, 11 Novembre 2023
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Cosa aspettarsi dalle ATP Finals 2023?


E, soprattutto, come ci arriva Jannik Sinner?

È tutto pronto: da domenica a Torino andrà in scena la consueta sfida di fine anno tra gli otto maestri della scorsa stagione tennistica. Quest'anno, in particolare, le ATP Finals promettono spettacolo, nel segno di un tennis mai così competitivo al vertice e di rivalità sempre più incallite. C'è persino qualche novità rispetto al solito. Una volta tanto le urne sono state benigne con Sinner, che si giocherà il secondo posto nel girone con Tsitsipas e Rune, due che soltanto da poco hanno dato qualche segno di vita dopo un lungo periodo di letargo. La presenza di Djokovic, poi, non è malvagia come può sembrare a prima vista: vuol dire evitarlo in semifinale in caso di passaggio del turno. La possibilità di affrontarlo nel round robin in una sfida non decisiva può essere vista anche come una sorta di rodaggio conoscitivo ma su questo meglio non fare troppo conto, visto che vale da entrambi i lati e sappiamo benissimo chi più di tutti è in grado di immergersi nell’anima dell’avversario per poi cibarsene.

Se le previsioni per il gruppo verde sono un po’ telefonate (ovviamente smentibili), il gruppo blu è decisamente più folle. Rublev, che all’apparenza sarebbe il fanalino di coda, è più in forma che mai, ha giocato una stagione martellante che l’ha visto quasi sempre ai massimi livelli con punte di eroismo, e sembra animato da una fame inestinguibile e dal giusto grado di frustrazione per avere perso spesso di un soffio o anche meno; Medvedev è un serpente del cemento, pronto a ipnotizzare in ribattuta chi lo attacca senza finirlo; Zverev è tornato Zverev: del tutto imprevedibile, ha vinto solo due titoli quest’anno ma la sua costanza l’ha portato qua, e non parte mai battuto. Dimentichiamo qualcuno? Ah già… un esordiente che forse non avrete sentito, tale Carlos Alcaraz Garfia. Lui dovrebbe essere il favorito del girone e in qualche modo si farà strada, ma dovrà lottare parecchio per far valere lo status. Per la cronaca: il campione in carica Djokovic ha già vinto sei Finals, Zverev due, mentre una volta il trofeo è finito nella mani di Medvedev e Tsitsipas.

Green Group

1. Novak Djokovic

Momento top: per ragioni simboliche, l'epico successo a Cincinnati contro Alcaraz, ma è bene ricordare i tre Slam vinti.

Momento flop: la sconfitta nel terzo turno a Montecarlo contro Lorenzo Musetti, per giunta con un set di vantaggio.

Programmi per il tempo libero a Torino: quale tempo libero?

E alla fine è sempre qui. Anche quest’anno Novak Djokovic ha messo tutti a tacere, e lo ha fatto arrivando alle Finals da numero uno del mondo, con tre vittorie Slam e solo cinque (C-I-N-Q-U-E) sconfitte nel 2023. Un altro risultato gargantuesco, inarrivabile.

È stato un dominio diverso dal solito, però, più intermittente. Forse Djokovic è approdato a quel momento della carriera in cui iniziare a preservarsi nel fisico e nella psiche; va da sé che questo significa esserci meno. Da un certo punto di vista è un dominio ancora più schiacciante. Quando vuole, vince. E il 99% del circuito si è piegato a questo statuto senza fiatare. Ci sono state giusto un paio di trasgressioni alla legge, ma sapete come si dice no? Sono le eccezioni che confermano la regola.

Adesso a Djokovic basterà vincere una partita per concludere la stagione al primo posto del ranking, ma lo conosciamo abbastanza da sapere che non si accontenterà. Vuole vincere il torneo per la settima volta in carriera, superando il rivale storico Roger Federer per stabilire un nuovo record. D’altronde la sua vita tennista ne è piena. Quest’anno ha conquistato il 22esimo, il 23esimo e il 24esimo titolo del Grande Slam, e se non fosse stato per Alcaraz a Wimbledon oggi parleremmo di un traguardo leggendario. Proprio insieme allo spagnolo Djokovic ha messo in scena due dei match più entusiasmanti della stagione: il primo a Londra, appunto, e il secondo in finale a Cincinnati, dove si è preso la sua rivincita.

