David Beckham
, 26 Ottobre 2023

David Beckham, working class hero


La miniserie su uno dei calciatori inglesi più forti dell'era moderna rappresenta una bellissima sorpresa narrativa.

L'approccio è stato scettico. Non nascondo di aver pensato che potesse essere quel prodotto che guardi distrattamente, un sottofondo. Come se il monitor divenisse un caminetto che accendi, ogni tanto guardi, ma che principalmente serve come un riempitivo dello spazio attorno a te. Sono bastati, invece, i primi dieci minuti di visione per capire che il personaggio, il suo modo di affrontare la carriera, i retroscena e il rapporto con la moglie siano profondi e tutt'altro che scontati. C'è un substrato di umanità, nella sua storia, che esula completamente dalla figura mediatica. Eh sì, perché David Beckham è stato un momento di passaggio fondamentale verso quello che i calciatori sono divenuti. È stato il primo vero brand mondiale. Il primo corpo che ha attraversato lo specchio e ha reso sé stesso business, marketing, prodotto. Senza mai perdere, in tutto ciò, il legame con il prato verde che lo ha creato.

La grandezza del calciatore, al di là delle indiscutibili doti tecniche, viene forgiata da un vecchio socialista scozzese che ha costruito un collettivo meraviglioso sin dalle fondamenta. The Boss, come lo chiamano tutti i ragazzi che ha cresciuto: Sir Alex Ferguson. Questo scorbutico e inflessibile allenatore ha coccolato, rimproverato e formato umanamente Beckham sin dai 15 anni, costruendo l'intera pavimentazione della sua carriera attraverso il sacrificio e l'applicazione. Un padre che non ha esitato a relegarlo in panchina, quando necessario e addirittura a venderlo, quando credeva avesse raggiunto l'apice della propria forma fisica, anteponendo il bene della squadra a quello del ragazzo. E lo rivendica, senza problemi, senza remore o falsi pentimenti postumi.

Un altro personaggio struttura la vita di David: suo padre, quello vero. Tifoso sanguigno dello United, operaio dei sobborghi, che senza chiedere aspirazioni o valutare inclinazioni del ragazzo, gli mette un pallone tra i piedi, una maglietta dei Red Devils addosso e, tra il prato del giardinetto della tipica villetta di mattoni dei suburbs operai inglesi e quello dei campetti delle squadre locali, gli regala l'etica del lavoro della working class. Uno dei nomi di Beckham è, infatti, Robert: in onore di Bobby Charlton, elegante centravanti inglese che ha scritto la storia di questo sport in Inghilterra e non solo.

Un momento centrale dell'intera narrazione diviene l'espulsione che David rimediò al mondiale 1998, in Francia, contro l'Argentina. La rivalità tra le due squadre e tra i due paesi, non è solo culturale e legata al colonialismo ma, più in epoca moderna, s'intreccia con quell''assurda guerra delle Malvinas. Quel conflitto aprì una ferita immensa nel popolo argentino, tanto che trascese l'atto bellico di per sé per divenire ispirazione per i due gol più iconici della storia dei Mondiali, ma del Calcio in generale: la mano de Dios e El Gol del Siglo, entrambi a firma Diego Armando Maradona. In una partita così sentita e in un paese dove regna un'aristocratica arroganza, che rivendica a sé per solo lignaggio ogni titolo a livello di nazionali, l'espulsione, che però non costò davvero l'eliminazione dei Three Lions, del giocatore sul quale ogni suddito di Sua Maestà aveva riposto le proprie speranze di "farla tornare a casa", generò un'ondata di odio inverosimile.

Beckham, per anni, dovette subire attacchi di ogni genere in ogni centimetro quadro di Inghilterra che calcasse. Solo nella sua Manchester, sponda rossa, ritrovava quell'affetto e quella protezione che gli valsero quel briciolo di sanità mentale che non lo fece sprofondare. Perché è proprio di salute psicologica che parliamo. Nella puntata dove viene affrontato questo tema è lampante la sofferenza, ancora chiaramente visibile nei suoi occhi, che un ragazzo all'epoca di poco più di venti anni aveva attratto su di sé. Uno dei punti forti della narrativa di questa serie è proprio la modalità con cui viene affrontato questo tema lasciando, di fatto, spazio alla telecamera e alla voce sottile del giocatore il racconto. Emerge con forza inaudita lo strazio che è ancora cicatrice nella mente e nell'animo del ragazzo.

L'argomento solo in questi ultimi anni è divenuto l'oggetto di studi e attenzione, dato che il pensiero collettivo vuole il calciatore professionista come un mezzo di produzione atto a generare un plus valore inaudito che gli comporta, di per certo, un lauto stipendio. Ciò che però non si considera è che lo stesso è rinchiuso in una gabbia dorata. Proprio il ragazzo riccioluto di Villa Fiorito citato prima ne fu vittima, e con lui moltissimi altri. Guadagnano tantissimo ed è quasi doveroso, agli occhi del tifoso medio, che debbano comportarsi come scimmie atte al divertimento del pubblico, soggette al ludibrio e allo scherno lì dove non rispondano alle altissime aspettative poste su di loro.

Si è detto che Beckham, per caratura tecnica, per le sue nozze con la "Spice Girl" Victoria Adams e per pura estetica divenne uno dei primi marchi globali. Incarnò, suo malgrado, la globalizzazione che, nei primi anni del nuovo secolo, come simbolo di modernità e progresso ma, soprattutto, la vendita della sua immagine come brand. Lo dice bene Mitchel Salgado, giocatore del Real Madrid all'epoca dei Galacticos parlando della tourneè mondiale che la squadra era costretta a fare per conto di sponsor: "La gente non veniva per vederci giocare a calcio, ma per vedere Beckham. Non eravamo calciatori ma rockstar." Per questo motivo, David ha fatto da spartiacque, ha segnato un'epoca. Suo malgrado, è divenuto simbolo di un cambiamento epocale economico e umano. A ciò ha contributo anche il citato passaggio dallo United, questo per sola volontà di Ferguson: quel Real Madrid rappresentava una nuova forma di intendere il gioco.

Il denaro iniziava a divenire dirimente e scavava i primi tracciati del solco che ora vede il campionato arabo attrarre moltissimi calciatori, a dispetto dell'aspetto tecnico. I Galacticos erano un'accecante mostruosità che, difatti, il dio del pallone non perdonò. Beckham, in poco meno di quattro anni in camiseta blanca, vinse un titolo di Spagna e una Supercoppa di Spagna. Pochino, considerato che giocava con Zidane, Ronaldo, Roberto Carlos, Figo, Raul e altri campioni "di contorno". Florentino Perez lo disse chiaramente: non solo la caratura tecnica del giocatore fu decisiva nell'acquisto ma, soprattutto, il dato che i costi sostenuti dalle casse merengues vennero tre volte recuperati dalle entrate. Marketing puro, semplice e maledettamente banale. Beckham è stato anche questo.

L'estrarre la giusta complessità di una figura apparentemente semplice è la forza di questa mini-serie. Motivo per la quale se la si guarda con occhio attento e critico disvela le quinte di questo dorato circo che siamo abituati a guardare da schermi o da spalti scomodi. Denuda la fragilità di un uomo che, però, diviene paradigma del calcio moderno privo di scrupoli verso i suoi artefici e che ne fa carne da cannone. In un certo senso fa riappacificare con una dimensione di romanticità che ognuno di noi cerca ancora di vedere nello sport popolare per eccellenza perché tutti e tutte sogniamo di diventare Beckham.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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