
Amarcord: Juventus-Real Madrid 3-1
La partita che portò alla finale di Manchester una Juventus irripetibile.
Marcello Lippi è seduto in panchina, indossa il vestito grigio e una cravatta a righe da impiegato. Ha lo sguardo torvo e severo degli allenatori italiani di un tempo, vecchi saggi la cui vita è stata mangiata dal lavoro, da una ossessività fordista che li spingeva a fuggire dalla quotidianità. In quel momento Lippi ha 55 anni ma sembra più vecchio. Forse per i capelli bianchi, forse per l'aria austera di chi sa che non avrà tante altre opportunità del genere e si è lasciato andare a una lucida pacificazione con la vita. Da un decennio allena all'acme del calcio internazionale: si trova in una semifinale di Champions League ma non tradisce alcuna emozione. A pochi secondi dal fischio di Meier si accende un sigaro e scambia due chiacchiere con i collaboratori. L'aria è eccitante ma leggera. La regia stacca violentemente sul campo, dove il Real Madrid è in possesso di palla. Bruno Longhi in telecronaca deve ammonire: «Io vi ricordo: se fumi non vuoi bene alla tua salute». È un momento imbarazzante e contraddittorio: davvero nel 2003 si poteva ancora fumare a pochi metri da una partita di calcio professionistico? Se l'intento delle tv è compiere il rigoroso ufficio morale nei confronti del pubblico, perché la macchina da presa mostra Lippi a ogni interruzione?
Prima del calcio d'inizio la solita inquadratura di sguincio – in sottofondo l'inno della Champions si espande mogio mogio, l'assordante urlo da arena degli stadi moderni non è ancora arrivato – presenta i giocatori più cool del momento. Gianluigi Buffon, Raúl, Zinedine Zidane, Alessandro Del Piero. Li vediamo scorrere con i capelli bagnati da un gel demodé e maglie slabbrate che li contengono due o tre volte. Sul Delle Alpi il sole è tramontato ma c'è ancora una luce bucolica, che rievoca la stessa dolce nostalgia delle campagne dell'Italia di Chiamami col tuo nome.
Dopo l'addio all'Inter, per la prima volta Ronaldo torna in Italia da avversario.
Comincia in modo così spontaneamente italiano Juventus-Real Madrid, semifinale di ritorno della Champions League 2002/03, l'ultimo atto che separa dalla finale di Old Trafford. Il Milan, che dall'altra parte del tabellone ha eliminato l'Inter con due pareggi tormentati, aspetta uno sfidante.
È l'ultima Champions del dominio di squadre dell'Ancién Regime del calcio europeo. Di lì a qualche anno la rivoluzione culturale del gioco di posizione e della periodizzazione tattica avrebbe cambiato il modo di giocare, di vivere le partite. Non potevano esistere due squadre più nobili e conservatrici di Juventus e Real Madrid. Anche per questo è una semifinale unica: non avremmo visto più un calcio così stilisticamente novecentesco. Juve e Real avevano approcciato il nuovo millennio provando a passare nei solchi della propria storia: conservando quella natura profonda per un gioco di duelli, di qualità tecniche e agonistiche.
A guardarla oggi, Juventus-Real Madrid assomiglia a una forma di resistenza verso il calcio liquido della modernità: un gioco in cui la storia si manifesta nell'odore del sudore che perla le magliette chiuse nei pantaloncini, nei numeri sulla schiena che rispecchiano l'adesione alla tradizione del calcio. Un calcio che non esiste più.
Contesto
Il fischio d'inizio lo batte la Juventus e dopo un contrasto di Thuram a centrocampo la palla arriva già tra i piedi di Pavel Nedved in zona centrale, come attratta da un campo magnetico vorticoso. Quello sente la pressione di Flávio Conceição alle spalle e si gira sul lato cieco, aprendosi un fazzoletto di campo da cui imbuca per il taglio di Trezeguet. L'arbitro fischia fuorigioco ma è un'azione che definisce lo spirito burrascoso ed entusiasta della Juve di quella sera primaverile. E poi c'è lo stato di forma eccezionale di Nedved. Nel 2003 è nel momento magico della carriera: ha un fisico tonico e reattivo, il caschetto biondo che si appresta a diventare un'icona che riecheggerà come un feticcio nella memoria dei tifosi juventini. Quando i centrocampisti della Juventus riescono a innescarlo semina il panico nelle difese con una creatività originale. Nedved domina le zone centrali del campo con finezza, ma anche un atletismo fuori scala per il calcio di quegli anni. «Porto grinta, velocità e concretezza», aveva detto di sé.