Arriva a Torino da strafavorito, reduce dalla convincente vittoria a Parigi-Bercy. Ad attenderlo ci sono Sinner, Tsitsipas e Rune. Avversari certamente insidiosi, ma che insieme lo hanno battuto solo quattro volte su venti partite totali. Domenica contro Rune potrà già assicurarsi il primo posto; il resto poi verrà da sé. Sarà l’ennesimo record di una carriera impareggiabile?

2. Jannik Sinner

Momento top: la vittoria a Pechino contro Medvedev, una liberazione.

Momento flop: l’infortunio di Barcellona che ha fatto temere un’altra stagione di tormenti spezzettati.

Programmi per il tempo libero a Torino: vorrei (uscire) ma non posso; per fortuna nella camera d’albergo c’è la tv con le repliche dell’amata fiction Rai “A un passo dal cielo”; nostalgia canaglia.

Sarà che i capelli rossi mettono in risalto la sua timidezza, sarà l’umorismo tetro e teutonico non sempre compreso, o ancora sarà l’invidia: sta di fatto che Sinner è costantemente messo in discussione dai media e dai soloni dei social. Nemmeno in questa stagione tennistica sono mancate le critiche, anche feroci, dentro e fuori dal campo. Noi restiamo fedeli alla linea e lo diciamo a chiare lettere: l’anno sinneriano 2023 è stato pazzesco, è dura chiedere di più ma noi lo faremo lo stesso.

A parte un periodo di appannamento che ha compromesso la stagione su terra post Montecarlo – infortunio a Barcellona, delusioni a Roma e al Roland Garros – e i primi tornei erbivori, Sinner ha fatto ciò che era in suo potere e anche di più. Difficile dire tutto senza trasformarsi in un elenco: i risultati sono tanti e di sostanza, dalle quattro semifinali mille (due finali e un titolo) alla semifinale di Wimbledon, ma il vero punto di svolta – o più che altro di rivelazione – è arrivato in quel di Pechino, quando Jannik è riuscito ad annichilire Alcaraz in semifinale per poi scardinare finalmente Medvi, la sua personale kriptonite.

Il best ranking della storia italiana al numero quattro Atp certifica il tutto ma Jannik che è puntiglioso ci tiene a ribadire la faccenda in terra austriaca: vendica sconfitte vecchie e nuove con Shelton e Tiafoe per poi infilare i due russi Rublev e Medvedev, entrambi molto in forma. Insomma il nostro ventiduenne di San Candido arriva a Torino con quattro titoli in saccoccia (Montpellier, Toronto, Pechino e Vienna) e una condizione psicofisica ottimale. Il cemento indoor gli è sempre piaciuto e il pubblico gli darà una spinta in più per provarci: la semifinale non è un miraggio, poi si vedrà. In ogni caso questa seconda volta alle Finals è bella, meritata e naturale; il suo posto è qua, così come nelle seconde settimane degli Slam e nei weekend dei masters 1000, il che non significa vincere oggi o domani, ma dopodomani sì.

3. Stefanos Tsitsipas

Momento top: la finale Slam raggiunta in Australia.

Momento flop: gli schiaffoni di Dominic Stricker al secondo turno degli US Open.

Programmi nel tempo libero a Torino: pranzi, cene e colazioni nelle più prestigiose cornici sabaude, ma solo per dare lustro al profilo Instagram di Paula Badosa.

Quante cose cambiano in pochi mesi. Riavvolgiamo il nastro fino a gennaio: nei tornei di preparazione all'Australian Open Stefanos Tsitsipas è il più in forma di tutti, il sorteggio lo proietta già in finale, dove lui approda in carrozza, bello come il sole, vestito di luce, frenato solo dalla furia del solito Novak Djokovic. È Tsitsipas la risposta al dualismo generazionale tra i due despoti dalla stessa capigliatura, e l'Happy Slam sembra dare questo verdetto in modo piuttosto chiaro. Ma è la risposta sbagliata. Fino a Parigi è il solito Tsitsipas, con qualche scivolone di troppo ma è quell'andamento sinusuoidale che un po' ci aspettiamo da lui, perde le partite che deve perdere, magari un paio che non dovrebbe perdere (Thompson a Indian Wells), ma tutto sommato tiene il passo che dovrebbe.

