, 13 Novembre 2023
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Nel bene e nel male, è il Napoli di De Laurentiis


Dalla vittoria dello Scudetto il presidente del Napoli ha devastato il suo club.

La sera del 4 maggio, mentre a Udine il Napoli vince il terzo Scudetto della sua storia, culmine di una crescita lunga 18 anni, Aurelio De Laurentiis non partecipa alla festa della squadra. Non è al fianco dell'allenatore a cui aveva affidato la restaurazione culturale nei due anni precedenti – Luciano Spalletti, che due settimane più tardi avrebbe annunciato un addio solenne e scontato – né abbraccia i giocatori nel godimento della vittoria con l'ingenuità di Ferlaino negli anni Ottanta. Pochi secondi dopo il fischio finale scende le scale dello stadio Maradona, si presenta di fronte ai sessantamila tifosi che si erano ammassati per guardare la partita con gli occhi puntati su schermi minuscoli, che acuivano l'angoscia del campo deserto. Impugna il microfono ed esordisce così: «Volevate vincere, e abbiamo vinto insieme».

De Laurentiis è sempre stato un estraneo a Napoli. La città ha impugnato per anni le armi retoriche relative alla sua romanità, al fatto che non gli piacesse la pizza, arrivando persino a dire che teneva il Napoli al vertice senza provare a vincere perché gli conveniva. Perché si approfittava del club e dei suoi tifosi: lucrava sulla passione.

Per i napoletani poche cose trasudano sacralità come il senso di appartenenza. È un'idea che dall'iperuranio si rende materiale attraverso le persone, come una volta ha scritto Luciano De Crescenzo: «Napoli per me non è la città di Napoli ma una componente dell'animo umano che so di poter trovare in tutte le persone». Di tutto questo sembra che a De Laurentiis importi poco: gestisce il Napoli come un'azienda personale, in cui bilanci e sostenibilità soggiogano le relazioni con gli appassionati e il "campo" da gioco. La sua visione è puramente utilitaristica, capitalistica, materiale.

I risultati finora gli hanno anche dato ragione. L'anno scorso il Napoli ha vinto lo Scudetto per la prima volta senza Diego Maradona nell'anno in cui ha reciso i fili con i suoi migliori giocatori, illuminandosi sul palcoscenico europeo come club dall'organigramma snello ma produttivo. In poche settimane De Laurentiis era stato intervistato da New York Times e Financial Times. Gli è stata concessa la rilevanza mediatica dei politici. A inizio maggio ha parlato a Palazzo Reale con il direttore di Repubblica per un'ora e mezza: l'intervista si intitolava "Napoli, il mio sogno americano". Hanno iniziato a porgli domande a cui neanche un profeta saprebbe rispondere: in che direzione sta andando il calcio? cosa possiamo fare per renderlo più attraente alle nuove generazioni? come si fa davvero impresa?

Da nemico pubblico, Aurelio De Laurentiis era diventato un santo in vita.

Quello che è passato in silenzio, però, ha a che fare con la tifoseria stessa. In estate il Napoli si è trovato evidentemente spiazzato dall'addio concomitato di Spalletti e Giuntoli, e li ha sostituiti con una confusione nervosa. Prima del direttore sportivo – Mauro Meluso, arrivato a metà luglio e con il mercato già impostato dall'area scouting – è stato proclamato Rudi Garcia come «prosecutore del 4-3-3», l'allenatore che avrebbe dovuto aiutare il Napoli a fare più strada in Champions League e a confermarsi in campionato.

Sul mercato le cose sono andate persino peggio, e anche se già era chiaro da gennaio che la clausola rescissoria di Kim Min-jae allettava quasi tutti i top club europei, il Napoli ha annunciato l'acquisto di Natan de Souza a poco più di dieci giorni dal debutto stagionale a Frosinone. Una scelta che ha influenzato il modo di giocare della squadra, che senza la velocità di Kim era stata impostata da Garcia più in basso nel campo. Improvvisamente il Napoli riaggrediva con tempi asincroni, stentava a palleggiare, frenato dall'atteggiamento difensivo dell'allenatore. È arrivata qualche vittoria scaccia pensieri contro avversarie di rango inferiore, ma il Napoli non era già più speciale.

Ancora oggi, se gli avversari alzano il livello d'intensità o sono semplicemente paragonabili al Napoli dal punto di vista tecnico, il Napoli perde la partita. È successo contro la Lazio, ad agosto: era colpa dell'anzianità di Juan Jesus. Si è rivisto contro Real Madrid e Fiorentina, a settembre: era colpa dei mancati riflessi di Meret. La scena non è cambiata ieri contro l'Empoli: stavolta è colpa delle scelte di Garcia.

