Vittoria Bussi
, 7 Novembre 2023

50,267 chilometri, intervista a Vittoria Bussi


Il Record dell'Ora è solo una tappa del percorso di Vittoria Bussi. Ne abbiamo parlato con lei, dal metodo di lavoro a un'auspicata rivoluzione culturale.

"Perdonate il ritardo". Le prime parole di Vittoria Bussi nel collegamento programmato dicono già tutto. Perché meno di 100" - di questo si trattava, nemmeno un paio di minuti - sono difficilmente definibili ritardo, ma per l'attuale detentrice del Record dell'Ora femminile assumono un peso diverso alla norma.

Laureata al classico, laureata in Matematica e dottoressa a Oxford come ricercatrice in Matematica Pura, la 37enne romana è tornata a essere la donna col motore più resiliente del ciclismo mondiale: già il 13 settembre 2018, al terzo tentativo, è riuscita a superare il primato di Evelyn Stevens (47.980 km, Colorado Springs) e abbattere per prima la barriera dei 48 km ad Aguascalientes (48.007 km).

A poco più di 5 anni di distanza, sempre nel velodromo del Messico centro-occidentale e con un paio di ritocchi ulteriori del Record da parte di cicliste professioniste (Joscelin Lowden ed Ellen van Dijk) a fungere da ulteriore propellente, Vittoria si è migliorata di oltre 2 km/h, fissando la nuova barriera ai 50.267 km percorsi il 13 ottobre 2023. Dentro al percorso che ha portato un'atleta ad aumentare la propria prestazione al massimo livello senza il supporto e i privilegi del professionismo e accanto allo sguardo di una donna capace di guardarsi attorno e oltre la propria realtà, la potenza simbolica di Vittoria non passa certo inosservata.

Innanzitutto, come stai? Fisicamente e mentalmente, ovviamente…

Più stanca di prima, se si può dire. Perché è una vita a cui non sei abituato: programmi il record, sai quello che ti aspetta, poi dopo c'è questa sorpresa, questa ondata di persone che vogliono parlarti e conoscerti. Mi ero ripromessa “Ok, rimango a casa, non mi muovo più, odio gli aeroporti, sono stanca di fare la valigia”. invece mi ritrovo ancora con la valigia, borse e quant'altro in giro. Stanca, però contenta.

Un momento di scarico a livello di allenamenti, però il caso più recente è quello di Jonas Vingegaard: dopo il Tour de France ha detto che non è stato in grado di gestire tutto quello che c'era dopo il raggiungimento del risultato.

Sì, effettivamente è così: noi atleti siamo abbastanza fragili, siamo basati sulla routine e la programmazione, siamo anche abbastanza abitudinari. Quando succedono tutta una serie di eventi e sei in balia, ti arriva la telefonata “Ah, vorrei invitarti qua”, poi ti arriva un'altra telefonata: “No, vieni di qua” e cominci a non essere quasi più il padrone di quello che fai. Ovviamente poi arriverà un momento in cui ci si preparerà per nuovi obiettivi.

Vittoria Bussi in bicicletta mentre tenta di battere il record dell'ora ad Aguascalientes, Messico.
(Foto: Tania Marques)
E quali sono, a proposito, questi nuovi obiettivi? Non solo a livello strettamente di prestazioni, ma nel breve e nel lungo termine?

Stiamo un po' valutando il tutto: bisogna ritrovare un nuovo equilibrio, nuove priorità, dare il giusto spazio poi anche ad altro. Ovviamente il record è stato la priorità per un paio di anni, adesso c'è magari la famiglia, un lavoro anche al di fuori del ciclismo. Ma non vuol dire che smetterò di allenarmi e di pensare a nuovi obiettivi.

Cercando alcune tue interviste precedenti al secondo Record di Aguascalientes si trovano legittimamente delle ambivalenze sul tuo rapporto col risultato: anche tramite il manifesto di Road2Record parli di insegnare ad andare oltre al risultato, ma allo stesso tempo hai affermato che il raggiungimento di un risultato dia una gratificazione che l'assenza dello stesso non potrebbe dare. Come riesci a dare equilibrio allo sforzo fatto per raggiungere un obiettivo dal valore che questo ha a prescindere?