Poi il blackout, qualcosa lo frena, difficile dare una spiegazione logica nella complessità di uno sport così diabolico e irrazionale come il tennis, ma dall'estate il greco sembra un altro giocatore. Il trionfo a Los Cabos in Messico, unico titolo della sua stagione, è la sola luce nel bel mezzo di un periodo in cui Tsitsipas fa una fatica esagerata a mettere insieme due vittorie di fila. Quante cose cambiano in pochi mesi: dallo Tsitsipas che va in finale Slam (ve lo ricordate quando era un ostacolo insormontabile per Jannik Sinner?) allo Tsitsipas che viene sconfitto da Hanfmann, Eubanks, Stricker, Molcan. Non esattamente dei top 10.

Nelle ultime settimane però la forma del greco sembra in ripresa: le semifinali a Vienna e a Parigi Bercy raccontano che sono serviti Medvedev e la miglior versione di Dimitrov per batterlo, dimostrando comunque una crescita. Nei primi 8 ci è finito: ora quale versione di Tsitsipas vedremo a Torino?

4. Holger Rune

Momento top: a Roma contro Nole, Holger la vince da padrone, con il pubblico che sostiene il più debole, in quel caso Djokovic.

Momento flop: perdere 5-7 dopo aver mancato la palla break per andare 5-1 fa male anche al circolo con tuo cugino, figuriamoci nella finale di Montecarlo con Rublev.

Programmi per il tempo libero a Torino: andare in gita scolastica al museo egizio con il cappellino ma facendo lo scemo, toccare una mummia, far scattare l’allarme e finire in castigo (ringrazio Marco per l’immagine, della quale non mi libererò più).

Di alti e bassi se ne vedono spesso ma di rado si assiste a una metamorfosi repentina e struggente come quella che ha subito Holger Rune da Wimbledon in poi. Vero, non ha monetizzato granché in termini di titoli (solo il repeat a Monaco, con una rimonta epica sull’onesto Botic Van de Zandschulp) ma nei primi mesi del 2023 si è (im)posto con la sicurezza disarmante e anche un po’ arrogante del ragazzino che non teme nessuno e che reclama il suo posto nella tavola dei grandi.

L’atteggiamento in campo è stato a volte discutibile – e infatti discusso, dai piagnistei alle esultanze – ma sempre coraggioso e irriverente. I momenti belli sono tanti, e fra questi spicca la sfida di Roma con Djokovic. Chi ha visto Nole dal vivo lo sa: il carisma del serbo si taglia a fette e sono pochi quelli che non si lasciano intimorire; Holger è fra questi. Fino ai quarti di finale di Wimbledon il ragazzo pareva lanciatissimo, in molti lo ritenevano già davanti a Sinner e sulle piste di Carlitos.

La partita con lo spagnolo, però, ha in qualche modo tradito le aspettative e messo in mostra i limiti giovanili di entrambi, soprattutto del danese che giustamente ha perso. Poco male, se non che da quell’istante è cominciata una nuova e orripilante stagione: dieci sconfitte in undici partite, anche contro avversari abbordabili; un’emorragia che si ferma soltanto in quel di Basilea, dove Holger raggiunge la finale e perde la sfida fra delusi contro il redivivo Felix Auger Aliassime; la difesa del titolo a Parigi Bercy mostra qualche sprazzo ma si schianta contro Djokovic. Onestamente in questo periodo Rune è stato brutto brutto brutto che faceva quasi male guardarlo, ma si è guadagnato il pass per Torino nella prima parte di stagione e ci va con un livello bassissimo di pressioni e aspettative. Giocherà libero e chissà: come si è perso, può anche ritrovarsi.

Red group

1. Carlos Alcaraz

Momento Top: interrompe il dominio ventennale dei Fab Four battendo Novak Djokovic nella finale di Wimbledon.

Momento Flop: crolla in due set al secondo turno di Parigy-Bercy contro Roman Safiullin.

Programmi nel tempo libero a Torino: provare tutte le attrazioni degli stand fuori dal Pala Alpitour, ma non prima di aver riguardato almeno dieci volte la partita persa contro Safiullin.

Il 2023 di Alcaraz è stato l’anno delle conferme. Lo spagnolo si è imposto come vice-dominatore del circuito e principale candidato per la pesante eredità di Novak Djokovic. L’asticella ormai è talmente in alto che sono bastate sei sconfitte post Wimbledon – per altro quasi tutte arrivate nelle fasi finali – per instillare i primi dubbi nell’opinione pubblica. Cosa sta succedendo ad Alcaraz? si chiedevano in molti.

