
Romelu Lukaku ha bisogno di fiducia senza limiti
Le sue ultime esperienze lo dimostrano.
Romelu Lukaku non è un giocatore normale, e non lo è mai stato. Lukaku non è usuale, regolare, destinato a fare l’estenuante spola tra campo (dal 70º in poi) e panca, destinato ad essere ripiego in un caldissimo mese di agosto dei Zapata, dei Beltran o chissà anche dei Marcos Leonardo. Romelu Lukaku, in estate, è tornato dalla squadra che l’ha bramato a tutti i costi (letteralmente tutti), quel Chelsea disposto nel 2021 a fare follie per strapparlo all’Inter di Antonio Conte e ugualmente disposto dopo due anni a farne altrettante per piazzarlo alla corte di chiunque versasse nelle casse Blues almeno 40 milioni di euro.
Di lì a poco, Lukaku sarebbe stato scaricato fra i campetti delle giovanili per non permettergli di reclamare a gran voce il diritto ad allenarsi e a conseguire una quantomeno sufficiente preparazione pre-campionato.
Ecco, il Romelu Lukaku dell’ultimo semestre era stato dipinto semplicemente come una macchina da rottamare, un bagaglio da spostare. Ed è anche per questo disegno alterato che si fa presto a pensare che gli 8 gol nelle prime 10 gare con la maglia della Roma fossero totalmente fuori dalla portata di quel Lukaku, fossero assolutamente straordinari per lui. In realtà Big Rom era stato soltanto boicottato dalla stessa idea che tutti - società e tifosi compresi - si stavano costruendo sul suo conto. Lukaku non è nulla di più normale e consueto di quello che oggi osserviamo. È decisivo, è centrale, sposta-difese e sposta-equilibri. Ha soltanto bisogno di determinate condizioni che lo mettano in condizione di fare la differenza.
Il Lukaku di ieri
Sia chiaro, il caso che ha travolto l’ultimo Lukaku (quello della passata stagione) è sorto a causa di diverse questioni: non è solo colpa del suo atteggiamento e delle sue scelte, così come non è solo colpa delle società e degli allenatori che lo hanno gestito. Come sempre, la verità sta nel mezzo e cercheremo di sviscerarvela (non che qualcuno ne sia realmente in possesso).
Romelu Lukaku, in seguito a due stagioni straordinarie all'ombra della Madonnina (64 gol in 100 partite) a bordo della schiacciasassi nerazzurra guidata da Antonio Conte, sceglie di tagliare con l’accetta un’avventura sensazionale e una relazione intensa e morbosa con la Milano Nerazzurra per approdare a Londra, direzione Chelsea. Per riprovarci un’altra volta, per tentare di coronare il sogno di una vita e consacrarsi definitivamente come uno degli attaccanti più forti che la storia di questo gioco potesse rimembrare.
C’è, però, un gran problema: in Premier League Romelu, a parte nell’esperienza all’Everton (che l’ha consegnato al calcio che conta), non è mai riuscito a convincerci della sua indiscutibile forza, di cui abbiamo abbondantemente fatto esperienza in Italia. Lo dimostrano le stagioni interlocutorie a Manchester, dove ha dato prova di essere un ottimo giocatore, senza mai essere però capace di schiodare i Diavoli rossi (tra l’altro guidati da Josè Mourinho) da piazzamenti anonimi in campionato.

Lo dimostra la stagione maledetta al Chelsea, trascorsa per gran parte del tempo fra infermeria e panca e nel complesso molto deludente, anche per via della mancanza di feeling con Tuchel. Proprio nell’anno successivo allo scudetto interista, proprio dopo quella stagione in cui aveva mostrato tutte le abilità da attaccante completo e da partner d’attacco di una coppia memorabile (la LuLa). Proprio quando era finalmente venuto fuori il carattere da uomo spogliatoio, accentratore e leader indiscusso di un gruppo che girava a troppe velocità in più rispetto a tutti gli altri.
