
Pregi e difetti dell'Italia di Soncin
Contro Svezia e Spagna è mancata la vittoria, ma le azzurre hanno dato vita a due ottime prestazioni.
La nazionale femminile di calcio ha affrontato il secondo giro di impegni dell'era Soncin, con le sfide di Women's Nations League contro Spagna e Svezia. Due prove che hanno visto le azzurre scivolare solo nei minuti finali, battute dalle campionesse del mondo iberiche per 1-0 (gol di Jenni Hermoso all'89esimo) e riprese sul pari al 96esimo dalle scandinave, dopo il vantaggio firmato da Giacinti al minuto 56.
Nonostante la mancanza di vittorie questi rimangono due risultati da non sottovalutare per l'Italia: il pari con la Svezia può esser decisivo nell'economia del girone, per evitare una temuta retrocessione in Lega B (le azzurre ora sono a quota 4 punti, mentre la Svizzera resta bloccata a 0) e assicurare quantomeno la via dei playoff per le future qualificazioni all'Europeo. Ma soprattutto, prendendo a riferimento l'esperienza al Mondiale della scorsa estate, va (di nuovo) apprezzata la differente capacità di tenuta mentale delle azzurre contro avversarie di caratura superiore. Sembrano lontane le imbarcate di pochi mesi fa (0-5 proprio con la Svezia al Mondiale), pur al prezzo di una proposta di gioco fortemente speculativa, specie contro la Spagna. Proposta ad oggi ottima per consolidare le sicurezze del gruppo azzurro, ma forse non troppo adatta a seminare per il futuro.
La gara contro la pallone d'oro Bonmatì e compagne ha visto l'Italia disporsi con il più caparbio dei "pullman davanti alla porta": l'Italia ha cercato di massimizzare la densità a protezione della propria area, schierandosi molto corta e molto bassa su un 5-4-1 di fatto, rinunciando completamente al possesso e al portare pressione offensiva. Soluzione estrema per ridurre spazi e limitare la qualità tecnica delle Rojas, con l'idea di ingolfarne il possesso palla negli ultimi 16 metri e non lasciare spazi attaccabili per le tanto temute combinazioni delle spagnole. Un'idea che con fortuna (la Spagna ha spiccato per imprecisione sottoporta) e bravura stava quasi per esser portata a compimento.
Il limite maggiore per le azzurre è stato nella mancanza di risorse per provare in qualche modo a osare sulle ripartenze, anche solo per alleggerire con più efficacia e ridurre la pressione delle iberiche. Al di là della partita complicata di Girelli, unica punta isolata in avanti, sarebbe servita una giocatrice dai mezzi atletici importanti e con qualità nel puntare l'avversario per provare a risalire il campo. Una contropiedista, per dirla più semplice. Qualcosa che né Bonansea né Bonfantini hanno potuto assicurare (né sembrano poterlo fare in futuro), e che Glionna, forse la più indicata per caratteristiche, da subentrata ha mostrato solo con brevi folate.

Contro la Svezia invece, come a settembre, l'Italia ha tenuto un atteggiamento più propositivo, già intuibile da una formazione che vedeva il ritorno di centrocampiste più di regia (Giugliano e Greggi) rispetto alla mediana muscolare schierata contro la Spagna. La "cura" Soncin qui ha mostrato alcuni frutti, soprattutto in termini di sicurezza e fiducia nelle proprie possibilità. La prova di nuovo positiva di una rediviva Giuliani tra i pali ne è un buon esempio. Ma soprattutto, specie nel primo tempo, il pallino del gioco è stato saldamente in mano alle azzurre, complice la nota propensione verticale delle scandinave (peraltro alle prese con assenze importanti, tra cui Rolfö e Ilested) e la tendenza a non ricercare il controllo del possesso.
“Stiamo iniziando a capire che possiamo avere il controllo della partita: oggi abbiamo giocato, abbiamo creato e le ragazze meritavano una gioia, però ribadisco che questa è la strada giusta sulla quale insistere. Abbiamo la possibilità di giocarci partite alla pari anche contro squadre di altissimo livello, come la Spagna e la Svezia. Complimenti alla mia squadra, dobbiamo proseguire in questa direzione”, ha dichiarato Soncin proprio al termine dell'1-1 contro la Svezia.
Eppure, nonostante la maggior propensione al gioco dell'Italia femminile e i pochi pericoli creati dalle svedesi prima dell'arrembaggio nel finale, alle azzurre sembra però sempre mancare qualcosa in termini di qualità negli sviluppi in avanti. Non a caso la soluzione arriva dal consolidato asse romanista Giugliano-Giacinti: cambio gioco improvviso della prima e finalizzazione della seconda, con la complice superficialità della coppia centrale svedese e di una rivedibile Musovic. Un automatismo già esistente ben sfruttato da Soncin, come a confermare l'impressione che il CT non voglia strafare dalla panchina, cercando di affidarsi alle (poche) certezze che questo gruppo può offrire.

Piuttosto, è da chiedersi se proprio quell'approccio, per semplificare, in realtà risultatista di Soncin con la Svezia non abbia contribuito a far svanire nel finale la vittoria, vista la rinuncia progressiva alla gestione del pallone. Se lo svantaggio nel punteggio e il livello tecnico superiore rendevano fisiologico un aumento del forcing svedese, l'Italia negli ultimi venti minuti ha finito per abbassarsi fin troppo, esponendosi soprattutto alle temibili batterie aeree svedesi. Come e forse più che con la Spagna le azzurre si sono difese ordinatamente, ma angoli e punizioni indirette sono rimasti un tema irrisolto, specie contro la Svezia visto l'evidente gap di centimetri e fisicità. Se la portiera Giuliani ben poco aveva avuto da lavorare nell'arco della gara, gli straordinari sono proprio queste circostanze, dove poco ha potuto poi in pieno recupero.
Dopo quattro partite, sembra evidente un approccio da parte di Soncin alquanto conservativo, improntato a un "qui e ora" che si potrebbe rappresentare negli zero minuti concessi alla non ancora 17enne Giulia Dragoni, titolare in Oceania con Bertolini. Proseguire su certezze già consolidate, cercare il risultato, e soprattutto evitare caporetto, sembra essere la priorità del CT, in evidente discontinuità verso quel vago tentativo di rivoluzione tecnica e di organico lanciato a fine mandato della precedente gestione. Forse (ma questa è mera speculazione) in questo senso c'è anche un'immagine complessiva del calcio femminile italiano da difendere, per il suo essere così fortemente legato ai rendimenti della Nazionale.
In questo approccio va comunque considerato lo stato tragico (tecnico ma soprattutto emotivo) del gruppo azzurro post-Mondiale, nel quale era fondamentale ricreare innanzi tutto armonia e serenità. E va detto che il tasso di crescita delle varie giocatrici non può per vari e ovvi motivi dipendere dalle due gare bimestrali giocate con Soncin, quanto piuttosto da quanto fatto settimanalmente con i vari club. Tuttavia, considerando quanto sia ancora lontano nel tempo Euro 2025, può lasciare perplessi che a questo giro l'esordiente di turno sia stata la pur positiva Michela Cambiaghi, 27enne attaccante dell'Inter che può essere oggi un'affidabile risorsa ma non un giovane talento su cui puntare per il futuro.
Se la Nations League, una volta evitata la retrocessione in Lega B, può esser considerata una sorta di "acclimatamento" per il nuovo commissario tecnico, in ottica qualificazioni Soncin dovrà preoccuparsi che le sue ragazze non perdano, come già successo, quel treno di crescita tecnica che così tanto viaggia tra le maggiori nazionali europee.
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