Può sembrare strano che un trequartista parli così del suo talento, ma non deve sorprendere. Fino al 2001 Nedved aveva giocato da esterno e solo dopo l'incontro con Lippi ha accentrato la sua posizione per connettersi meglio con Del Piero e Trezeguet. Nella Juve è il ceco a modulare il ritmo della manovra: accelera come un ghepardo affamato in corridoi microscopici, da cui trova l'imbucata per gli attaccanti o la conclusione in porta. Chiuderà la stagione con 14 gol e 11 assist. Alcune giocate, come il gol in sforbiciata al Brescia o il tiro secco sul primo palo dopo una conduzione sospinta dal favonio contro il Barcellona, riflettono l'armonia che Nedved viveva con l'ambiente circostante.
Cinque giorni prima della semifinale contro il Real Madrid, la Juventus ha vinto lo Scudetto grazie al pareggio col Perugia. È stata una vittoria che ci abitueremo ad associare alla Juve degli anni '10: un dominio vessatorio nei confronti del resto del campionato, una supremazia senza scampo. L'estate prima Lippi è tornato alla Juve ed è già al secondo titolo nazionale consecutivo. Lo stesso allenatore che se n'era andato dopo aver perso lo spogliatoio con litigi sempre più violenti – qualcuno racconta incontri clandestini di boxe tra Lippi e Deschamps – e che pochi mesi dopo ha tradito la causa trasferendosi all'Inter, riaccolto dalla Juve come un vecchio amico.
Lippi ha restaurato la Juve innanzitutto dal punto di vista tattico. Dopo la vittoria della Libertadores 2023 della Fluminense contro il Boca Juniors, si parla molto del gioco relazionale architettato da Diniz. La risposta immunitaria al controllo ossessivo degli spazi e delle posizioni, insomma, che ha preso piede in Europa dall'epifania di Guardiola a Barcellona. Il Fluminense domina la partita ma senza ricercare l'occupazione deterministica delle posizioni: è una festa, come ha scritto Matthias Galbiati, un contesto tattico dove i giocatori sono liberi di associarsi anche a costo di rendere la squadra asimmetrica. Un calcio dalle soluzioni infinite, dove il controllo è in simbiosi col caos. È facile trovare diversi antesignani di questa visione caotica e artistica del calcio. La seconda Juventus di Lippi, per esempio.
Una squadra che allo stesso tempo sapeva leggere le partite con rigore tattico ed esprimere freestyle in attacco. Sulla carta giocava col 4-4-2 a rombo, ma in campo era l'asimmetria a prevalere sulle posizioni. Con Nedved trequartista, tutta la squadra ha guadagnato in fluidità. Le mezzeali, Zambrotta e Davids, ora si trovavano davanti ampi spazi da attaccare con e senza palla; se Thuram a destra poteva proporsi senza creare congestione sulla fascia, spesso anche Del Piero si allargava per creare 1vs1 col terzino di parte. La Juve aveva pochi perni fissi in campo: i due difensori centrali, Tudor e Montero contro il Real Madrid; il mediano, Tacchinardi; e la punta centrale, Trezeguet.
Intorno a questo telaio, indispensabile sia per riaggredire l'avversario con ferocia una volta persa la palla sia per rinculare e difendere in basso nel campo – la Juve era stata la migliore difesa in Serie A sia nel 2001/02 che nel 2002/03 –, si intrecciava la libertà di movimento delegata a centrocampisti e attaccanti.
Al 4' c'è un bel recupero di Del Piero: da dietro ruba il tempo a Cambiasso e apre il campo alla progressione di Zambrotta, il suo passaggio però è lungo e non innesca Nedved. È un pattern ricorrente: la Juve difende con un blocco medio-basso che non si trasforma in passività. Da Tacchinardi in avanti tutti i giocatori sono vigili e aspettano solo un errore avversario per alzare il pressing e contrattaccare.
L'atteggiamento ostruttivo aveva creato polemiche tra i giornali spagnoli. La Juventus aveva difeso a lungo nell'area di rigore anche a Barcellona, nel ritorno dei quarti di finale: pur vincendo con un gol di Zalayeta nel secondo tempo supplementare era stata accusata di giocare un catenaccio immorale. Era passata come la solita squadra italiana che gioca a svuotare di senso una partita di calcio, un covo di nichilisti che vuole mantenere il controllo senza toccare il pallone.
