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Considerazioni sparse su "La vita davanti a sé"


La poliedricità di Silvio Orlando ha reso un libro complesso perfettamente adatto alla scena teatrale.

Romain Gary, autore del libro "La vie devant soi", è stato un essere umano di una profondità intellettuale senza un vero senso logico. Uno Zelig del Novecento: scrittore, aviatore e diplomatico lituano naturalizzato francese. Si pensi che è l'unico scrittore a vincere due volte il Premio Goncourt, per il cui statuto è espressamente vietato. La prima volta lo vinse nel 1956 con "Le radici del cielo", utilizzando il suo pseudonimo Romain Gary, la seconda volta nel 1975 con ''La vita davanti a sé'' utilizzando un nuovo pseudonimo, Émile Ajar. La beffa dallo stesso perpetrata alla commissione, la cui natura originaria è possibile rivederla nelle commedie del Goldoni o in una satira plautiana, di per sé stessa rende la natura dell'autore. La sua biografia rende ancor di più l'idea: nasce a Vilnius per arrivare in Francia, a Nizza, all'età di 13 anni. Studia giurisprudenza a Parigi, si arruola nell'aviazione e raggiunse la "Francia libera" (l'organizzazione di resistenza fondata da Charles de Gaulle) nel 1940 per prestarvi servizio nelle Forces aériennes françaises libres. La guerra lo vide uscirne come "compagnon de la Libération" e decorato con la Legion d'onore (la più alta onorificenza transalpina). Terminate le ostilità, intraprese una carriera di diplomatico.

La contemporaneità rapportata alla messa in scena diviene elemento centrale. Lo scempio disumano che si sta consumando a Gaza irrompe sul palco visto che la trama dello spettacolo, nonché ovviamente del libro, è incentrata sul rapporto d'amore filiale tra Madame Rosa, una vecchia maîtresse ebrea e reduce dai campi di concentramento nazista, e Momo, un bambino musulmano figlio di una protetta della stessa Madame (negli anni '70 in Francia le prostitute non potevano, per legge dello stato, tenere con sé i propri figli garantendo un assegno a chi se ne sarebbe occupato). Il tutto ambientato in una casa di Belleville, quartiere multiculturale parigino, in una casa di sei piani che l'anziana, per conformazione fisica, faceva fatica a salire. A questi due protagonisti fanno da contorno il Dottor Katz, medico della madame e dei bimbi, Nadine, doppiatrice che ammalia Momo, e i vari inquilini del condominio che contornano la vita dei due protagonisti. Due sono i luoghi nei quali la storia disegna i suo contorni: l'appartamento e lo scantinato, buen retiro di Madame.

L'articolazione del romanzo lo rende oggettivamente difficile da trasporre in un teatro. La complessità dei personaggi, i loro labirinti emozionali, sogni, incubi, immagini che ognuno porta con sé. Costruire un immaginario allo spettatore, occupargli lo spazio visivo in uno spazio sostanzialmente statico, mutare con il mutare del personaggio stesso rimanendo immutabile nei costumi e nella mimica. Momo è un bambino, un adolescente, un "figlio di puttana" conscio di esserlo. La sua idea di felicità è incostante, spaventata, tremante nei gesti e incerta nell'approccio. Il suo unico riferimento affettivo è Madame Rose, una donna che porta con sè le cicatrici di una vita che si porta appresso pesantemente come il suo fiato nel salire quei sei piani a piedi. Uno squarcio di amore lo intravede in Nadine. Questa donna che si cura di lui e che gli fa vivere, nel suo studio di doppiaggio, la possibilità che la vita possa essere riavvolta con tutte le sue emozioni così a poter farle vivere appieno e senza patimenti. Questa magia che si palesa davanti agli occhi di Momo lo sconvolge e gli fa credere realmente che ci si possa lasciar andare alle emozioni che ti investono, anche solo dando la mano mentre si attraversa la strada. Momo vorrebbe essere educato da una madre che gli tiri un ceffone se ruba un uovo in un negozio "perché è così che si comporta una mamma". Mentre si confronta con l'ombra di un sentimento che spesso ai suoi occhi diviene pietismo ai limiti della beneficienza. L'unica è, appunto, Madame Rosa che lo guida e lo educa.

Madame Rosa è una donna dalle troppe vite vissute e dalle troppe vite viste scomparire davanti a sé. Il suo lavoro prima e il suo stato di salute poi la rende incerta, triste, spaventata e quasi non in grado di fare da madre a quei "figli di puttana". Ciò la rende spesso rude nei confronti di Momo. Ma è un modo tutto suo di comunicare l'amore quasi materno che prova verso quel ragazzino. Perché lei lo ha salvato, letteralmente, da un padre tossico emozionalmente e non solo. Perché il padre biologico di Momo è Kadir Yoûssef, appena uscito dal manicomio criminale dove è stato rinchiuso 12 anni per il femminicidio della madre del ragazzo. L'uomo si presenta a casa dove Momo scopre così di avere 14 anni e non 10, come gli ha fatto credere Madame Rosa per timore di perderlo. L'amore incondizionato della donna emerge con una forza devastante quando scopre il vero volto dell'uomo che reclamava la paternità del ragazzo facendolo morire ingannandolo e facendogli credere che il suo vero figlio fosse ebreo. La morte di Madame Rosa disvela la felicità e l'amore in Momo.

C'è una precisazione: non ho letto il libro. Tutto quanto sopra è unicamente risultato della interpretazione di Silvio Orlando. Il crescendo emotivo, passato tra verve comica, fasi tragiche e momenti strazianti è tutta trasmessa dal corpo dell'attore nello spazio che lui stesso riempie sul palco. Per un'ora e mezza, accompagnato da quattro musicisti sullo sfondo e una scenografia minimalista, disegna ogni singola emozione che pervade i personaggi. Pur non mutando mai, la sua voce riempie l'immaginazione. La bellezza immaginifica del teatro ti riempie i sensi di bellezza. Come un bacio dato nel buio della sala. Ogni personaggio diviene reale pur non mutando il corpo dell'interprete. Non ci sono dei cambi di scena, ogni oggetto rimane sempre al suo posto, unicamente l'illuminazione aiuta l'attore. Eppure la capacità di immedesimazione che Orlando trasmette con il suo movimento e con la sua voce fa sì che si immagina lo scantinato, il laboratorio di doppiaggio, l'appartamento di Madame Rosa, il circo che Momo vede quando incontra Nadine. Ogni luogo diviene reale. Ogni emozione di ogni personaggio è reale. La potenza del teatro è, in fondo, non riuscire a farti elaborare ciò che si è provato nel corso dello spettacolo ma fartelo letteralmente scoppiare dentro quando non si ha davanti il palco. Silvio Orlando e questo autore meraviglioso che è Romain Gary divengono pura magia sensoriale.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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