E in parte avevano anche ragione, perché ultimamente è sembrato meno incisivo del solito. Uno dei temi più caldi di questa edizione delle Finals è proprio lo stato di forma di Alcaraz, che quest’anno ha dimostrato più volte di essere l’unico vero avversario di Djokovic. Le partite a Wimbledon e a Cincinnati sono a mani basse sul podio delle migliori della stagione, con una vittoria per parte e un bilancio generale di 2-2.

Ad alimentare ancor di più il clima di incertezza ci ha pensato Roman Safiullin, che a Parigi-Bercy ha sconfitto Alcaraz per due set a zero. In quell’occasione, al di là dei problemi sul campo, lo spagnolo ha dato l’idea di non essere sereno. E per lui che è di gran lunga uno dei più spensierati non è certo una buona notizia.

In questo senso la formula del torneo fa perfettamente al caso suo. Non disputare sin da subito match da dentro o fuori può aiutarlo a ritrovare ritmo e serenità, le componenti che più gli sono mancate nelle ultime uscite. Da lì a vincere il torneo poi è un attimo. Quest’anno Alcaraz ha vinto sei titoli ATP, tra cui Wimbledon e due Masters 1000. E allora se c’è qualcuno che può negare a Djokovic l’ennesimo record, quello è di nuovo lui.

2. Daniil Medvedev

Momento Top: In versione “Clayvedev” sfata il tabù terra rossa e vince Roma.

Momento Flop: Solo dieci giorni dopo perde al primo turno del Roland Garros contro Thiago Seyboth Wild.

Programmi nel tempo libero a Torino: passeggiate decisamente troppo lunghe sotto la pioggia al Valentino, possibilmente litigando con qualche sconosciuto.

Eccolo lì, sconfitto dal rinato Grigor Dimitrov a Parigi-Bercy, che saluta il pubblico francese con un caloroso dito medio, dopo aver creato quella magica empatia di cui è capace. E poi subito in conferenza stampa, con il suo occhietto malinconico e quel sorriso mordace a dire “ma no, adorabili parigini, io mi stavo solo controllando le unghie”.

È il solito Daniil Medvedev, e ci arriva così alle ATP Finals, ma ci arriva anche dopo un 2023 di un livello indiscutibilmente altissimo, in cui ha portato a casa la bellezza di 5 titoli (tra cui due Masters 1000), ma ha anche perso 4 finali (tra cui la sua quinta finale Slam in carriera).

Unico a rimanere a contatto, in fatto di punti nella Race, con Djokovic e Alcaraz, il russo ha raggiunto l'apice della sua stagione quando ha scelto la pittoresca cornice del Foro Italico per conquistare finalmente il suo primo titolo su terra rossa (superficie per cui non ha mai nascosto il suo più sincero disprezzo), proprio nel momento in cui il suo 2023 sembrava celare il potenziale per diventare addirittura migliore di come poi non sia già stato.

Medvedev ha vinto tutti e cinque i suoi titoli nel giro di 3 mesi, da febbraio a maggio, lasciando intravedere addirittura la possibilità di insidiare la prima posizione. Da lì nessun trofeo, vero, ma comunque una costante dimostrazione di continuità, quella dei campioni, quella che lo sta consacrando nella top 3 mondiale. Campione nell'ultima edizione londinese del torneo, arriva a Torino con due finali negli ultimi 4 tornei disputati, perse entrambe contro quello che per lui sta diventando un rivale davvero scomodo come Jannik Sinner.

È il Medvedev che ciondola, che ti fa il verso, che litiga, che provoca, che sembra che la butti in caciara, ma che è sempre da prendere sul serio. Perché lui lo farà più di tutti quanti.

3. Andrey Rublev

Momento Top: vince a Montecarlo il primo Master 1000 della carriera.

Momento Flop: poche settimane dopo esce di scena al terzo turno del Roland Garros contro Lorenzo Sonego.

Programmi nel tempo libero a Torino: shopping aggressivo in Via Roma, provando tutte le giacche e le felpe possibili. Ovviamente con relativi post su Instagram.

Andrey Rublev ha appena trascorso la miglior stagione della sua carriera. È arrivato il primo titolo 1000 a Montecarlo, e più in generale la consapevolezza di potersela giocare con tutti ad armi pari. Persino con Djokovic, che a Parigi-Bercy è stato costretto al terzo set e a fine partita ha dichiarato: “Mi stava soffocato come un serpente fa con una rana, non l’ho mai visto così in forma”.