La semifinale col Real è la prova più evidente che non fosse proprio così. Qualcuno potrebbe obiettare che in fondo c'era poco da difendere: all'andata la Juve aveva perso 2-1 e, pur fregiandosi di un gol in trasferta, avrebbe dovuto vincere il ritorno per arrivare in finale. Al Bernabeu era bastata una zampata di Trezeguet su un rimpallo incerto per pareggiare il gol di Ronaldo, poi Roberto Carlos aveva incrociato il tiro della vittoria al a poco più di un quarto d'ora dal termine.
Una suonata di Bach, un film di Leone
A Torino la storia è diversa, e l'impatto mentale della Juventus sembra mettere in soggezione il Real Madrid, che è schierato da Del Bosque con il 4-2-3-1. Raúl – al debutto da titolare dopo l'operazione all'appendice di tre settimane prima – è l'unica punta con Guti a galleggiare nei corridoi intermedi alle sue spalle; Zidane il finto esterno a sinistra, dove cede l'ampiezza alla furia di Roberto Carlos; mentre il binario di destra è il campo di un duello western tra Figo e Birindelli. A centrocampo la new entry Cambiasso – indisponibile Makélélé – affianca Flávio Conceição davanti a una linea di quattro: Salgado a destra, Hierro e Helguera centrali. In porta c'è, come di lì a un decennio, il 21enne Casillas.

Al 6' la prima occasione del Real arriva su calcio piazzato. Pochi metri oltre il centrocampo, Davids entra a piedi uniti su Guti e lo fa volare come un bambino spinto dal padre sull'altalena. La regia lancia il replay e la violenza del tackle di Davids a rallentatore se possibile aumenta. Quando la visuale torna in campo, l'aria sembra appesantita dallo sguardo di Roberto Carlos verso il pallone.
Sono passati sei anni da quella punizione contro la Francia, e in più la distanza è quasi proibitiva – siamo oltre i 35 metri. Roberto Carlos calcia una parabola diabolica: la palla esce dal suo collo esterno in preda a un effetto perfido a rientrare. La gamba si stacca dall'erba disegnando un angolo acuto e il tiro è così potente da intimidire il tuffo di Buffon, che si ritrae all'ultimo, come spaventato dal sibilo della palla accanto al palo esterno. L'anno prima Roberto Carlos ha vinto il Mondiale, la Coppa Intercontinentale, la Liga. È uno dei giocatori più influenti del Real Madrid, un terzino-regista ante litteram.
La Juve accetta i rari momenti di sofferenza con serenità. Il suo gioco con la palla è essenziale e preciso: appena può cerca di andare in verticale per allungare il campo e creare gli 1vs1 da sfruttare in velocità. Accerchia il Real da qualche minuto ma ha prodotto solo un tiro velleitario di Nedved da fuori e un avvitamento di Del Piero, finito alto sopra la traversa dopo la riaggressione di Zambrotta.
Ogni zona di campo tracima di talento, ma sono due estetiche opposte. Il Real Madrid ha la bellezza e la potenza di una scultura di Canova: Zidane, Figo e Raúl si scambiano la palla ed è come se suonassero Bach, vestiti di un bianco patrizio che ci ricorda la loro purezza. La Juve invece gioca con attaccanti che sembrano predoni, pronti a sgonfiare la palla mentre è ancora tra i piedi dei Galacticos: vince i contrasti grazie a mediani cinici e sporchi come l'uomo senza nome nella Trilogia del denaro di Sergio Leone.
Il Real è in campo con l'ingenuità che si incrocia con una sensibilità artistica unica, la Juve con la spietatezza di uno spirito iper-realista.
La partita prosegue su ritmi altissimi. Al 12' la Juventus manovra sulla trequarti quando Zambrotta serve nel corridoio interno di destra Tacchinardi. Il mediano alza un campanile antipatico per un centravanti: Trezeguet si aggrappa a Hierro e riesce a staccare per Nedved, che si defila a destra con la forza nelle gambe che portava Lippi a dire: «corre anche quando dorme». Nedved crossa sul secondo palo, dove Del Piero chiude una sponda succulenta per il taglio al limite dell'area piccola. È la tipica stoccata di David Trezeguet, uno di quei gol brutti per cui i centravanti vivono per prendersi a gomitate con i difensori. Cambiasso e Casillas chiudono lo specchio della porta, ma c'è un modo di combattere la natura?