Intendiamoci, in parte è vero: Rudi Garcia non aveva – parlo al passato in virtù del suo imminente esonero – il pedigree tattico per allenare il Napoli. Sarebbe stupido parlare dell'esonero in Arabia Saudita, dietro i problemi del Napoli di Garcia c'è una mutua incompatibilità. «Non so consigliare chi verrà ad allenare qui» disse Spalletti prima dell'ultima partita contro la Sampdoria. Eppure i requisiti erano chiari. Al Napoli serviva un tecnico che volesse dominare il gioco attraverso una costruzione razionale e la ricerca degli spazi «tra i corpi degli avversari» da andare a occupare con fluidità. De Laurentiis ha banalizzato la questione riferendosi al 4-3-3 e forse proprio questa retorica piuttosto ridicola a cui si è aggrappato per sostenere la scelta di Garcia gli è servito per capire quanto i sistemi di gioco siano futili nel calcio contemporaneo.

A Roma, per esempio, Garcia aveva giocato per due anni e mezzo con lo stesso famigerato 4-3-3 che ha ereditato a Napoli, almeno sulla carta. I principi di gioco, però, non potevano essere più estranei: quella Roma dava il meglio di sé in transizione, guidata dalle visioni omeriche di Totti per il taglio degli esterni alle sue spalle e da una solidità difensiva notevole. Rudi Garcia ha plasmato la sua carriera intorno a squadre pragmatiche, che cambiavano approccio tattico di partita in partita.

«Non conosco il passato» ha detto dopo la sconfitta in casa contro la Lazio, inserendo nel testo della sua breve parentesi a Napoli una cesura netta con il lavoro di Spalletti. E il Napoli che è sceso in campo a Genova due settimane dopo è stato, in questo senso, l'istantanea della sua visione di calcio: una squadra interessata a difendere anche quando era sotto nel punteggio, capace di arrabattare un punto grazie alle giocate estemporanee dei singoli giocatori – in quel caso due tiri al volo imparabili di Raspadori e Politano.

È facile riconoscere in questo atteggiamento una supponenza che farebbe dubitare chiunque delle conoscenze pregresse di Garcia sul Napoli e le caratteristiche dei suoi migliori giocatori. Eppure è stato Aurelio De Laurentiis a puntare su Garcia, a elogiarlo pubblicamente per le qualità morali e il lavoro «da fare insieme». I suoi orpelli erano sempre più balzani, e se un giorno diceva di voler vincere la Champions League, quello dopo poteva parlare di «squadra in costruzione» senza che sembrasse una stonatura rispetto alla storia recente.

A Napoli, nella città che lo ha odiato e ripudiato per vent'anni, nessuno osava più alzare un dito contro De Laurentiis. Si sprecavano ritratti taumaturgici a lui dedicati: il Napoli non aveva il difensore centrale titolare né il direttore sportivo, la fantomatica lista di 40 allenatori aveva prodotto la nomina di un soldato accondiscendente e in declino, ma sembrava che tutto andasse bene. Durante il ritiro estivo è stato celebrato dai tifosi come se lo stadio in cui il Napoli si allenava fosse teatro di un'incoronazione. De Laurentiis avrebbe potuto dire «il Napoli sono io», chi avrebbe osato contestarlo dopo lo Scudetto?

Nell'era De Laurentiis molti addii hanno assunto forme velenose, come se da napoletano acquisito incolpasse i giocatori o gli allenatori con cui si separava di tradimento. Un esempio lampante è la polemica pretestuosa dell'alloggio di Spalletti, che De Laurentiis decise di ammonire duramente sul finire della prima stagione: «Non ha ancora preso casa, deve ambientarsi» disse nella primavera del 2022, come se non vivere a Napoli fosse una colpa, un reato etico.

A volte De Laurentiis cercava solo il gusto teatrale per il flame, come quando scrisse una lettera piena di acredine a Gonzalo Higuain, dopo il suo trasferimento alla Juventus. Gli addii di Spalletti e Giuntoli, pur se avvenuti in un silenzio tormentato, hanno incrinato qualcosa nella visione del calcio di De Laurentiis. Ed essendo il Napoli basato su una visione patriarcale di gestione aziendale, un modello in cui De Laurentiis è a tutti gli effetti un despota e in cui i suoi sentimenti personali lambiscono quelli del Napoli, dobbiamo parlare anche della reazione umana.

C'è il De Laurentiis ferito, che durante la festa dello Scudetto cede il microfono a Giuntoli e lo sfida a parlare di un futuro che non ci sarà. «Cristiano, c'è da lavorare in estate» aveva detto. «Abbiamo aperto un ciclo e ora dobbiamo continuare a vincere». Giuntoli, che aveva da mesi era d'accordo con la Juventus, abbozzò ringraziandolo per la fiducia: «Finché a Napoli rimarrà De Laurentiis non ci saranno problemi». C'è il De Laurentiis così infuriato per la partenza di Spalletti da inserire nel suo contratto una clausola di non concorrenza, impugnata persino contro la FIGC nel momento in cui è diventato CT della Nazionale, a metà agosto.