La metafora del soffocamento descrive perfettamente il tennis di Rublev, che quando è in giornata massacra il suo avversario di pallate. La sensazione dall’altra parte della rete è di continuo affanno; ti trovi a dover ributtare di là un mattone e subito dopo te ne arriva un altro ancora più forte. Rublev non offre il tempo tecnico all'avversario per riposizionarsi. A spingere però è sempre stato bravo. La grande pecca semmai era l’eccessiva monotonia tecnica e tattica. Tradotto: Rublev aveva poche soluzioni per fare male e parecchi punti deboli.

Ora però c’è di più. Insieme a Sinner, Rublev è il top player più migliorato. Ha affinato il servizio trasformandolo in un’arma letale – 16 ace contro Djokovic – e ha alzato sensibilmente la pericolosità del rovescio, che prima era un colpo pressoché di appoggio. Ma il passo avanti più significativo riguarda il suo rapporto con la rete; Rublev sembra più a suo agio a muoversi in avanti e meno inchiodato alla linea di fondocampo.

Ma nonostante questo è perennemente sottovalutato. In ogni torneo, che sia uno Slam o un Master 1000, Rublev non è mai considerato tra i candidati per la vittoria finale. E alla fine non esce mai prima dei quarti. Spesso si arrende contro quelli con una classifica migliore (quindi pochi), ma in fondo ci arriva sempre. Tante volte quel qualcosa che gli manca è soprattutto nella testa, ma anche lì ha fatto progressi.

Ed è qui che arriva la consapevolezza. I successi di quest’anno, in particolare quello a Montecarlo, lo hanno reso più convinto dei propri mezzi. Come ha sottolineato Djokovic, Rublev non è mai stato così in forma – finale 1000 a Shanghai meno di un mese fa – e Torino potrebbe essere l’occasione per uscire dalle retrovie e battere, finalmente, i primi quattro. Magari soffocandoli sportivamente come solo lui sa fare.

4. Alexander Zverev

Momento top: più dei tornei vinti, il ritorno in semifinale a Parigi, dopo un anno dall'infortunio contro Nadal.

Momento flop: il Generale Inverno: Mmoh, Huesler e Griekspoor sono tra gli avversari che lo hanno sconfitto tra i mesi di gennaio e febbraio.

Programmi nel tempo libero a Torino: tour dei locali a San Salvario con sfoggio di pellicce e catene inutilmente sfarzose, degustazioni notturne di vodka, autocompiacimento.

Inutile non partire da quella che sarebbe potuta essere (e forse un po' è stata) la sliding door non solo della stagione, ma dell'intera carriera di Sascha Zverev. Cosa sarebbe stato di lui senza l'infortunio in semifinale a Parigi nel 2022? Dove lo troveremmo oggi? Che cosa avrebbe significato questo 2023, se non si fosse fermato proprio nel momento che sembrava rappresentare il culmine della sua crescita (best ranking al numero 2 ATP)? Naturalmente non avremo mai una risposta a queste domande, ma quello che invece possiamo dire è che la stagione di Zverev non era per nulla scontata. Quanti tennisti abbiamo visto soccombere dopo infortuni seri come il suo, arrancando per tornare ai vecchi fasti, ma soffrendo le ricadute, i ritmi spietati che questo sport impone, la discontinuità dovuta all'inattività, finendo per arrendersi ad una scalata troppo ripida. Senza scomodare il calvario di Matteo Berrettini, basti pensare ad un campione Slam come Dominic Thiem, che a 30 anni pare definitivamente ridimensionato rispetto al suo livello pre infortunio.

Zverev, almeno per ora, sembra tornato del tutto in carreggiata e la sua stagione, al netto di alcuni fisiologici alti e bassi, è lì per dimostrarlo. Due tornei vinti (Amburgo sulla terra e Changdu sul veloce), ma anche il ritorno in semifinale Slam a Parigi, proprio lì dove il tempo per lui si era fermato, e l'ottimo livello raggiunto in generale nella seconda parte di stagione (semifinale a Cincinnati, quarti a Flushing Meadows) a certificare una condizione sempre in crescita.

Le settimane di avvicinamento alle Finals non sono state esattamente le più brillanti dell'anno per Zverev, ma il tedesco su queste superfici è pericolosissimo e poi, si sa, questo torneo lo esalta particolarmente: non tutti lo hanno vinto due volte.


  • Classe 2003. Ama i talenti inespressi e i giocatori ipertecnici. Ora studia Comunicazione e Società.

  • Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

  • Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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