Il rapporto amoroso con il gol di Trezeguet era una cosa rara, che fatichiamo a ricordare oggi che agli attaccanti chiediamo innanzitutto di essere educati tecnicamente, capaci di dialogare coi compagni per aiutare la costruzione della manovra.
Trezeguet segnava in tutti i modi: di testa, di destro, di sinistro. Vedeva i palloni vaganti nel cuore dell'area di rigore come un affare personale, ci riversava dentro tutto se stesso. Faceva gol "di rapina" ma aveva anche una tecnica peculiare. Spesso ci ricordiamo dei suoi gol di testa, e in effetti è stato un cecchino in quel fondamentale. Allo stesso tempo dobbiamo ricordarci di come usava il corpo per coordinarsi e calciare anche da posizioni complesse, con tiri così secchi e potenti che potevano essere usciti da un episodio di Holly & Benji. Trezeguet era il centravanti della Serie A per antonomasia.
La telecamera inquadra la panchina della Juventus in estasi, Lippi alza le braccia con uno charme di un'altra epoca. Si porta il sigaro alla bocca e fa un tiro, un istante di relax in un centinaio di minuti di logorio. La Juve ha capitalizzato un approccio predatorio con la tecnica e l'istinto profondo per il gioco dei suoi attaccanti. Il giorno dopo su La Stampa Roberto Beccantini scriverà che la Juve del primo tempo assomiglia a «un chirurgo che opera, sì, ma a ritmo di rock, il bisturi che passa vorticosamente di mano fra Nedved, Del Piero e Trezeguet».
Galacticos
Il Real reagisce imbastendo un palleggio flemmatico sulla trequarti. Al 19' Zidane e Guti si scambiano la palla con continui e cadenzati toco-y-me-voy, un'azione che può portare al tiro il francese ma che viene interrotta dal fallo di Birindelli. Dopo il gol di Trezeguet, la Juve ha abbassato il baricentro e recupera la palla solo quando i difensori rompono la linea per anticipare l'avversario. Non sono casi isolati: Thuram ha la licenza di mangiare le caviglie di Zidane e far viaggiare il pallone sulla fascia con l'aiuto di Zambrotta; Montero e Tudor non sono mai stati così in forma e spesso aggrediscono Raúl ben oltre il centrocampo.
Al 23' un giro palla porta Figo sul centro-destra a calciare un tiro sporco, che per una deviazione finisce tra i piedi di Guti. L'azione è decisiva. Guti aggancia la palla con ingenuità, forse si fa distrarre dalle mani protese della difesa della Juve, che chiede al guardalinee di fischiare il fuorigioco. Guti sbuccia il pallone, un rasoterra che parte dall'altezza del dischetto del rigore destinato all'angolino destro.
Una sentenza.
In quel momento, però, il tempo si freezza. Buffon piega la gamba sinistra a terra per proteggere la porta, il suo feticcio. Ha 25 anni ed è possente come un templare diretto a Gerusalemme per mettere in salvo il Graal.
La Juve vuole difendersi bassa per ripartire in contropiede, ma sembra intimidita. Nei cinque anni precedenti il Real ha vinto tre Champions, non fermandosi mai prima delle semifinali. Vive un momento di appannamento dovuto agli infortuni – in Liga ha perso il primo posto dopo le sconfitte ad Anoeta con la Real Sociedad (4-2) e al Bernabeu col Mallorca (1-5) – ma è la squadra più forte del mondo. Trezeguet placca una discesa di Salgado con una forza spropositata, come se giocasse a rugby e il terzino del Real fosse la palla da portare in meta; Tudor intimidisce Guti con un calcio da dietro splatter; Tacchinardi è l'uomo ovunque sulle linee di passaggio dei Blancos, ma se non può intercettare va sull'uomo.

Sulle colline del Delle Alpi, prima del fischio d'inizio di Maier, c'era un tramonto dolce. Adesso una foschia neo-noir ha preso il centro della scena: è il campo di Juventus-Real Madrid o il ring di Toro Scatenato?
La squadra di Del Bosque palleggia al limite dell'area juventina ma non trova lo spazio giusto. Si limita a solcare la fascia con Figo e Roberto Carlos, dispensatori di cross che cadono docili nelle mani di Buffon. Al 30' una punizione da destra di Figo finisce alta sulla traversa: è tutto ciò che il Real produce.