È una domanda abbastanza centrale in tutta la parte psicologica che guida questo lungo percorso. Come atleti e in generale nella vita, siamo sempre sottoposti ad aspettative importanti che diamo su noi stessi: nel momento stesso in cui ci poniamo un obiettivo cominciano le aspettative. A scriverlo, di andare oltre, è facile. Ma non ho problemi ad affermare che la mia psicologa, la dottoressa Geda, mi ha fatto crescere proprio a livello personale. Io ho sofferto sempre di sindrome dell'abbandono: in soldoni, mi sembra che se non ottengo questo risultato, chi è intorno non mi vuole più bene, va via.

Era una questione piuttosto radicata in me: non ti nego che se non avessi ottenuto quello per cui ho lavorato tanto sarebbe stato molto pesante, però in questi anni ho cercato di fare proprio tesoro del percorso in modo tale che nel caso in cui non raggiungessi il risultato che speravo, comunque non avevo perso tempo nella mia vita. Avevo comunque dato qualcosa in più a chi ha lavorato per me, a chi mi era intorno, a chi mi seguiva. Il tempo alla fine è anche un po' il fil rouge di tutto: se hai tempo infinito, fallisci una cosa e puoi riprovare altre n volte finché non la ottieni.

Se fossi immortale proverei il record dell'ora magari 10 volte, 15: porci un limite di tempo significa avere un numero limitato di volte. Nel caso del Record dell'Ora è difficile provarci più di una volta, per tutti i costi e quant'altro: questo aumenta le pressioni che uno ha, il tempo è limitato. Ho cercato di sfruttare questo tempo, di preparare il record per dare qualcosa a chi mi è intorno e a me stessa.

Queste le immagini del primo Record ottenuto da Vittoria. Lì erano stati 48.007 km, oggi sono 50.267 km.
All’inizio del 2023 avevi aperto una raccolta fondi su gofundme (le donazioni sono ancora aperte, ndr) affinché qualsiasi privato, nel suo piccolo, potesse contribuire al sostentamento dei costi di un tentativo di Record che non ha avuto appoggio da parte della Federazione Ciclistica Italiana. È corretta l’impressione che più dei costi economici avresti accettato volentieri un sostegno a livello di ottimizzazione burocratica, a livello infrastrutturale? Poteva essere una maniera diversa di comunicare la richiesta rispetto a quella veicolata da alcuni titoli della stampa?

Assolutamente, si è centrato il punto: alla Federazione non ho mai chiesto soldi, perché è stato a tutti gli effetti un tentativo privato. La FCI non è tenuta obbligatoriamente dar soldi a chiunque è tesserato. Non ho mai chiesto soldi, sarebbero arrivati indirettamente già avendo l'ingresso in pista a Montichiari, ma non avendo una pista di riferimento, si inizia a viaggiare: i costi dell'affitto del velodromo, quelli di un affitto di una casa nei pressi del velodromo, quelli del viaggio… Tutte cose che sicuramente mi hanno fatto perdere tempo e soldi. Non è una polemica: è un dato di fatto. A me non interessa fare polemica, arrivato a questo punto no. Chiaramente mi sono posta anche io la domanda sul perché non sia arrivato questo supporto ma ho una risposta, non so perché non è interessato il mio record.

Nel marzo 2023 avevi detto che avevi spostato il focus e la preferenza per il luogo fisico dove preparare il Record e tentarlo ufficialmente dal Messico, ad Aguascalientes (dove aveva tentato e ottenuto quello del 2018 e dove, alla fine, è stato tentato e ottenuto quello del 13 ottobre 2023, ndr), alla Svizzera per una questione economica. Tra marzo e ottobre cosa è cambiato?