È come se De Laurentiis avesse somatizzato così in profondità questi vuoti da arrivare ad agire per un senso di ripicca. Il suo orgoglio ferito ha polverizzato la struttura dirigenziale del Napoli – storicamente scarna, oggi inesistente – e assunto un allenatore in controtendenza con le idee della squadra quasi per dimostrare: qui ho vinto io, e rivincerò da solo. Una monarchia che ha il profumo della lucida follia di Tony Montana in Scarface, un uomo consumato dalla vita da gangster e vicino alla morte che continua a gridare di essere il numero uno, il più forte. Così come De Laurentiis è ancora convinto di essere la soluzione e non la causa dei problemi.

In estate il Napoli ha sciupato la possibilità di ergere il proprio status a quello di top club reale, continuando a ragionare da parvenu. Ai migliori giocatori non è stato adeguato il contratto: Zielinski, che ha trascinato la manovra del Napoli in questo tetro inizio, è in scadenza nel 2024 e tra due mesi potrà firmare con un altro club; delle trattative per il rinnovo di Osimhen si è perso traccia, ormai anche con lui De Laurentiis sembra intenzionato a scendere in guerra; quando i media hanno messo la testa fuori dall'acqua per parlare del legittimo adeguamento per Kvaratskhelia, è arrivato il solito comunicato riottoso.

Da un paio di settimane i giornalisti che seguono il Napoli da vicino hanno raccontato del commissiaramento di Garcia, ormai destituito da quasi ogni carica. In una conferenza alla Luiss a metà settembre, De Laurentiis aveva parlato della crisi con il suo allenatore con toni assurdi, citando se stesso come una specie di Re Mida: «L'unica responsabilità che ho oltre ad aver scelto l'allenatore è che non ho avuto la possibilità di stargli vicino».

Il problema, quindi, non era la preparazione di Garcia o la mancanza di feeling tra il suo approccio e la squadra, ma il fatto che De Laurentiis non potesse stargli vicino, infondendogli la sua potenza, la carica vitale che lo ha portato a diventare Campione d'Italia. Pochi giorni dopo ha sottratto a Giuntoli il merito dell'acquisto di Kvaratskhelia, dicendo che «era stato segnalato a mio figlio Edo». De Laurentiis accusa Giuntoli di non aver anche «sbagliato acquisti» ma è già un passo in avanti parlare di questo e non del suo tifo per la Juventus, suppongo.

De Laurentiis ha cominciato a presentarsi ogni giorno a Castel Volturno, a supervisionare gli allenamenti. Ieri Repubblica ha raccontato della sua discesa negli spogliatoi tra il primo e secondo tempo – «si rivolge a Garcia come non aveva mai osato in queste settimane burrascose» scrive Antonio Corbo – ed è convinto che le sue parole ai giocatori possano avere un effetto sulla qualità dei loro tiri, sul ritmo blando che hanno nelle gambe, sulle letture inespresse. La sua ossessione per l'onnipotenza lo sta divorando. Le colpe, stavolta, possono ricadere solo su di lui: nel bene e nel male, questa è la creatura di De Laurentiis.

Dai discorsi imperialisti di metà maggio – «ora dobbiamo vincere la Champions» – De Laurentiis è passato a ricordare che gli obiettivi minimi della stagione del Napoli. Dopo aver rotto con Garcia ha provato a prendere Antonio Conte, ma non ci è riuscito: la decadenza del suo regno è arrivata a seguito del trionfo più luccicante. Probabilmente affiderà la squadra a Igor Tudor, ex allenatore di Verona e Marsiglia. Ancora una volta, un tecnico dai principi lontani da quelli a cui De Laurentiis dice di essersi affezionato.

Questa però è la notizia meno inquietante. Ciò che preoccupa davvero i tifosi del Napoli è la visione delirante e totalitaria del nuovo De Laurentiis, l'oscuro monarca che non ha ancora digerito la vittoria dello Scudetto. De Laurentiis ha reso il Napoli normale, grigio, anonimo. Un club come tanti, vittima di problemi che si è auto-inflitto negli ultimi sei mesi. Il Napoli non è più una squadra diversa, non brilla più di quella felicità impossibile con cui ci aveva abbagliato per tutta la scorsa stagione, e non c'è niente di peggio per una città che fonda i propri valori sull'appartenenza.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Cinema, rap e letteratura sopra ogni cosa. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare il mito di Diego Maradona.

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