Se il Real Madrid avesse un volto sarebbe quello di Zinedine Zidane. La sua aria scocciata dalla brutalità che la Juve infonde ai contrasti, l'estetica dei suoi passi da ballerino impossibile, la maglietta nei pantaloni come se stesse indossando un vestito di tweed. Eppure la sua è una bellezza fragile, il 14 maggio 2003. Anche se le azioni più pericolose nascono dalla sua mente, non si trova mai in zona di rifinitura.
Succede invero per la prima volta verso fine primo tempo. La leziosità del Real distrugge potenziali occasioni al limite dell'area, ma per una volta Guti trova Figo nel mezzo spazio di destra, dove sfugge a Birindelli. Il portoghese ferma i giri della palla con l'esterno del destro. Quando conduce, Zidane si ingobbisce ed è anche questa stonatura atletica che lo rende unico. Con una croqueta felina salta anche l'arbitro Meier, scivolato davanti a lui. Pochi metri dopo Zizou mette il piede sotto il pallone e lo scava come una provocazione. È una giocata effimera, visto che Buffon era posizionato bene tra i pali. Il cucchiaio di Zidane non c'entra nemmeno lo specchio, ma suona come un avvertimento alla difesa della Juve: io sono qui, io sono Zidane.
Mai doma
La fine del primo e l'inizio del secondo tempo sono in stretta connessione: lo sfogo sinuoso del Real non ha prodotto azioni pericolose, linfa vitale per il coraggio della Juve. I bianconeri tornano a costruire con leggerezza, con passaggi corti e veloci. È la frazione in cui sale in cattedra Lilian Thuram, capace di conservare il pallone dal pressing e strappare in velocità con la naturalezza di un attaccante. Al 40' un trick eccitante: Thuram scherza Guti con la suola, nascondendogli la palla nell'istante in cui quello affonda il tackle per soffiargliela. Nella stessa azione, per frustrazione e vendetta, Guti atterra Zambrotta con un fallo talmente plateale da costargli i fischi dello stadio per il resto della partita.
Tra tutti i trequartisti degli anni Duemila, nessuno somatizzava come Guti le giornate in cui l'ispirazione veniva meno e sembrava soffrire del blocco dello scrittore. Contro la Juventus a Guti non è riuscito quasi niente: dalla sua faccia è chiara la rabbia repressa che cerca di sbollire prendendo a calci chiunque gli capiti di fronte. Guardate questo sorriso sinistro, ad esempio, quando si scusa con Zambrotta per il fallo.

La Juve non ha abbandonato il suo calcio fatto di relazioni profonde. Intorno al 25' Nedved è scappato sulla fascia dopo un bel passaggio di Del Piero e per poco Trezeguet non ha girato in porta con una rovesciata un pallone avvelenato: troppo indietro per colpirlo di testa, troppo alto per stopparlo. Dieci minuti dopo è stato Davids a sporcare i guanti di Casillas, in una di quelle serate dove un portiere non può mai dirsi al sicuro.
Ogni volta che la Juve alza il ritmo del pressing crea un pericolo al Real. Accade alla fine del primo tempo: un feroce anticipo di Tudor su Zidane alza una parabola impossibile da riprendere per la regia. La palla scompare dall'inquadratura: Tudor l'ha voluta scoppiare, chissà se per sopprimere il pericolo di una giocata ineffabile del Real o per puro desiderio di annichilimento. Poche altre volte nella sua carriera Tudor è stato così decisivo: un suo gol nel girone contro il Deportivo La Coruña aveva portato la Juventus ai quarti di finale, mettendo fine a un cammino ostico.
La palla ricade a terra come un masso lanciato da un grattacielo in fiamme. Ho scritto che ricade, ma in realtà è sbagliato. Nel momento in cui capisce dove è diretta, Del Piero si pianta col busto e si allunga con il piede destro.
L'aggancio è così anomalo da zittire il pubblico. Del Piero, che per controllare ha dovuto voltare le spalle a Hierro, si gira e appoggia la suola sul pallone. La prima volta finge di rientrare sul destro, poi sterza sul sinistro e Hierro è attento, va in spaccata per inibire a Del Piero lo specchio della porta. Allora il capitano della Juventus rinuncia al piano originale – voleva calciare di sinistro? crossare per Trezeguet? – ed è costretto a caricare il destro. Del Piero calcia in anticipo, un destro che ha una vena chirurgica e che passa sotto le gambe di Salgado.