La scelta del velodromo è stata la cosa più travagliata: a novembre del 2022, dopo un anno in cui ho lavorato tanto per il record, ero già orientata per farlo in Messico. Ero già andata lì e le tempistiche tornavano bene, volevo farlo quanto prima, però purtroppo il Messico ha avuto è stato di fatto sospeso dall'Unione Ciclistica Internazionale per questioni riguardanti le Olimpiadi: non si potevano organizzare eventi UCI in Messico. Da gennaio 2023 è iniziata la ricerca del velodromo: ho viaggiato in Norvegia, a Mallorca, a Grenchen (Svizzera, ndr), si parlava dell'Argentina. Con il mio allenatore abbiamo fatto tanti test e abbiamo visto che il record sarebbe uscito in ogni condizione e in ogni velodromo. A livello economico farlo da altre parti nel mondo sarebbe stato impegnativo: Aguascalientes ha il parziale vantaggio dell'altura ma, soprattutto, è nel mezzo del deserto.

Dovendo dare 4 mesi di preavviso all'Unione Ciclistica Internazionale, se tu vuoi farlo a ottobre, già a luglio devi comunicare la data: l’ideale è che la località si trovi in un ambiente geografico dove tutti i giorni, in linea di massima, si raggiungano temperature ideali per poter fare il record. In Svizzera hanno il riscaldamento, così come in Norvegia, però i costi sono elevatissimi e non tanto giustificati e giusti: il riscaldamento ovviamente crea un flusso d'aria all'interno del velodromo che secondo me è molto opinabile.

L’analisi superficiale di chi non vuole faticare nell’approfondire la scelta del Messico si limita al “Facile farlo in altura”…

Sì, ma poi purtroppo non si studia e quindi non si vuol scoprire che in altura il numero di Reynolds (Re, proporzionale al rapporto tra forze d’inerzia e forze viscose, ndr) è maggiore: quando un corpo attraversa l'aria è come se fosse più ingombrante. Prima del GP di Formula 1 a Città del Messico, gli ingegneri delle varie scuderie sapevano che ci sarebbe stato un ingombro maggiore dei piloti, è una variabile che si fa fatica a rendere esplicita. Purtroppo, vengo accusata da persone che non si informano, è una lotta contro i mulini a vento, onestamente. Spesso non rispondo neanche perché ormai sono abbastanza stufa: anche se uno non volesse aprire un libro di fluidodinamica, non è difficile comunicare che in altura l'impegno fisiologico è molto più pesante!

Se la mia prestazione fisica è uno sprint è normale che sono favorita, ma a livello di endurance i vantaggi e gli svantaggi della quota si equivalgono. Reputo che sia un vantaggio molto più influente quello di accendere delle ventole in velodromo per riscaldare e creare un flusso d'aria costante in direzione della corsa. A mio avviso dovrebbero essere installati degli anemometri in pista come per atletica leggera: se si corrono i 100 metri e si registra un record mondiale ma si aveva il vento a favore di oltre un tot di m/s, il record non è riconosciuto. Così dovrebbe essere a mio parere anche in tutte le strutture omologate UCI, ci dovrebbe essere un protocollo per omologare o meno un eventuale record del mondo.

Vittoria Bussi in bicicletta su strada
(Foto: Sprint Cycling Agency)
È sbagliato pensare che un ciclista italiano con una risonanza maggiore alla tua abbia registrato il Record dell’Ora appena prima di te abbia influito nell'avvicinamento? Senti che ti sia costato in termini di visibilità e legittimità il fatto che Filippo Ganna abbia tentato il Record nel velodromo di Grenchen davanti alle telecamere?

Se si vuole proporre un discorso serio e interessante, cerchiamo di portare l'opinione pubblica da un altro lato. Farei una cosa piuttosto innovativa nel cercare di spiegare che non è così. Farei qualcosa basato scientificamente, dicendo che l'altura ha un vantaggio a livello di densità dell'aria: questa è più rarefatta, meno densa, e a parità di potenza si va più veloci. Aguascalientes è a 1887 mt: a quella quota il coefficiente aerodinamico è maggiore rispetto al livello del mare. Il vantaggio che si ottiene con la densità dell'aria più bassa è annullato. Un altro svantaggio è quello fisiologico: a 1887 mt si perde il 10% di potenza: spirometro alla mano, si registra una perdita dovuta alla minore pressione dell'ossigeno, se ne riesce a inspirare di meno.