Ma allora perché andar via da un posto e da un’ambiente in cui ci si sente perfettamente a proprio agio solo per una scommessa? Una scommessa d’amore, può darsi; ma forse l’amore Romelu l’aveva già abbondantemente trovato. Fra la nebbia di Milano, sotto le luci di San Siro.
Per lo stesso motivo, fra interviste nostalgiche e telefonate che imploravano al ritorno, Lukaku riesce a riprendersi la Città della Madonnina e ad ottenere nuovamente il “perdòno” e il calore della Curva Nord. Tutto fatto, accordo raggiunto, nell’agosto 2022 dietro la nuova maglia nerazzurra di Romelu c’è scritto il 9 accompagnato da uno 0, perché il “9 e basta” non è più suo, bensì di un altro attaccante per il quale Simone Inzaghi stravede, ossia Edin Dzeko. Compagno e contendente di reparto prezioso, ma indubbiamente uno dei responsabili dello stravolgimento della brillante carriera nerazzurra del belga.
Sì perché Romelu l’anno scorso si è ripreso a fatica Milano ma non di certo la titolarità assoluta assieme al suo amico Lauti. Inzaghi infatti, nelle gare fondamentali, quelle da dentro o fuori, manda in campo sempre Edin, che riesce perennemente a ripagare la sua fiducia togliendo ancora più minutaggio a Romelu, costretto praticamente sempre a subentrare dopo il 63’ (minuto in cui Inzaghi esercita il potere dei cambi).
Quando entra, Big Rom fatica ad incidere, non sembra essere a posto fisicamente, non trova il miglior feeling con Lautaro, deve fare i conti con qualche problema fisico di troppo e con un allenatore che quasi non riesce a trovargli una collocazione adeguata all’interno di un’Inter senza sbavature. Aveva lasciato un'Inter-slavina, squadra che si esaltava nel bruciare decine di metri a campo aperto, e la ritrova molto più sarta e manovriera. Fra segnali di ripresa incoraggianti nell’ultimissima parte di stagione, reti clamorosamente salvate a sfavore dei suoi in finale di Champions ed una stressante trattativa per il rinnovo di prestito (culminata persino con un’apertura alla nuova Juve di Giuntoli) si chiude definitivamente il sipario dell’avventura di Lukaku all’Inter.
Un nuovo-vecchio Lukaku
E poi il buio. Arrivano quei tre complicatissimi mesi che hanno visto Romelu al centro, ma allo stesso tempo ai margini di un mercato per lui limitante in termini di cifre e formule. Una situazione spiacevole per un giocatore da tempo in cerca di stabilità e centralità, che però ha vissuto una stagione caratterizzata da alti e bassi, dubbi e tanta amarezza. Per lui, anziché di un allenatore, adesso ci sarebbe bisogno di un padre che lo accolga a braccia aperte e che faccia da cartina torna-sole contro le critiche rivolte al suo figlioccio. Chissà, anche di una piazza in cui ripartire completamente da zero, una piazza che non lo ami o odi per partito preso o per dinamiche pregresse, ma sappia applaudirlo, esaltarlo o criticarlo in base a ciò che dimostra. Ecco che nella vita di Romelu, non senza difficoltà o complicanze del caso, si fanno avanti la Roma e quel Jose Mourinho ritrovato dopo l'esperienza agrodolce di Manchester.
8 gol in 10 partite. Romelu, con la Lupa ricamata sul cuore, segna dappertutto e in tutte le maniere. Di destro, di sinistro, di tocco, di rabbia, di petto. In Serie A ed in Europa League. Non fa differenza. La porta è il peggior nemico da battere e fin qui ci è riuscito perfettamente, tendenzialmente quasi in ogni gara.
Ma allora cos’è successo? Lukaku è ri-diventato quel calciatore che domina le aree di rigore soltanto perché è volato a Roma, lontano da tutti? È solo una stella che brilla di luce riflessa? Perché con Conte sì, con Mourinho prima no poi sì, invece con Tuchel e Inzaghi assolutamente no?
