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Copertina Khvicha Kvaratskhelia
, 25 Ottobre 2023

Non possiamo permetterci di perdere la bellezza di Kvaratskhelia


Cosa significa Kvaratskhelia e perché non possiamo dissipare il suo significato nel calcio odierno.

C’è stato un periodo della scorsa stagione in cui molti guardavano le partite del Napoli in attesa di una partita storta di Khvicha Kvaratskhelia. Dalle partite intere, poi, siamo passati dettagli delle giocate. Dalle progressioni ai filtranti, dai dribbling fino alle sassate nell'angolino. Le persone cercavano di trovare il primo segno di un cedimento del rendimento di Khvicha Kvaratskhelia, ormai stanchi di stupirsi di fronte a un irraggiamento così duraturo, come un sole così caldo da creare siccità, sudore, durato così a lungo da dimenticarsi che fosse solo un debuttante in Serie A.

Era fisiologicamente impossibile che l'esplosione della supernova Kvaratskhelia durasse in eterno. Eppure lui insisteva nel ricordarci chi fosse, e soprattutto quanto ne fosse convinto esserlo quel fenomeno imprendibile che tutti stavamo ammirando. Non era mai sazio, nemmeno quando superava tutte le aspettative possibili. Non si accontentava nemmeno di far ammattire il Liverpool al Maradona, ma alzava la posta in gioco chiedendo al pubblico di alzare ancora di più la voce, di fare capire a tutti i Reds in che inferno si erano infilati. Erano i primi attimi in cui ci rendevamo conto di avere di fronte qualcosa profondamente diverso dal solito, arrivato a colpirci quasi improvvisamente. E il Napoli, naturalmente, non poteva che viaggiare forte, fortissimo con Kvaratskhelia. In un paio di mesi non era più follia affiancargli Maradona a Napoli. Anche perché è con lui che la città si riscopre Campione d’Italia 30 anni dopo.

A guardare Kvaratskhelia si era creata una gelosia personale da parte di chi guardava, per tutte le interpretazioni personali che suscitiva il suo carisma, il suo significato. Poi c'era ansia nel trovare la parola più bella, più giusta, più vicina alla sua realtà. Per raccontarlo agli altri, ma anche raccontare al mondo la fortuna che stavamo vivendo nel vederlo giocare. Parole che si ponevano come contrasto a chi, con la stessa veemenza, cercava un qualsiasi dettaglio negativo che potesse alludere a una fine della magia, che rendesse a tutti palese il bluff.

È l’estate, tuttavia, con il suo fare placido e lento, da cammino desertico qual è, a ostacolare le memorie di una stagione, a infondere timori e preoccupazioni: Kvara si confermerà? Quante ne sono passate Serie A di stelle comete, di fuochi di paglia durati appena un inverno? Cosa potrebbe garantirci che anche lui non faccia la stessa fine? In effetti, qualche segnale era già arrivato nella scorsa primavera. Con il Napoli già pronto a festeggiare lo Scudetto, Khvicha aveva cominciato a mostrarsi decisamente più "normale" di come ci aveva abituato per tutta la prima metà della stagione. Non era un problema, si diceva, poiché il calo veniva letto come mancanza di motivazione a traguardo sostanzialmente raggiunto.

Forse il rigore sbagliato contro il Milan in Champions sembrava finalmente aprire quello squarcio che qualcuno sperava di vedere nel suo talento illuminante. D'altronde, quel rigore era un'esame di maturità miseramente fallito, la dimostrazione di non potere incidere nel momento cruciale. Piomberà la bruma sui piedi di Kvaratskhelia, spenti e poco animosi rispetto alle fiammate dei mesi precedenti. E lui si nasconderà fra i rovi, un po’ per riposarsi, un po’ per curarsi, facendosi da parte, rumoreggiando tantissimo nonostante facesse silenzio. Perché il rumore più grande è il silenzio del più forte.

https://youtu.be/vHp8k06ngoc?feature=shared

A questo si aggiunge poi il difficile rapporto tra Kvaratskhelia e il pubblico opinionista. Essendo lui eccellenza, quindi colpevole di aver reso il magnifico un’abitudine, faceva sembrare la sufficienza della normalità una bestialità, un insulto. Kvara stesso potrebbe avere sofferto questa condizione, quando nel periodo di calo sembrava ossessionato a ritrovare la propria bellezza. Così cominciarono a trovare spazio le prime criticità: tiri finiti a Caivano, dribbling sbagliati goffamente, errori da ragazzino emozionato. Tremavo: in quel momento credevo davvero possibile che fosse (stato) tutto un bluff.

L’estate si avvia alla conclusione. Di Kvaratskhelia non si sa più niente. Non gioca, è infortunato. Inizia la Serie A del Napoli ma inizia senza di lui, ancora fuori per qualche problemino. Rientra, gioca, fa fatica. Comincio a temere di assistere all’appassimento del più bel fiore del campionato, di averlo colto fra le proprie mani e vedere un inverno impossibile porsi sui petali che avevano variopinto le domeniche a Napoli. Un freddo che aveva spezzato lo stelo di quel fiore venuto da lontano, dalla Georgia, con quell’andatura tanto scheletrica quanto eroica.