Punterei più sulla realtà dei fatti per cercare di indirizzare l'opinione pubblica su un evento reale reale anziché puntarla sulla polemica che nascerebbe se giudicassi Ganna che l’ha fatto in Svizzera. Per me lui può fare quello che vuole come l'ha fatto Ellen van Dijk, il prossimo atleta può comunque farlo in Svizzera: reputo che ci siano delle problematiche a farlo lì finché viene acceso un impianto di ventilazione. Non accetto che si dica che sono andata in Messico e conta meno. Non l'accetto: la scelta del velodromo è stata recepita malissimo, e anche rispondendo a certe domande ora evidentemente non si conosce la materia.

Vengo da settimane dove si è detto addirittura che il mio record è stato comprato, visto che il tentativo non è stato trasmesso televisivamente e non si hanno prove se non il report dei giudici. Ho proprio voglia di far capire che le motivazioni sono diverse. Nessuno mi ha mai chiesto “Nel 2018 tu l'hai fatto in Messico, nel 2023 torni a farlo in Messico: c'è un confronto diretto tra la vittoria di cinque anni fa e i due chilometri che sono aumentati in cinque anni nello stesso posto?” Chiederei, visti i tanti spunti polemici, di orientare la discussione su altri temi, altrimenti è l'ennesima in cui devo difendermi.

Hai giustamente menzionato i quasi 2 km di miglioramento rispetto al Record del 2018. Cosa c’è in questo miglioramento? Quanto hai lavorato sulla prestazione fisica e quanto invece nella preparazione a livello di materiali?

Contano tante cose. 50% è dovuto dalla parte fisiologica: ho cambiato allenatore e l’intero staff, ovviamente questo ha fatto tantissimo. Poi conta per il cambiamento della posizione in bicicletta, che ha pesato dal punto di vista proprio di erogazione di potenza, non solo aerodinamico. 10% i materiali e 10% la logistica intorno: con gli sponsor e quant'altro sono riuscita a permettermi ritiri che nel 2018 erano fuori portata. 10% il famoso culo, perché se non c'è quello… Arriviamo a 90, mettete voi quello che serve per arrivare al 100%!

Vittoria Bussi su strada
(Foto: Getty)
Hai ribadito più volte in passato che esprimi una diversità rispetto al sistema: immagino quanto sia complicato anche adesso per te, magari in parte controvoglia, lavorare o scontrarti con un metodo che non condividi. Anche considerando gli studi di matematica e con il lavoro di ricercatrice, impostare e riconoscere un metodo che alla fine porta a raggiungere un risultato è importante. Hai parlato spesso di quanto non ti sia sentita apprezzata e valutata in quanto essere umano che pensa e non come semplicemente un corpo che agisce. Attraverso il progetto Road2Record, come pensi di portare il tuo metodo a un livello oltre al personale? Stai meditando una cosa nel breve termine o questo processo richiede troppo tempo?

Per me è abbastanza cruciale spingere il più possibile sulla comunicazione. A volte rispondo in modo molto fermo su alcune cose proprio perché è importante che quello che è stato fatto passi alle persone e passi soprattutto in modo corretto, senza filtri. Questo mi spinge a premere sull'acceleratore in questo momento, nel quale vorrei stare a letto in pigiama oppure in una spiaggia alle Maldive! Questo è il momento in cui bisogna raccontare quello che è stato fatto. Purtroppo, sinora abbiamo fatto fatica. Abbiamo immagini sia fotografiche sia dei brevi video per produrre docufilm; faremo qualche pubblicità e spot, però sono tutte cose ovviamente piuttosto artigianali.

Sicuramente la mia presenza sarà quanto più possibile nelle università, nelle scuole, a contatto con le persone. Sto dicendo di sì a tutti gli eventi, non per avere visibilità ma per arrivare a più persone possibili. In televisione spesso non viene dato lo spazio necessario perché non si è andato a capire il vero senso di questo record. Si dice solo “La prima donna che ha abbattuto la barriera dei 50 km”. Ovviamente mi fa piacere, ma ci sono tutta un'altra serie di messaggi più importanti da passare a queste generazioni. Nello ciclismo ormai andiamo verso gli squadroni dove tutto è organizzato, dove l'atleta entra a tutti gli effetti in un sistema gerarchico…

Un domani un figlio mi dice “Vorrei fare sport ad alti livelli"? Se viene educato in un certo modo per me va bene. Ma se non c'è questo tipo di educazione per me perde tanto valore, va a diventare una macchina che fa delle cose e basta.

