Luca Secchi, CT della nazionale di volley di Israele.
, 2 Novembre 2023

Volley e guerra: Intervista a Luca Secchi, CT della nazionale israeliana femminile


Con lui abbiamo parlato sia di sport che del rapporto con la guerra.

A fine intervista, dopo un’ora di chiacchierata piacevole tra amici e la felicità di vederlo perfino abbozzare qualche sorriso, mi rendo conto che Luca Secchi, allenatore italiano della nazionale israeliana di volley, costretto ad abbandonare il paese per il conflitto in atto in queste ore, ha parlato per un’ora della sua avventura usando tempi verbali coniugati, sempre, al presente. Il tecnico sardo, dopo una lunga militanza nei campionati italiani di massima serie, aveva sposato il progetto di guida tecnica delle nazionali giovanili israeliane, che ha dovuto abbandonare improvvisamente e per cause di forza maggiore pochi giorni dopo gli attacchi terroristici di Hamas e lo scatenarsi del conflitto.

Temevo che fosse difficile trovare un taglio per questa chiacchierata, in un momento in cui parlare di sport, di allenamenti, di temi leggeri è tremendamente difficile: ma è stato proprio lui a ricondurre il tutto alla forma più pura, alla visione di un allenatore coinvolto in un progetto tecnico che lo appassiona e di una persona che stava vivendo, fino al suonare delle sirene anti-missilistiche, una avventura umana e culturale entusiasmante.

Quei verbi al presente, compatibilmente con la situazione geopolitica e una necessaria prudenza, suggeriscono una volontà di non porre la parola fine a questo capitolo, provando addirittura a far tesoro di alcuni valori sportivi in momenti decisamente complessi.

Buongiorno Luca. Dopo tanti anni di Serie A ed una carriera al vertice, come è nata l’opportunità di allenare in Israele?

A dir la verità, in modo quasi incidentale: ebbi dei contatti quando allenavo la selezione albanese, con cui stavo concludendo il mio rapporto, e piano piano conobbi gli organi federali, che mi proposero un ruolo permanente di guida tecnica per le nazionali israeliane. Pensai che, in fondo, uno dei lati positivi di questo mestiere è poterlo svolgere in molti luoghi diversi, confrontandosi con culture diverse e vivendo esperienze estremamente arricchenti: se in sport come il calcio la ricchezza che si può ricercare è prettamente pecuniaria, nel nostro sport è invece proprio poter vivere esperienze di vita di questo tipo. Per queste ragioni non ci pensai troppo su, e accettai con l’idea di una grande sfida, umana e professionale.

Come stava andando il lavoro? Hai potuto riscontrare delle differenze culturali anche sul campo?

Professionalmente, la federazione è stata eccezionale nel supportarmi, permettendoci di lavorare in un centro sportivo con tutte le attrezzature all'avanguardia (il Wingate di Netanya, nei pressi di Tel Aviv) e le professionalità necessarie per alzare il livello e sviluppare i progetti tecnici. Culturalmente, sicuramente ci sono delle differenze che si riflettono anche nell’attività sportiva quotidiana, che racchiudo in un episodio accaduto in palestra. Al primo giorno di allenamento, per corregger le atlete, come abitualmente accade, mi capitava di “condurre” le atlete al gesto tecnico corretto anche con un piccolo contatto fisico. Da subito però, i dirigenti mi hanno fatto notare che, per la loro cultura, avrei dovuto chiedere il permesso per farlo: mi sono scusato, e da quel momento l’ho sempre fatto, ottenendo peraltro sempre riscontri positivi dalle giocatrici, che hanno capito da subito che stavo provando ad integrarmi nella loro mentalità, rispettandola totalmente.

Il Wingate di Neyanya, sede della nazionale di volley di Israele
E fuori dal campo come stava andando?

Ho cercato di comprendere da subito la loro cultura, e subito si sono dimostrati tutti gentilissimi ed aperti, invitandomi a trascorrer le feste comandate insieme alle loro famiglie, o anche nella vita di tutti i giorni e nelle piccole cose: stavo insomma vivendo quell’arricchimento che cercavo.

Poi purtroppo però sono arrivati quei giorni terribili, con gli attentati terroristici del 7 ottobre. Prima di allora, non si era avuto nessun presentimento?

C’è da fare una premessa: nella quotidianità israeliana si vive quasi come normale il “botta e risposta” con Hamas, si sa perfettamente di essere in una zona in cui c’è una attività missilistica: non per niente, tutti gli appartamenti hanno una bunker room in cui chiudersi in caso di attacco missilistico o di pericolo pubblico. Mai però, prima di quei giorni, avevo percepito una sensazione di pericolo.

In quel giorno invece mi sono svegliato alle 7 di mattina per una telefonata di mia madre, che mi chiedeva se fossi sano e salvo, ma io non sapevo nulla di quel che stava accadendo. In pochi minuti però ho capito che la situazione era atipica, dalle informazioni ufficiali e da ciò che mi dicevano le persone che conoscevo. Alle 10 circa, la federazione mi ha invitato ufficialmente a chiudermi in casa nella bunker room, non uscire, e se possibile cercare di uscire dal paese, dichiarandosi peraltro disponibile a darmi supporto in questo.

Ti sei dunque chiuso nella tua bunker room. Ed in quei giorni i pensieri devon esser stati molti e difficili…

In realtà, al netto del rumore dei missili, dei notiziari, dei messaggi degli amici e dei miei contatti locali che mi testimoniavano in presa diretta quanto la situazione fosse pericolosa, ho cercato di mantenere la lucidità e tranquillizzare chi, in Italia, era in pena per me. Sono stato 3 giorni chiuso tra la stanza bunker e la cucina - per fortuna avevo fatto la spesa il giorno prima - a cercare un volo di ritorno, venendo rimbalzato da una linea all’altra, tra voli cancellati e linee occupate, in un momento drammatico in cui l’aeroporto era prima chiuso e poi riaperto ma con migliaia di persone accalcate a cercare di fuggire.