Sì, Kvaratskhelia mi sembrava un fiore che stava appassendo fra le mie mani. Come se stessi vivendo la morte d’un amore. La fine della passione amorosa è lenta e silenziosa, ma forse più dolorosa di ogni altra possibile conclusione di una storia. Quando un amore si estingue, il cuore vive il suo oltremondo, il suo aldilà. Ci colpisce in modo diverso da una separazione brusca, immediata, violenta: né tradimento né vecchiaia reggono al suo cospetto. In quel momento, quello per Kvaratskhelia sembrava un amore troppo irruento, troppo precoce, troppo immaturo per poter durare a lungo. La sua fiamma, forse, si stava già spegnendo, lasciandoci al buio e intorpiditi dal freddo del mondo reale, di quel mondo che non ha compartecipato al nostro amore feroce e che quindi ci lascia incompresi, soli e innamorati di qualcosa di irripetibile.

Il punto più alto di un sentimento, l’apice intenso del sentire, il corpo che vibra secondo le sue emozioni è la pena irrisolvibile dell’uomo. Perché dopo il sole c’è il crepuscolo, il rimpianto, il fiato morente rassegnato – non c’è niente oltre il cielo. La festa del Napoli è stata unica e irripetibile, ma quasi più emotiva nelle fasi di preparazione che nel momento specifico del 4 giugno, quando la Coppa è stata sollevata dalla città intera. Dunque commovente, indimenticabile, ma già prossima alla discesa emotiva, a un futuro non all’altezza del presente (che è già trascorso).

L’uomo è abilissimo a precipitarsi in modo rovinoso quando l’amore si consegna alla sua fine, e soltanto in pochi riconoscono quando il loro cuore è colmo e pieno di pace. Uno di questi uomini è Luciano Spalletti, che più volte nel corso della sua vita si è visto accartocciarsi su amori sfrenati, incapace di condurli a una fine degna del loro vissuto. Pensiamo al rapporto con Francesco Totti e la sua Roma: Spalletti non ha saputo concedere al corpo del Capitano l’epitaffio meritato dopo una vita assieme alla città, venendo castigato dalla sua gente con l’essere considerato il mandante della fine del Capitano. Dilaniando ogni memoria costruita insieme all’Olimpico.

Insopportabile, quindi ingiusto nella testa di Spalletti. Non poteva succedere anche a Napoli, capitale emotiva d’Italia. Così, saggio della lezione subita con Totti, Spalletti decide di salutare la propria amata dopo il matrimonio con il tempo, la vittoria, dedicandole il regalo più importante: la memoria. Il «per sempre» che la Chiesa augura durante la celebrazione dell'amore.

Ma Spalletti non ha abbandonato soltanto Napoli, ma anche Kvaratskhelia, il manifesto dei manifesti di quel Napoli Re d’Italia. Più di tutti, Kvara rappresentava la passione di quella nuova era: giunto da perfetto sconosciuto al posto di Lorenzo Insigne, che di Napoli era figlio, beniamino e capitano. Il georgiano non solo ha avuto la forza di sorreggere la corona appena ereditata, ma la ha impreziosita di altri gioielli, di smeraldi, rubini e soprattutto del diamante più splendente: lo Scudetto. In un solo anno, Kvaratskhelia ha spinto Napoli fino al cielo, lassù dove solo Maradona aveva osato volare.

Nemmeno la notte spegne l'azzurro del Napoli. (Foto: SSC Napoli)

Inevitabilmente, quando hanno visto Kvaratskhelia giocare, il pensiero dei tifosi del Napoli è andato subito verso l'alto, verso Dio, ovvero verso Diego Armando Maradona. Il celeste è strettamente legato al loro immaginario per la divisa, ma è anche il georgiano che rende semplice l'avvicinamento alla divinità. Poeta d’azione, il modo in cui trascina via con sé il pallone fra gli avversari gli regala immediatamente il nomignolo di “Kvaradona”; per il modo in cui lascia andare la gamba per i cross verso Osimhen è nientemeno che “Kvaravaggio”. Amore dell’estetica ed estetica dell’amore: il calcio a cui gioca Kvaratskhelia è inevitabilmente spettacolare, profondo, composto di sensibilità superiore e privo di intenzionalità. Intelligibile perché rivolto alle nostre pulsioni adamitiche, risvegliate da un ragazzo georgiano che quando corre porta la sua storia con sé.

