “teoria degli alibi”, la responsabilizzazione del singolo all’interno di un processo necessariamente collettivo, la vittoria come processo inevitabilmente incrementale che vede al suo apice il superamento non degli avversari, ma di se stessi.

Quanto sono attuali questi temi? In quante convention aziendali sono stati ripresi? Quante visualizzazioni fanno ancora oggi su YouTube i suoi video degli anni 90? Nelle risposte a queste domande, c'è tutta la trascendenza di Velasco e della sua figura da profeta. Guardando quei video, ancora oggi si fa fatica a staccarsene, tanto potente è il suo magnetismo.

Ed è proprio nella cura degli aspetti meno strettamente tecnici - la psicologia, la manipolazione delle piccole forze intangibili che ruotano attorno alla squadra - che Velasco ha sparigliato totalmente le carte, capendo che la rivoluzione non poteva che avere lui come centro di gravità: Velasco è stato il primo grande coach-rockstar, quello che attira la luce dei riflettori e fa da scudo alla squadra. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima di lui, un compito che Velasco si è intestato col suo carisma fuori dal comune. 

Ad un certo punto, sembrava che non si potesse più far nulla senza Velasco: squadre di calcio che gli offrivano contratti galattici da non meglio giustificato consulente (Lazio ed Inter, in cui le esperienze furono piene di chiaroscuri), aziende che capirono il potenziale della metafora sportiva in campo manageriale e si contendevano la sua presenza a suon di cachet mirabolanti, folle adoranti che pendevano dalle sue labbra quando lui si metteva a raccontare i segreti delle sue incredibili imprese sportive con una ars oratoria da one-man show. Partendo dal campo di uno sport minore, Velasco era diventato uno dei personaggi più celebri ed onnipervasivi nella coscienza, sportiva e non, collettiva.

Perché adesso Velasco, su quel campo, ci sta tornando?

Velasco, a fianco ai panni del guru, non ha mai smesso quelli dell’allenatore: è risalito negli anni in sella ad altre panchine, da quella dell’Iran a quella dell'Argentina, con una romantica parentesi su quella di Modena che lo aveva lanciato (in cui, per non smentirsi, ha portato a casa la Supercoppa). Soprattutto, ha rivestito poi la maglia azzurra da DT delle selezioni nazionali giovanili maschili, contribuendo a numerosi successi e, manco a dirlo, ad un rifiorire dell’intero movimento. L’ultimo sorprendente incarico, in questa stagione, è proprio al femminile, in una squadra molto giovane di A1: la UYBA Busto Arsizio. Insomma, oltre a tutte le abilità da comunicatore di cui abbiamo detto, il cuore del tecnico argentino ha sempre continuato a pulsare sul taraflex.

Da questa premessa arriviamo ai giorni nostri, e a quella chiamata federale che sulle prime sembrava esser uno scherzo: è stata una mossa in un primo momento inaspettata, sia perché è stato sempre vietato - almeno in teoria - il doppio incarico club/nazionale, ma anche perché le ultime esperienze di Velasco al femminile sono lontane nel tempo e neanche troppo felici. 

Per capire come si è arrivati a questa nomina, però, bisogna fare necessariamente un passo indietro: in questa orribile estate della nazionale italiana, marchiata da risultati molto deludenti (IV posto europeo, VNL disastrosa, mancata qualificazione all’Olimpiade), il problema principale era sembrato l’assoluta incompatibilità tra l’allenatore Davide Mazzanti e le senatrici del gruppo, culminato con esclusioni eccellenti (De Gennaro e Bosetti su tutte) e con la gestione controversa di Paola Egonu, uno dei massimi talenti a livello mondiale. Pur avendo l’ItalVolley raggiunto risultati molto brillanti con lo stesso CT nelle stagioni passate, era evidente come il rapporto non potesse proseguire, e la situazione si stesse facendo sempre più complessa.

Oggi la Nazionale deve ancora giocarsi l’accesso a Parigi 2024, e cambiare allenatore a pochi mesi di distanza dalle qualificazioni e da un’eventuale olimpiade non è certo consueto né semplice. Ancora più difficile, per la Federazione, era trovare un allenatore disposto a prendere in mano questa patata bollente, un allenatore che fosse un top coach e anche libero sul mercato (i migliori tecnici italiani, Santarelli e Guidetti su tutti, guidano con successo altre nazionali) e che avrebbe accettato un incarico per un così breve periodo (di fatto potrebbe terminare con la non qualificazione a Parigi).

È proprio in questo contesto che si è insinuata la “folle idea Velasco”: perché nominare il tecnico di La Plata come CT significava far entrare nelle macerie di uno spogliatoio inquieto un vero e proprio monumento, una mito capace di stoppare sul nascere ogni minimo accenno alle turbolenze passate, una figura semplicemente indiscutibile per ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare. Una sorta di Mario Draghi in versione ItalVolley, uno specialista chiamato nell'emergenza a rinsaldare un gruppo che, in tutte le sue effettive papabili convocate, ha moltissima qualità tecnica da spender sul campo.

E Velasco, dal canto suo, che vantaggio può ricavare accettando la proposta? In fondo ha 71 anni e proprio nulla da dimostrare, ed i panni del guru a quell’età diventano sempre più comodi, soprattutto se sul taraflex si è vinto tutto.

A dirla proprio tutta, però, qualcosa che non ha vinto c'è, e ci piace pensare che proprio qui stia il punto. La sua squadra del secolo, la generazione di fenomeni del volley maschile che ha fatto la storia, ha una unica grande macchia, che forse la rende ancora più bella perché incompiuta: non ha mai vinto una Olimpiade, con la sanguinosa ferita della finale persa ad Atlanta 1996 da super favoriti. L’unica medaglia che manca a quella nazionale storica, e di conseguenza a Julio Velasco, è l’oro olimpico. Un sogno rimasto ancora vivo per tutto il movimento (ricordo perfettamente dov’ero a vedere quell’ultima palla attaccata fuori da Lorenzo Bernardi contro l’Olanda), figuriamoci se non lo è per Velasco, un uomo che ha costruito la sua vita sulla ricerca della vittoria.

Velasco è un personaggio tanto intelligente da capire che la nazionale femminile italiana somiglia tanto a quella generazione di fenomeni, così ricca di talento e personalità. È tanto ambizioso da amare follemente le sfide che lo portano al limite, pur se questo significa dover dimenticare per qualche mese la carta d’identità. Infine, è inevitabilmente tanto romantico da sapere che lo sport sa darti occasioni meravigliose per chiudere i cerchi della vita. Basta prendere in mano la penna, firmare le carte federali, e provare a scrivere ancora una pagina di storia azzurra. Gli alibi, quelli, Julio non li ha mai voluti.


  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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