St. Pauli
, 13 Novembre 2023

St. Pauli-Hannover è andato oltre


Parlare di St. Pauli-Hannover o lasciar parlare St. Pauli e Hannover?

"Erasmus" è la rubrica del lunedì in cui vi raccontiamo una partita dal weekend di calcio internazionale. La giornata di 2. Bundesliga si è aperta con la sfida tra la 1° e la 3° in classifica, St. Pauli vs Hannover, in un contesto che attraverso il calcio ha esondato i limiti sportivi. Potete recuperare gli episodi precedenti qui.

Nella linguistica contemporanea si parla di struttura profonda e struttura superficiale. La seconda è quella palpabile da tutti nelle differenze tra i singoli idiomi, il diverso ordine degli elementi nel periodo, la presenza o meno di flessioni o derivazioni. La prima, invece, si riferisce a tutto ciò che sta prima e sta sotto a ciò che viene scritto o detto, al significato e al senso che il cervello umano è in grado di elaborare per poi articolarsi in milioni di modi diversi. La struttura profonda è fatta di rami e livelli innati, e per questo inspiegabili di primo acchito. Così è il calcio, in fondo, una rete infinita e invisibile in grado di far comunicare una piccola realtà di quartiere nemmeno col resto della città e della nazione, ma addirittura col mondo.

La Boca di Buenos Aires, Vallecas di Madrid, Saint-Gilles di Bruxelles, Hammersmith&Fulham di Londra sono alcuni dei contesti minoritari a essersi affermati a livello mondiale attraverso e grazie a una squadra di calcio, portatrice di valori ed estetiche intellegibili. St. Pauli è uno di questi, forse ancor di più. Un distretto immediatamente a ovest di Amburgo indicato in tutto il mondo come icona, come Kult, con il Jolly Roger come simbolo, lo stadio ricostruito nel quartiere a luci rosse e intitolato a una delle porte della città invece del vecchio presidente, legato a un Partito Nazionalsocialista con cui non si è voluto aver più niente a che fare. Un quartiere che grazie al calcio è simbolo nel mondo ma che, appunto, realtà e contesto di quartiere rimane, indissolubilmente legato alla storia di quelle strade e quegli edifici.

Così come abitanti di Bilbao e di Atene hanno potuto empatizzare con la seconda squadra di una città del nord della Germania, così adesso hanno sciolto i loro rapporti con la società e i tifosi autoctoni del St. Pauli, segnando una spaccatura probabilmente insanabile in uno dei microcosmi più identitari e all'apparenza adamantini ma che, proprio come una struttura cristallina, se tagliata è impossibile da riportare alla forma originale con rattoppi e cuciture. Gli striscioni in opposizione all'antisemitismo espresso da varie tifoserie politicamente solidali a quella dei Freibeuter der Liga ha causato lo scioglimento di varie sezioni estere e il porsi interrogativi su quanto rinunciare e quanto modellare la propria identità.

Nel frattempo, però, pur sempre di calcio si parla. E la stessa realtà di quartiere, da esempio di rischio intrapreso per ergersi a modello culturale, grazie al pallone ha la capacità di limitarsi a essere un modello solo e soltanto per quello che si vede sul campo ed essere ugualmente impattante sul resto del mondo. Imbattuti in 2. Bundesliga, allenati da un 30enne nato in Texas da mamma svizzera e padre tedesco e compagno delle giovanili al Bayern di Emre Can, all'anagrafe Fabian Hürzeler, i Kiezkicker guardano il resto della compagnia dall'alto in basso.

I più prossimi alle spalle sono i vicini di casa, quell'Amburgo il cui ritorno nella massima serie tedesca pare una maledizione. Appena dietro ci sono gli avversari del Millerntor-Stadion, un'altra nobile decaduta del calcio tedesco: l'Hannover 96. Die Roten sono guidati da Stefan Leitl, alla ricerca della seconda promozione consecutiva dopo quella ottenuta col Greuther Fürth nel 2021, e dal miglior attacco delle prime 12 giornate di Zweite.

Afolayan-Eggestein-Saad il tridente del St. Pauli, Schaub dietro a Tresoldi-Nielsen per l'Hannover.

È questione di contesto anche pensare e trasformare in assioma per beata ignoranza che sia l’Italia l’ultimo, unico e anacronistico panorama calcistico con terreno ancora fertile per la difesa a 3. Sia St. Pauli che Hannover uniscono i concetti di gegenpressing teutonici alla necessità di mantenere quantomeno la parità, se non superiorità, numerica nell’ultima linea, garantita solo dalla presenza di tre centrali. Hürzeler e Leitl, però, li declinano in maniera differente: Eric Smith è il primo costruttore e regista degli amburghesi, capace di scambiarsi di posizione con Metcalfe e capitan Hartel per aumentare rischi e benefici dell’uscita tramite la fascia centrale del campo; Halstenberg è invece più propriamente ultimo uomo e leader difensivo, che tollera al più l’arretramento al suo fianco di uno tra Kunze e Leopold per un appoggio sicuro senza mai scalare in avanti. Stessa posizione, concetti e compiti opposti.