Per fortuna, grazie anche all’aiuto della federazione locale, ho trovato un volo che mi ha condotto a Cipro, da cui poi sono volato in Italia: ma anche arrivare in aeroporto è stata un’impresa, siamo dovuti passare da una strada secondaria e meno controllata.

Una domanda difficile: di questo conflitto, da persona che viveva in quel paese, che idea ti sei fatto?

Che non potrò mai capirlo appieno. Non potrò mai capire la mentalità di un padre israeliano che sa che i suoi figli andranno al fronte un giorno o l’altro, e ancora meno di un palestinese, civiltà con cui non ho avuto contatto diretto. Dico per questo che sentire pontificare in questi giorni è aberrante: come si può parlare di colloqui di pace, di relazioni internazionali, dare giudizi su un conflitto così storico, così sfaccettato, così pieno di fattori complessi derivanti da cultura e geopolitica, senza aver vissuto un minuto in quei territori.

Non lo dico per non schierarmi, ma proprio perché, pur vivendo lì da 3 anni, noto delle contraddizioni che mi fanno pensare di non aver gli strumenti per capire come dovrei. Da una parte c’è un conflitto terribile, dall’altra una città come Gerusalemme in cui in pochi km quadrati vivono 4 gruppi religiosi diversi senza frizioni: come posso permettermi di giudicare se non comprendo tutto questo fino in fondo?

Ecco, a proposito di questo, c’è una domanda che mi sono sempre posto, anche da collega. Quando scegli di allenare la nazionale di un paese, scegli in qualche modo di portar la sua bandiera sul petto, di rappresentarlo? Al di là della retorica, come vivi tutto questo?

Dico la verità, mi sono sentito libero di far questo tipo di scelta senza sentirmi schierato. Ho pensato di accettare chi mi chiedeva di andare a portare la mia professionalità lì, che non vuol dire turarsi il naso o fare finta di niente, ma comportarsi da professionista senza per forza annettere implicazioni politiche. Indossare la tuta di un paese non significava per me condividerne necessariamente tutte le azioni di governo, altrimenti probabilmente nessuno potrebbe allenare nessuna nazionale: e poi ripeto, al di là delle implicazioni politiche, lavoro in un paese che mi ha fatto sentire accolto dal primo giorno, come sportivo e come persona.

Ti stai tenendo in contatto con le atlete e la federazione?

Eccome, sono in contatto quotidiano con atlete e staff. Abbiamo condiviso prima un programma di lavoro fisico da effettuare a casa da remoto, sulla scorta delle esperienze che facemmo con il Covid: ora, però, le atlete sono tornate ad allenarsi con lo staff in palestra, la vita sta provando ad andare avanti, ma ancora mi hanno consigliato vivamente di non tornare. Per quanto mi riguarda, non appena le condizioni geopolitiche lo consentiranno, vorrei riprendere il lavoro, come un allenatore che ha un progetto e come umano attaccato a quel progetto.

Domanda a forte rischio retorico: una situazione così delicata, lo sport può fare qualcosa?

La verità è che di fronte a certe situazioni ti senti piccolissimo. È come essere la famosa goccia nell’oceano: da un lato sei quasi insignificante, ma qualcosa si può sempre fare. Dal lato mio, penso di non poter fare niente di specifico, ma magari di far capire l’importanza di lavorare insieme per cause comuni, di aver fiducia in un lavoro di gruppo e nella parola “insieme”, oltre a regalare qualche momento di leggerezza nei momenti più difficili.

Hai usato per tutta la chiacchierata i verbi al presente, il che significa che consideri il capitolo ancora apertissimo. Hai più paura o voglia di tornare?

Ho più voglia che paura. La paura esiste, ma è soprattutto per chi oggi sta là in condizioni peggiori rispetto alla mia, per chi ha perso e rischia di perdere propri cari: la paura esiste perché temo che questo conflitto possa sfociare in qualcosa di più grande a livello di politica internazionale, e allora potrebbe esser davvero devastante. Infine, la paura esiste perché momenti così lasciano sempre delle rovine, nelle città martoriate ma anche nelle anime delle persone, rischiando di scatenare eterni istinti di vendetta ed una condizione di guerra perenne. Però, se mi chiedessi se rifarei questa scelta, non ho nemmeno mezzo dubbio: per quanto mi ha permesso di arricchirmi, per l’esperienza umana che stavo vivendo e spero di rivivere, non potevo ambire a nulla di meglio, come sportivo e come persona.

Ringrazio Luca, e prima di salutarlo voglio specificare quanto sia stato bello avere una sua apertura così totale, così schietta, anche fuori dal politicamente corretto. Una testimonianza reale, che racconta di quanto ogni atto di vita sia, prima di tutto, un atto politico, nella sua accezione benigna del termine: quando alleni ogni giorno con l’idea di migliorare e trasmettere valori sani, quando ti chiudi in un bunker con missili che ronzano sopra la testa, quando cerchi di minimizzare al telefono con i tuoi genitori per non accollare loro ulteriore preoccupazione. Il rumore dei missili, su quella terra, non cesserà a breve, sembra chiaro: ma provare a fare ogni giorno del proprio meglio, per arricchirsi come persone e generare valore umano, è un atto più politico di qualunque bandiera sulla tuta, dichiarazione, presa di posizione.


  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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