Nel team di Road2Record tutte le figure addette alla comunicazione sono donne. Nel manifesto di Road2Record scrivi che l’obiettivo è “che il ciclismo femminile raggiunga la stessa dignità di quello maschile”. Sembra chiaro che a livello prestativo gli specialisti sono uomini e le figure che devono trasmettere il processo siano donne: caso o volontà precisa?

È palese che il mondo sportivo è molto maschilista, in alcuni ambiti in modo particolare. Direi che è un cane che si morde la coda: il punto principale è che girano pochi soldi, pochi sponsor, e perché girano pochi sponsor c'è poca visibilità. Finché non si risolve questa situazione, ovviamente noi donne saremo sempre un passo indietro. Spesso viene detto che guardare una gara di ciclismo femminile è più noioso. Può essere, anche perché le squadre intorno alle donne non sono a pari livello di quelli degli uomini. Solo negli ultimi anni la Jumbo-Visma ha anche un reparto femminile: stesso tipo di staff, forse lo stesso budget…

In un mondo professionistico ovviamente più hai budget e più puoi permetterti di investire sull'aerodinamica, la nutrizione, il materiale tecnico e quant'altro. C'è un altro capitolo che riguarda il livello culturale generale all'interno della società: io stessa vengo da un ambiente piuttosto maschilista che è quello della ricerca universitaria di matematica, dove al 90% ci sono uomini. Lì però, quasi sempre, la meritocrazia vince: per quanto tu ti puoi sentire in imbarazzo perché sei l'unica donna di una conferenza, non mi è mai capitata una situazione per cui se parlo non vengo ascoltata. Tra qualche mese saprò dire come sia regolato il mondo reale, però a livello culturale ci sono ancora lacune importanti.

È una cosa che è nota principalmente in Italia o anche in esperienze lavorative all'estero purtroppo è così radicata?

Ma c'è anche di peggio rispetto all'Italia! Purtroppo, ci sono anche paesi peggiori. Il caso dell’Italia è grave perché è un paese comunque molto sviluppato. Mi viene in mente il Canada: quando sono stata lì ho visto molto netta questa differenza con l'Italia. Non ho vissuto in Canada, l'ho visto poco, ma ci sono paesi sicuramente più avanti, ad esempio la Scandinavia…

Ma è una questione di genere o di meritocrazia?

Entrambi. Non siamo ancora pronti, reputo che non siamo tanto pronti nemmeno sul colore della pelle o sull’omofobia. La diversità, l'essere donna è quasi considerato essere diverso. A volte mi sembra di vivere come in una minoranza, una sorta di essere diverso che deve lottare per i propri diritti. Poi ovviamente ci sono anche delle problematiche dovute alla fisiologia della donna. La donna a un certo punto si trova a scegliere tra lavoro e famiglia, si trova eventualmente a fermarsi per 9 mesi, rallentare un po'… Credo che ci vorrà un bel po' prima che si trovi una soluzione a tutto questo.

Immagino che tu ti sia già trovata a scegliere tra lavoro e famiglia, a chiederti “Tra 9 mesi come mi vedo? Posso permettermi di avere un figlio”?

Con il mio compagno stiamo insieme ormai da quasi 15 anni, ne abbiamo 36, quindi è più che naturale che discorsi del genere vengano fatti. Ci sono anche questioni di tempismo per cui magari ci sono momenti in cui non sei sicuro di poter dedicare il tempo necessario, non sei sicuro del luogo dove si vivrà, quindi si rimanda. È ovvio che ci sono donne a cui non spaventa la gravidanza e donne a cui spaventa di più: io rientro nella seconda categoria, però è sicuramente qualcosa a cui sto pensando seriamente.