Il confronto tra pressing assatanati nella trequarti avversaria (6 uomini dell’Hannover, addirittura 7 del St. Pauli sulle ricezioni degli esterni di Leitl) inibisce la risorsa migliore di entrambe, chiamando la capolista e la terza della classe a trovare alternative in costruzione. La compagine del Millerntor può contare su Smith, 2° in Zweite Bundesliga per passaggi progressivi in media a partita, capace di saltare un paio di linee di pressione con un unico passaggio e innescare le combinazioni nella metà campo avversaria, e su Hartel, minimale nei movimenti e tocchi per generare la transizione.

Tra due squadre verticali ed essenziali in possesso, il controllo passa al St. Pauli, in grado di trovare Eggestein tra le linee e non costringere il proprio attaccante a infrangersi tra i centrali e i centrocampisti in copertura come una nave tra Scilla e Cariddi come fa l’Hannover con Tresoldi. Il 2004 nato a Cagliari ma cresciuto nell'Hannover e già esordiente nell'Under21 tedesca, è un corpo estraneo alla partita, nemmeno l’inversione con Nielsen gli fornisce zone per immagazzinare ossigeno in un prato che assomiglia sempre più a un mare in tempesta, dove a dettare legge sono i pirati del St. Pauli.

Lobotomizzato il miglior attacco della Zweite, quello che non riesce al St. Pauli è quello di scrollarsi di dosso la coperta di lana che pare ammantare Amburgo ovest: l’unico in grado di scostarsela almeno sulle spalle è Saad, ma intorno al trequartista tunisino la tensione dello scontro diretto inibisce qualsiasi proposta della squadra di Hürzeler. Saliakas e Treu si accentrano in costruzione, alternandosi agli esterni d’attacco nel fissare ampiezza e attaccare la profondità nei corridoi intermedi, ma la rifinitura dei marroni trova una sordina inattesa in Eggestein: il fratello minore del centrocampista del Friburgo, terminale principe del St. Pauli, è in sostanza l’unico che ha sui piedi e sulla testa le opportunità di bucare Zieler, ma la finalizzazione non è all’altezza di tutto ciò che viene dietro e prima.

Con Voglsammer al posto di un Tresoldi meno fortunato dell’Ulisse di Omero, la strategia degli ospiti cambia al rientro dagli spogliatoi: da 3 la difesa si trasforma a 4, con Dehm più bloccato a destra e Arrey-Mbi traslato da braccetto a terzino sinistro. Per difendere meglio, l’Hannover decide di difendere col baricentro ancora più alto, rinunciando a seguire uomo su uomo la manovra del St. Pauli ma intasando il centro e sterilizzando i taglialinee di Smith e Mets. Meno pericoli dal possesso avversario non significa meno pericoli in toto: da creare con la palla il St. Pauli inizia a instillare dubbi quando è l’Hannover a costruire, con Zieler preoccupato più dai retropassaggi ansiolitici di Neumann.

E forse basterebbe limitarsi a vedere ciò che succede sul campo, sull’apprezzare quanto il confine del rischio divida eccitazione e paura, esaltazione e agitazione quando sono al massimo due difese a 3, due centrocampi a 5 e due coppie d’attacco a decidere quanto camminare sulla linea sospesa nel vuoto e quanto lanciarsi a occhi chiusi, credendo ciecamente nell’accoglienza a braccia aperte del risultato. Sarebbe ideale limitarsi a parlare di coperta di lana che pesa, opprime e ingolfa se si riferisce alla paura di eseguire la giocata di un’ala del St. Pauli o di una mezzala dell’Hannover. Forse no.

Perché il calcio ha il potere di comunicare oltre ai 90’ tra il fischio d’inizio e quello finale, nel bene ma anche nel male. Legge un sceneggiatura che rende quelle che dovrebbero rimanere comparse in protagonisti tragici. Recita un copione per cui non sono i tifosi del St. Pauli a catturare l’occhio per una coreografia che lascia in secondo piano, almeno nel venerdì sera del Millerntor-Stadion, questioni che esulano dalle tattiche di Hürzeler e Leitl, ma quelli dell’Hannover.

32 feriti, 15 “tifosi” e 17 uomini delle “forze dell’ordine”, penetrate nel settore ospiti attorno al 70’ su segnalazione di tifosi dell’Amburgo mescolati a quelli dell’Hannover. Manganellate, aste che dovrebbero sventolare bandiere brandite come strumenti bellici, boccali volanti e partita interrotta per quasi tre minuti. Rami e livelli innati, e per questo inspiegabili di primo acchito.


Extra time

(Tutto quello che non si è visto ma che non è passato inosservato)


Strega comanda color...
Ron-Robert Zieler, terzo esponente della casata "Portieri identici a Giroud e Costil".

  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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