È l'esultanza più iconica nella storia della Champions juventina. Del Piero che scivola sull'erba, con il busto all'indietro e la bocca che si contorce in un urlo di godimento. Ci siamo dimenticati l'effetto che producono le giocate dei grandi numeri 10, artisti che si aggirano per il campo afflitti da una vaga tristezza, che compiono il loro talento nei momenti più delicati. Per tutto il primo tempo Del Piero è stato un cacciatore di taglie, ha pensato a rubare la palla ai difensori del Real più che a inventare qualcosa. Un istante prima era ferro, quello dopo si è fatto piuma.
I tifosi della Juventus ricordano due versioni di Del Piero: quella antecedente e quella posteriore all'infortunio patito al ginocchio nell'ottobre del 1998. Il capitano della Juve era stato fuori quasi un anno e al suo rientro sembrava aver perso una frazione di secondo in progressione. Per certi versi, Del Piero ha sottilmente modificato il suo stile di gioco: quello che domina contro il Real Madrid è un attaccante puro, che lavora contro i difensori usando la forza nelle gambe e non più tanto la reattività. Tiene il pallone, lotta per far salire la squadra.
Trezeguet non avrebbe potuto desiderare un partner più completo. Dal ritorno di Lippi Del Piero gioca due stagioni ottime: nel biennio 2001-2003 segna 32 gol in campionato, regalandosi nuove speranze di centralità anche in Nazionale per l'Europeo dell'anno dopo. È per gol come questo segnato al Real Madrid, e per le sue giocate di una fantasia puerile, che il Santiago Bernabeu si è alzato in piedi ad applaudire Del Piero cinque anni dopo, nella partita dei gironi giocata in Spagna nel novembre del 2008.
La camera torna a inquadrare la panchina: mentre passeggia in direzione opposta a quella dei festanti che vanno ad abbracciare Del Piero, Lippi si porta di nuovo il sigaro alla bocca. Fa un altro tiro: la Juve sta vincendo 2-0.
Il segreto di Ronaldo
Le squadre rientrano in campo dopo l'intervallo e l'attenzione di pubblico, telecronisti, forse anche giocatori, è riposta nel riscaldamento di Ronaldo. Lo vediamo quando il gioco si ferma: la pettorina rossa restituisce l'idea di un calcetto improvvisato, la genuinità di Ronaldo che sembra amatoriale. La Juventus continua a pressare alto il Real, a stringerlo in una morsa di gioco ad alta intensità, eppure a bordocampo si polemizza su dove Ronaldo sta facendo stretching, quale zolla d'erba ha battezzato per rinfrescare membra già usurate.
«Ronaldo è l'unico a scaldarsi, probabilmente verrà fatto spostare perché troppo a ridosso del campo. Comunque sembrerebbe poter entrare da un momento all'altro» dice Gianni Balzarini, ed è facile riconoscere nel suo filo di voce la paura che fa quell'uomo tozzo e annoiato a pochi metri da lui.

Il momento è il 52'. Del Bosque richiama in panchina Flávio Conceição per il Fenomeno: Guti scala a centrocampo e il Real gioca con due punte vere in attacco. Ronaldo ci mette poco per infiammare l'atmosfera. Passano pochi secondi e Zidane lo cerca alle spalle di Montero:Meier fischia un fuorigioco netto ma Ronaldo ci tiene a scaldare le polveri e calcia un mancino arcuato verso Buffon. È attento.
Da calcio d'angolo una frustata di Del Piero sul pallone sorprende l'uscita di Casillas ma sul secondo palo Trezeguet non riesce a centrare la porta in acrobazia. Passa una manciata di minuti e Lippi deve utilizzare un cambio: Birindelli non ce la fa, a sinistra entra Pessotto. È uno spicchio caotico di partita. Le squadre sono lunghe e gli attacchi a testa bassa. Bruno Longhi lo nota, commenta: «è aumentata l'intensità anche sul piano squisitamente atletico».
In questa confusione la palla sembra attratta da Alessio Tacchinardi, un mediano dal gioco duro, mentale, rognoso. Tacchinardi gioca con il 3, come se anche la schiena volesse comunicare la sua importanza difensiva. Al 63' Meier lo ammonisce per un tackle scoordinato su Cambiasso ma il suo atteggiamento non cambia: frappone ogni parte di sé tra la palla e i giocatori del Real, incaricato di tenere insieme i cocci della trequarti difensiva della Juve senza che Zidane o Ronaldo trovino un cunicolo attraverso cui passare.
