Jude Bellingham mostra lo stemma del Real Madrid dopo il gol decisivo nel clasico.
, 31 Ottobre 2023

Jude Bellingham, giocatore totale


Contro il Barcellona un'altra prestazione, e una doppietta, che ricorderemo a lungo.

Prima di parlare di Jude Bellingham e dell'ennesima partita svoltata da una sua intuizione nel momento più importante, una tendenza che lo fa assomigliare sempre di più a un titano che gioca con gli avversari come se fossero burattini del suo spettacolo atroce, vorrei iniziare questo pezzo con un vecchio verso di Bertolt Brecht. È piuttosto abusato, ma credo che possa servirci: «È la semplicità che è difficile a farsi». In quella poesia Brecht assaporava un'idea di nuova di società: una morale cooperativa e anti-gerarchica, un motivo forse più anacronistico per noi che per l'Europa del 1933.

Ecco, a me sembra che il calcio di Jude Bellingham abbia la vena controculturale delle opere di Brecht: l'eleganza mischiata all'efferatezza, alla brutalità. Bellingham ha 20 anni e nei primi tre mesi con la maglia del Real Madrid, ha segnato 13 gol in 13 presenze, ha battuto da solo il Barcellona nel Clásico più importante degli ultimi anni – quello più equilibrato e ideologico – con un'apparizione tantrica. Basterebbe fermarsi qui per intessere la narrazione epica di un centrocampista che non avevamo mai visto.

Bellingham è un giocatore totale: il suo modo di stare in campo si staglia dall'iper-specializzazione del calcio contemporaneo, in cui le funzioni sono fondamentali. Qual è il suo compito nell'undici titolare del Real Madrid? Bellingham gioca trequartista o centravanti? Sulla schiena porta il numero cinque, che a qualcuno ha rievocato la classe con cui Zidane ammantava la Camiseta Blanca larga di inizio degli anni duemila – con un repertorio di rulete e finte di corpo celestiali che Jude non padroneggia ancora –, ma sarebbe riduttivo stringere l'essenza di Bellingham nell'imbuto di centrocampo.

Prendiamo il gol del pareggio contro il Barcellona. Il Real Madrid attacca con fare scombussolato sulla sinistra, dove Vinicius Jr. trova lo spazio per crossare un pallone tagliato: nel cuore dell'area a intercettarlo è Gavi, che con una torsione riesce a respingerlo di qualche metro. Fino a questo punto l'azione è un compendio del Clásico giocato allo stadio di Montjuïc: il Barcellona organizzato in quanti di gioco deterministici, sempre orientato al controllo del pallone; e dall'altro lato il guazzabuglio di emozioni del Real, schiavo di un piano gara sconclusionato e di una fiacchezza inaspettata.

Nella metà campo del Barcellona non era ancora successo niente. Da qualche anno, l'indole aristocratica del Real Madrid, l'abilità dei suoi calciatori a cavare l'oro dalle rocce dei fiumi, è diventata un marchio del nostro tempo. C'è la tripletta di Benzema al PSG, il gol della rimonta di Rodrygo al Manchester City, il 2-5 contro il Liverpool di un anno fa: ogni volta che il Real Madrid va vicino a perdere le partite cruciali, e il suo onore imperialistico a morire sotto l'assedio di un calcio moderno, si svincola dalle difficoltà come se facesse una passeggiata sulla riva in un pomeriggio primaverile.

È una cosa frustrante per le squadre che patiscono questo potere occulto nel dominio delle partite. In certe forme, però, questa essenza del Real Madrid diventa un'ode nostalgica a un calcio più spontaneo, in cui i migliori giocatori si connettono senza sovrastrutture, attraverso la più pura manifestazione del talento individuale.

Il controllo orientato con cui Jude Bellingham ha soggiogato l'effetto del pallone colpito di testa da Gavi, e il conseguente tiro di mezzo esterno che si è incastonato appena sopra le mani di ter Stegen nell'angolo destro, riecheggia di quella storia araldica.

Il piede di Bellingham ha colpito la palla con violenza, con una parte del piede che quasi nessun calciatore riesce a usare. È un gol rivelatore nella sua totalità: l'avvento di Bellingham come erede della genealogia calcistica del Real Madrid. Come Ulisse con il canto delle sirene, anche Bellingham è rimasto incantato da questa forza indecifrabile, uno stato della psiche che pervade ogni tocco.

In Liga le sue statistiche sono ridicole. Bellingham è il migliore centrocampista in qualsiasi statistica offensiva – gol, tiri in porta, azioni offensive create, passaggi progressivi ricevuti, dribbling – ed è dalla prima giornata che sutura i vuoti offensivi del Real. Doveva essere un box to box di prospettiva, uno di quei giovani che compiono l'apprendistato già nei merengues, e invece in poche settimane Bellingham si evoluto nell'erede di Benzema. La sua influenza nel gioco del Real è una forbice che si estende tra un'area di rigore e l'altra: a inizio azione si abbassa per offrire una linea di passaggio al portatore di palla, vista l'essenzialità di Tchouaméni in costruzione e i contromovimenti in profondità delle due mezzeali, spesso Valverde e Camavinga.