A queste domande probabilmente non c’è risposta. Lukaku non è stato voluto male da nessuno, non è stato lasciato in panca per ripicca o per esuberanza o ancora per timore di strane rivolte popolari di qualche ambiente in particolare. Il Lukaku di Tuchel e Simone Inzaghi è stato la controfigura di sé stesso perché all’interno di quegli organici non è stato possibile donargli l’unica condizione che il centravanti belga richiede implicitamente: la centralità.
Non importa con quale partner di attacco, talmente è in grado di esaltare chiunque gli gironzoli attorno (vedi Belotti), non importa la maglia che indossa e non importa neppure chi sieda in panchina, Romelu Lukaku ha bisogno di sentirsi al centro del progetto e al centro dell’attacco per regalarci le migliori performance di sé. Non è detto che questo sia un aspetto totalmente positivo, neppure però che sia un limite assoluto e né tantomeno una legge dinnanzi alla quale i club interessati debbano sottostare. È una condizione per averlo. Solo una condizione che il belga ci ha mostrato nel corso della sua lunga carriera, sporcata da percorsi a metà. Lukaku vuole urlare Io, io come dopo il goal rifilato a Donnarumma nel derby, vuole segnare e chiedere perdono per qualche scelta viziata dalla troppa fretta, vuole spaccare la porta e zittire l'Allianz Stadium solo perché quello che ha in testa è una giusta causa. Lukaku vuole essere al centro ed assumersi tutte le responsabilità che gli spettano, a costo di tradire la fiducia degli addetti ai lavori. Ma non vorrebbe mai essere il piano B di qualcuno, soprattutto quando sente di toccare la miglior condizione fisica e mentale, che per opera di qualche scherzo del destino non può mostrare.
Ed è invece costretto a sedere alla poltrona.
Romelu Lukaku è fatto così, o lo ami o lo odi, o lo prendi o lo lasci. Con lui non si può di certo optare per una scelta drastica (nel bene o nel male) e poi pentirsene. Anche se la certezza della maglia giallorossa ce l’avrà solo per una stagione, a lui poco importa. Farà di tutto per onorarla al meglio e per cercare di riconquistarsi un’altra maglia giallorossa (più nera), quella della sua Nazionale.
Nel 2023, fra le tante vicende amare da ingoiare, il capitolo Belgio (superata la surreale pagina nera del mondiale qatariota) lo si può dichiarare certamente il meno peggio o, per i più ottimisti, semplicemente positivo.
In questa stagione che porta ad Euro 2024 però, Romelu sarà costretto ad un’intensissima lotta a due, in cui fronteggerà un ragazzo di Liegi che veste la maglia del Lipsia, cresciuto con il suo mito e con la stessa propensione a travolgere le difese: Lois Openda, il quale sembra chiaramente ben intenzionato a sfilargli una maglia da titolare e a dimostrare a Tedesco che in fondo il nuovo è meglio del vecchio.
Si preannuncia una sfida apertissima, probabilmente alla lunga la spunterà colui che rimarrà lucido sia sotto porta che mentalmente. Romelu contribuirà certamente a complicare la vita e le scelte del nuovo commissario tecnico belga.
Perché è tornato a far parlare di sé per come si gira in area di rigore e non per gli errori di gestione che commette fuori dal campo. Perché ha lavorato in silenzio, con dedizione, umiltà, anche fra i campetti di Cobham. Perché è al centro, così come non lo è stato mai. Perché è capitato in un ambiente che gli trasmette fiducia e che può coccolarlo in cambio di reti e gioie. Perché ha gli stessi occhi inferociti e la stessa fame di quando, inconsapevole di ciò che avrebbe fatto, indossava la maglia viola dell’Anderlecht e lasciava che i capelli si muovessero con il vento. Perché non ha voglia di raccontare dell’estate più triste della sua carriera, proprio ora, che appare così lontana. Perché domenica vuole tornare a San Siro a testa alta e mostrare ai suoi vecchi tifosi, pronti a bersagliarlo di fischi, cosa sa essere Lukaku quando gli viene data la giusta rilevanza.
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