Il Real Madrid consolida il possesso ma non si vede mai dalle parti di Buffon. La fisicità della Juventus, unita a un pressing dal timing preciso, stizzisce i migliori giocatori dei Blancos. Poche volte la Juve si porta il Real nella propria area di rigore. Se il pallone non è intercettato al centro da Tacchinardi, è subito il centrale di parte a uscire: il blocco difensivo staziona sulla linea dei sedici metri, così da mettere in fuorigioco i possibili tagli di Figo e Raúl.
Eroe in rosa
A metà del secondo tempo Roberto Carlos trova Zidane sulla trequarti con una rimessa lunghissima. Il francese la passa a Ronaldo di tacco e l'azione si imbottiglia in un paio di contrasti. Cambiasso recupera la palla e ci scivola sopra, allora la difesa della Juve avanza – come ha fatto sempre durante la partita. Il passaggio di Cambiasso è efficace, però, e trova Ronaldo dentro l'area. Si sa già tutto. Ronaldo sgasa portandosi avanti la palla con la stessa grazia avvelenata dalla potenza fisica che mostrava prima dell'infortunio. Montero entra in scivolata e prende solo la caviglia.
È il primo spunto nella partita di Ronaldo. Un mese prima ha segnato tre reti a Old Trafford, in Liga chiuderà la stagione a 23 gol, un anno prima ha vinto un Mondiale in cui gli spettatori erano sorpresi già solo di vederlo camminare. Ronaldo nascondeva un segreto in queste accelerazioni impossibili per un fisico tarchiato, oltre che dilaniato da contratture muscolari e fratture ai tendini.
Il mistero di Ronaldo è l'irrazionalità per cui amiamo il calcio. È la meraviglia il vero motivo per cui deleghiamo allo sport importanza per la nostra esistenza. Per pensare a quanto è inspiegabile che un essere umano si muova così: dolce e cannibale, poeta e omicida.
Buffon para il rigore a Figo come per natura: legge la rincorsa dell'ala portoghese, si tuffa in anticipo, respinge sulla fascia. È un atto di dominio. «Questa finale ce la siamo meritata» dirà a fine partita e in quel momento sembra urlarlo a tutto il Delle Alpi. Negli occhi di Buffon c'è la fame di arrivare, di chiudere i conti, di vincere ancora un'altra singola partita, di mettere un punto che gli rimarrà sospeso per il resto della carriera. «Ero quasi sicuro di vincere» ha detto Buffon sulla finale di Manchester nel documentario di Dazn Stavamo bene insieme.
Sul calcio d'angolo successivo è Helguera a sfiorare il gol con un colpo di testa secco, che sfiora la traversa. La Juventus è in difficoltà. Del Piero scende sulla linea dei centrocampisti per rallentare il tempo, dare la pausa alla manovra, respirare. Si prende un paio di falli duri, da Hierro e Roberto Carlos, ma questa apparente calma interiore – dico apparente perché è proprio Del Piero a confessare: «dobbiamo dirlo: poteva passare anche il Real» – si trasferisce dal capitano a tutta la squadra.
Per dieci minuti non succede niente, il Real Madrid ha i nervi a fior di pelle. Quando Trezeguet lavora un lancio lungo della difesa con il petto è aggredito da Helguera e Roberto Carlos, che lasciano sguarnita la linea. Trezeguet appoggia a Zambrotta, che arpiona con il ginocchio e spazza in verticale. Sembra una palla persa. Ma Pavel Nedved corre anche quando dorme, no?
L'estasi, il dramma
«È buona! È buona!», l'entusiasmo dei commentatori accompagna la furia di Nedved nell'attacco alla porta. Fino ad allora era scomparso dalla partita, dirottato largo a sinistra nell'attacco a tre. Ha avuto pochi palloni giocabili e soprattutto poco spazio in cui correre con la fanciullezza di Forrest Gump. Pavel Nedved è stato il primo numero 10 a essere costruito per andare via in velocità, per essere una scossa elettrica della sua squadra e non più un accentratore. Se Del Piero sapeva rallentare il tempo con la palla come i trequartisti di una volta, Nedved vuole incendiarlo. Aspetta che la palla rimbalzi appena dentro l'area di rigore, prima di calciare un esterno destro dirompente, placato dall'impatto con la rete della porta. Mentre esulta i capelli di Nedved volano al vento e nel cuore dei tifosi della Juve, epitome di uno splendore irripetibile.