Quando il Real Madrid si avvicina alla zona di rifinitura, Bellingham cambia ruolo. O meglio, diventa il vero centravanti, andando a incastrare le sue letture di gioco con l'anarchia tattica di due dribblomani come Vinicius e Rodrygo. I due brasiliani tendono ad allargarsi per puntare l'uomo e far aprire i centrali avversari, e infatti non sono pochi i gol che Bellingham ha segnato sfondando centralmente: c'è questo rimpallo fortunato contro l'Almeria, o l'inserimento di testa nel cuore dell'area piccola ancora contro i Rojiblancos. Una delle mie giocate preferite è la sublime gestione del pallone contro il Celta, in cui Bellingham ripulisce la sfera in mezzo a tre difensori, venendo in contro come un pivot, e poi imbuca d'esterno per l'attacco di Rodrygo, che si conquista il rigore.

Bellingham ha segnato già in tutti i modi: di destro, di sinistro, di testa. Ha letto traiettorie infide come un attaccante lussurioso, uno di quegli ossessionati dal gol fin dalla nascita: è una notizia che dovrebbe scandalizzarci. Dopo la partita di Barcellona, Carlo Ancelotti lo ha definito uno che «sembra un veterano» e che se vuole può arrivare a 25 gol. Cosa può fermare Jude Bellingham dall'essere considerato all'unanimità il giocatore più forte al mondo? Mi rendo conto che è una posizione forte, viste le fiamme che fanno due superuomini come Haaland e Mbappé.

Ciò che rende Bellingham unico, però, ha a che fare con la completezza: ha il fisico di un pugile che ha guardato a lungo combattere Mohammed Ali cercando di ricopiarne il fisico asciutto, agile, e potente allo stesso tempo; ha la tecnica dei migliori trequartisti di vent'anni fa, poeti maledetti che si aggiravano per il campo senza una meta, consapevoli solo delle traiettorie che sapevano imprimere alla palla; l'intelligenza e la visione di gioco del calcio attuale; l'intensità di un giocatore che è stato allevato nel fienile della Premier League. Bellingham come l'evocazione di Exodia in Yu-Gi-Oh, una carta proibita perché dava vita a una creatura perfetta, senza difetti. Una fusione dei migliori centrocampisti inglesi degli ultimi trent'anni: il cinismo di Scholes, il senso del gol di Lampard, l'intelligenza di Gerrard. Bellingham è il rivelatore di una tradizione del futuro.

Va detto che anche vedere l'evoluzione di Bellingham in un ruolo indefinito, permettendogli di vagare per il campo in attesa di un'intuizione è stata una trovata non banale. È dall'estate che Ancelotti difende la presa di posizione del Real Madrid: dopo aver visto Bellingham in allenamento, l'allenatore ha deciso rapidamente di costruire la squadra sul rombo a centrocampo con il numero 5 come vertice alto e non chiedere al club un sostituto di Benzema. C'entra anche la trattativa estenuante per Mbappé, rimandata di un anno, ma il contesto che Ancelotti ha costruito intorno a Bellingham – una libertà centrale totale – ha finito per svelarne i poteri taumaturgici, fino a quel momento nascosti dal ruolo precedente di mezza offensiva.

Al debutto contro l'Athletic era diventata virale una sua accelerazione in cui, partendo dalla trequarti difensiva con il terzino che gli respirava sul collo come una tigre sul punto di azzannare, Bellingham aveva diviso il campo in verticale correndo sulle punte, come se danzasse e il pallone non fosse che un ridicolo orpello da trascinare con sé. Anche in Champions League, nella seconda giornata contro il Napoli, ha freezato Meret con un interno collo delicato, che ha colpito il palo lontano, dopo una conduzione talmente brutale da tagliare fuori sia il recupero di Anguissa che l'uscita di Østigård.

Un impatto così imperante era imprevedibile per tutti, ma ha radici profonde. Come varie fonti hanno raccontato a The Athletic, è l'atteggiamento che Bellingham tiene ogni giorno ad aver conquistato l'ambiente del Real Madrid. «Ti fa sempre un sorriso o un occhiolino quando le cose vanno bene, o se qualcosa va storto, con altri gesti e parole. È molto positivo, estremamente educato e si comporta con grande classe» ha detto di lui un impiegato dell'Academy del Real. Non va sottovalutato: sappiamo poco o niente di come i calciatori vivano lontano dal campo, ma la loro connessione umana con il circostante influenza le prestazioni quanto la componente tattica o atletica.