Attorno all’arte c’è sempre il bello, e attorno a Kvaratskhelia ci sono altri elementi poetici che nutrono la sua bellezza e il suo significato, incrociandosi con altre storie e sensazioni: Kvara esordisce allo stadio Bentegodi, esattamente come Maradona; suo nonno Mamiya, anch’egli calciatore, è nato nel 1926, l’anno della fondazione della Società Sportiva Napoli. Anche il suo cognome partecipa a questo contesto estetico. In lingua georgiana, Kvaratskhelia è composto da due parti semantiche, “Kvara” e poi “tskhelia”, traduzioni letterali di «carbone» e «ardente». L'onomastica sembra sufficiente a spiegare la sua andatura così particolare, quelle spalle tenute costantemente tese, inarcate, quasi come se fosse scottato dal terreno su cui poggia i piedi, ma abbastanza forte da continuare a calpestarlo con potente ostinazione, fino a piegarlo alla sua volontà.

Poi la Georgia, terra difficile. Quando Kvara ha solo otto anni, il paese viene invaso dall'artiglieria russa, giunto solo a qualche decina di chilometri da Tbilisi, capitale e città natale del piccolo Khvicha. Non c’è acqua che possa dimenticare il sapore della guerra, che si adagia su di noi come polvere e zolfo, neanche quella del fiume Mt’k’vari, il fiume che divide Tbilisi in est e ovest. Noi lo chiamiamo “Kura”, nome turco e azero, ma in georgiano viene chiamato Mt’k’vari - "quello [che scorre] lento - che suona un po’ come Kvari, vezzeggiativo di Kvara, quel piccolo Kvara che correva lontano da casa per giocare con il pallone con i calzettoni già abbassati fino alle caviglie.

Quel bambino chiamato Kvari è ancora presente in Kvaratskhelia, nonostante si nasconda dietro quel volto da profeta ortodosso: fronte e zigomi alti, labbra sottili e capelli scuri, una barba che rimanda agli antenati della sua terra. Connotati perfettamente coerenti con l’antropologia caucasica. Percepiamo l'intensità dello sguardo di Kvaratskhelia anche nelle sue espressioni più rilassate, nelle sue note vispe o leggermente turbate, ma che non danno mai senso in affanno. Un volto arricchito anche da quella «vena sul collo» di cui Spalletti fa riferimento dopo l’eurogoal in cui fa scivolare a terra mezza Atalanta. L’estetica di Kvaratskhelia è densa di significato, di vissuto, pregno di quella bellezza dell’uomo che ha vissuto la sofferenza. Non ha niente a che vedere con i volti dei suoi coetanei europei, che sono giovani, belli e patinati.

Meravigliosa la rete, indomabile l'esultanza: qui c'è tutto il senso di Kvaratskhelia che dà al calcio.

Anche nella vita da calciatore, la Russia rimane nel destino di Kvaratskhelia. Quando l'esercito russo invade i territori dell’Ucraina il 24 febbraio 2022, Kvaratskhelia veste la maglia del Rubin Kazan. Non c'è solo il freddo della lontananza lontano da casa, ma anche la paura che solo la guerra può infondere a chi già l'ha vissuta, lo sdegno verso l'invasore di chi ha già subito un'invasione. Approfittando del regolamento FIFA che permette a tutti i giocatori che militano in Russia di rescindere il proprio contratto, Kvaratskhelia decide tornare in patria, alla Dinamo Batumi. Il mondo attorno a lui, dunque, non è cambiato granché: Khvicha, da piccolo, correva lungo le sponde del fiume Mt’k’vari e la Russia percorreva la famigerata Strada Militare Georgiana con i propri mezzi blindati; Kvaratskhelia, da adulto, corre fra i difensori, segna ed esulta mimando la lettera “T” in georgiano per sua moglie, mentre la Russia si avvicina a Kyiv con centinaia di carri armati.

Forse è questo ciò che più rimane impresso di Kvaratskhelia. Non solo la paura che infonde agli avversari che si frappongono fra lui e la porta, ma soprattutto il suo spirito significante, trasudato in ogni sua componente fisica. Kvaratskhelia è l’uomo che farà finalmente conoscere la Georgia al mondo, secondo i georgiani. Un talento così accecante che da quelle parti non si era visto, capace di portare agli occhi di tutti il fardello di un contesto storico e culturale complesso.

La bellezza di Kvaratskhelia è un patrimonio che non possiamo permetterci di dissipare. Una fortuna fatta di speranza e di concreto realismo. Di paura, ma anche di luce a cui affidarsi per orientare il nostro futuro. Kvara, più di molti altri campioni, può dirsi anima collettiva di un popolo, simbolo di una nazione che cerca nella realizzazione sportiva il proprio posto nel mondo, la propria abnegazione. Superando dei confini politici, o le macerie di una guerra. Lo sport inteso come identità soggettiva forte nella sua riuscita tecnica ma anche come simbolo di un'identità comune, le cui conseguenze vanno molto al di fuori campo. Qualcosa che ci auguriamo possa resistere oltre ogni disposizione tattica, con qualsiasi allenatore del Napoli.


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