Che sia un momento di estasi che non tornerà lo si intuisce quasi subito. Nei minuti regolamentari succede ben poco: nel Real entra McManaman per Cambiasso, nella Juve Camoranesi per Trezeguet. Al 90' Zidane segna un bel gol di interno collo, un'azione fulminea attorno allo spigolo sinistro dell'area della Juve. Ma anche nell'assedio finale il Real è confuso, sfilacciato: «Mi è dispiaciuto soffrire, abbiamo stradominato» dice Buffon nel post-partita. Un cross interessante di Figo è preda dell'anticipo di Thuram su Ronaldo; un altro filtrante di Figo è vanificato dal fuorigioco.
A quel punto la partita è persino passata in secondo piano.
La faccia di Nedved è indecifrabile, oscurata dalle sue mani e dal ciuffo bagnato. Prima alza una mano verso l'arbitro, si alza in piedi ed è come se le gambe non gli reggessero più. Nedved cade accovacciato sul terreno di gioco: il mondo ha perso di significato, tutta la bellezza sregolata con cui aveva calciato la palla servita da Zambrotta è scomparsa. Urs Meier gli sventola il cartellino giallo. Nedved non giocherà la finale di Manchester tra Juventus e Milan. Quanto è fuggevole la gioia e quanto prolisso è il dolore. Perché Nedved ha fatto quel fallo inutile e cattivo su McManaman? Ce n'era bisogno? Lippi avrebbe potuto sostituirlo prima, memore della sua diffida? Perché la UEFA non ci aveva pensato prima, a cambiare una regola così annichilente per lo spettacolo calcistico? Senza Nedved la Juventus ce l'avrebbe davvero fatta a vincere quella Champions League? Arrivati ai rigori di Manchester sarebbe stato decisivo lui stesso, o con Nedved in campo non si sarebbe neanche arrivati fino a quel punto? Avremmo visto una finale più aperta e sensuale, ricca di spettacolo?
Domande a cui in parte ha risposto il tempo, in parte inesauribili. Domande che tormenteranno i tifosi della Juventus allo stadio o davanti alla tv il 14 maggio 2003. Dopo la partita Marcello Lippi si sforza di essere serafico e imperturbabile: «Ci fa piacere di essere tra quelli che hanno portato il calcio italiano a godere della giusta considerazione. Abbiamo vinto più per le grandi motivazioni». Anche quando gli chiedono di Nedved abbozza: «Non ci voleva, ma sono cose che possono capitare».
«Sono deluso, tanto deluso. Da una parte sono felicissimo per la prestazione della squadra, ma in finale non ci sarò: è dura da accettare» dice Nedved. «In quell'azione non ho pensato, ho sbagliato, sono andato a terra... cosa che di solito non faccio». È un fallo strano da guardare, in cui Nedved cerca di fermare McManaman con cattiveria indomabile, dandogli un calcio quando è già caduto a terra per entrare in contrasto mentre l'altro è rimasto in piedi. Nedved non giocherà più una finale di Champions.

Nel 2003 Pavel Nedved vince il Pallone D'Oro, ma neanche questo riesce a consolarlo fino in fondo. «Io pensavo alla Coppa con quelle orecchie grandi...». La vittoria contro il Real Madrid ci ha mostrato una Juventus spregiudicata, intensa, capace di ferire essendo sporca e sublime. Contro il Milan in finale sarà diverso: Lippi sostituirà Nedved con Camoranesi ritornando al 4-4-2, la partita sarà bloccata per tutti i 120'.
In qualche modo anche una delle migliori partite in Champions League della Juve contiene qualcosa di drammatico. Forse è il rapporto stesso della Juve con la competizione a essere vicino alla morte, alla negazione di ogni sentimento positivo. Oggi, che è esclusa per un anno dalle coppe europee, i tifosi si stanno accorgendo che anche una grandezza mutilata è una forma di grandezza.
Mi fa tornare in mente una frase scritta da Jean-Luc Godard in un intermezzo del suo film Masculin féminin: «Non è questo il film totale che avremmo voluto fare o forse, più segretamente, quello che avremmo voluto vivere». Juventus-Real Madrid non è la partita con il finale che i tifosi della Juventus desideravano vivere, ma è anche tra le partite più entusiasmanti che abbiano vissuto. Una cristallizzazione del tempo in cui il dolore si è insinuato nel punto più alto del piacere.
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