Era facile immaginarsi che Bellingham sarebbe stato mangiato da pressioni usuranti come quelle di Madrid. Lui invece ha racimolato consensi da subito, approcciando con timidezza: nella conferenza di presentazione aveva anche ringraziato Jesus Vallejo, che di lì a qualche giorno sarebbe andato in prestito al Granada, per avergli ceduto il numero cinque. È diventato amico di Vinicius, con cui spesso arriva insieme al campo di allenamento di Valdebebas o esce a cena la sera. Lo stesso Vini Jr. ha parlato di Bellingham, dicendo che «i tifosi erano abituati a Ronaldo, beh, adesso c'è lui». Sono passati pochi mesi dal suo arrivo, ed è come se Bellingham fosse una leggenda vivente del Real Madrid; i tifosi lo acclamano e lui non ha perso tempo a rassicurarli: «Vorrei rimanere in Spagna per i prossimi 10 o 15 anni» ha detto qualche settimana fa.

Non sono mancate le obiezioni. Paul Merson ha parlato a Sky Sports della scelta di Bellingham, che in estate aveva preferito il Real Madrid ai migliori club di Premier League, su tutti il Manchester City. «Non conosco giocatori forti che non abbiano fatto bene in Spagna» ha detto. «Non voglio mancare di rispetto al Real o alla Liga, ma mi auguro di vedere Bellingham in Premier League prima o poi. Sarebbe un miglioramento naturale per lui». È una prospettiva superficiale, però, quella secondo cui il valore di un giocatore può essere universalizzato in base a un campionato o a un altro.

Jude Bellingham gioca a calcio con una semplicità fanciullesca: era così in Bundesliga, dove prima dell'infortunio alla caviglia di fine stagione era stato protagonista della lotta per il titolo, è così in Liga, sarebbe così in Premier o in Serie A. Le sue giocate non sono mai codificate, ma il quadro di un talento che non ha bisogno di prove, perché è autoevidente: come le mani che disegnano nell'omonomo quadro di Escher.

In alcuni istanti sembra che il pallone cerchi il suo piede per farsi calciare. È successo più volte: nella baruffa finale contro il Getafe, dove Bellingham è spuntato con la ferocia di un'aquila reale davanti alla respinta del portiere, o il colpo di testa à-la van Persie con cui ha chiuso la partita a Vigo. Anche nel Clásico di sabato pomeriggio, la preveggenza di Bellingham ha attratto la palla con la forza di un magnete. Era il 92esimo e gli equilibri erano già precari: le ambizioni del Barça erano state arse dall'ascensione di Bellingham venti minuti prima, e ora il Real Madrid consolidava il possesso in avanti.

Dal limite destro dell'area Carvajal sbuccia il pallone con un taglio molto bello, che trova l'inserimento di Modric: da quando il croato è entrato, il flusso energetico della partita è cambiato. Grazie alla sua abilità di calcio e la sua resistenza alla pressione, il Real Madrid ha riguadagnato campo. Il pallone gettato in mezzo da Carvajal però è troppo forte e Modric non riesce ad arpionarlo: il tocco del numero dieci devia abbastanza la palla da portarla sulla traiettoria di Bellingham, che si era gettato in area piccola con la disperazione di un opportunista.

Il tiro di Bellingham contiene qualcosa di goffo, innaturale: sceglie di caricare con il sinistro ma calciare con il destro, con un saltino che precede il tiro in porta in una coreografia che si avvicina alla messa in scena di un b-movie sul karate – poiché l'apertura alare delle gambe di Bellingham qui ha uno stile orientale, come lo stereotipico tiro acrobatico disegnato in un manga sportivo. È un gol normale, di certo non risplende di onnipotenza come la bordata che ha illuminato per il gol del pareggio, in cui aveva tirato intorno ai trenta metri senza rincorsa. Eppure è un gol che vale la vittoria in un Clásico immeritato, che vale ancora di più se contestualizzato alla classifica attuale della Liga: il Madrid è primo e ha staccato il Barcellona di 4 punti.

Pochi secondi dopo il gol, Bellingham allarga le braccia con aria di sfida. Non si sa chi stesse guardando in quel momento: probabilmente cercava solo di sbollire la pressione, o magari si rivolgeva ai suoi stessi tifosi perché quello è il suo modo di festeggiare. Bellingham ha ancora la faccia da adolescente, la barba difettosa che gli cresce solo sul mento, qualche ciuffo afro ribelle sulla testa, gli zigomi lisci; ma è nello sguardo che rivela la sua crescita istantanea, l'appartenenza all'età adulta. Jude Bellingham ha 20 anni, dicevamo, e sono già abbastanza per definire le prospettive della sua collisione con il teatro calcistico moderno. Non è mai nato un giocatore paragonabile a lui.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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