Vittoria Bussi celebra il nuovo record dell'ora a Città del Messico.
(Foto: Tania Marques)
Questo può anche andare di pari passo col progetto di creare un'accademia pensata per giovani atlete? Vedi magari storie che si conoscono di meno già adesso, simili alla tua, per le quali essere un tangibile esempio?

Sono sicura che ci sono tantissime situazioni simili alla mia. È normale trovare una persona che vuole fare cose diverse dal sistema, qualsiasi sia il sistema. Vuole fare le cose con le proprie idee e quindi incontra una serie di difficoltà. Sono sicura che tutti noi prima o poi nella vita affrontiamo una sfida che ci mette a disagio, a partire da noi stessi: siamo noi i primi che dobbiamo convincerci di farcela. L’accademia è un sogno nel cassetto, però poi il livello di investimento è molto elevato. Non si tratta più di preparare un Record dell’Ora, ma di assumere professionisti, garantire uno spazio sicuro per gli allenamenti… Sono convinta che la rivoluzione culturale dovrebbe partire dalle scuole, per dare una forma mentis sin da giovani.

Quello dell’atleta è un lavoro a tutti gli effetti, e in quanto lavoro si devono superare esami. “Vuoi fare ciclismo? Devi fare degli esami.” Chi vuole intraprendere questa strada deve capire il funzionamento anche degli esami antidoping, quindi esami anche su tutta la parte etica. Esami su come mettere mano sulla bicicletta: si parla di ciclismo, devi saper mettere mano sul mezzo su cui trascorri 5-6 ore al giorno. Esami anche su nutrizione, psicologia… Tutti aspetti che in questo momento sono affidati allo staff intorno all'atleta. A me piacerebbe che l'atleta ne capisse abbastanza per essere una persona più consapevole delle scelte che fa. Credo che questo si possa fare solo a livello di educazione scolastica.

Fa specie che, giustamente, uno dei punti principali di qualsiasi discorso culturale e di approccio alla bicicletta è la sicurezza nelle strade. Forse il Record dell’Ora è la cosa più lontana dal pensiero di una persona in bici in strada. Col tuo passato, essendoti avvicinata relativamente tardi al ciclismo, ti sei contrastata con l'impatto di non essere stata educata a gestire una gara in gruppo. A livello scolastico che cosa si può fare? Convertire parte delle ore di educazione fisica in educazione civica e stradale? Oppure portare proprio i bambini in strada?

A livello giovanile secondo me non bisogna allenarsi tutti i giorni. Se uno intraprende l’attività ciclistica dovrebbe significare che due volte a settimana ti alleni, possibilmente con approccio multidisciplinare. Quello sarebbe già sufficiente per insegnare a governare il mezzo. Se si fa ciclocross in qualche modo si può stare in gruppo: sai come bilanciare i pesi, sai come muoverti… Il resto delle giornate, anche solo 30’ o un’ora, sarebbe da dedicare a tutto quello che è attorno.

Non dico già da giovanissimi, ma quando vuoi intraprendere un certo tipo di attività in modo serio, lavorativo, puoi dedicarci anche più tempo. Non solo dal punto di vista fisico ma anche di studio. È un lavoro fattibile anche a livello della patente. Se si segue il corso di scuola guida, per come stare sulle strade sicuramente ci sono tante cose da insegnare ai ciclisti e ai non ciclisti.

A livello invece professionistico nel ciclismo riconosci una visione spesso ancorate su posizioni ormai superate delle aziende? Basta l'esempio attuale di Luca Vergallito in Alpecin... Avere ciclisti di altissimo livello con formazioni sempre diverse non dovrebbe facilitare l’accettazione di questa varietà da parte dei dirigenti?

C'è una parte di ciclismo molto conservativa, che non vuole muoversi in direzione delle innovazioni che sta subendo il ciclismo. A volte mi sembra come se uno tornasse ai tempi dei gladiatori a Roma: se non fai quel percorso lì, stai fuori. Esistono limitazioni assurde che eliminano dalla contesa persone che hanno talento e motore. Non c'è niente da fare, purtroppo. La formazione dei tecnici e delle persone al comando porta ad avere una visione troppo tradizionalista.


  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni

Newsletter

Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu