Volanti dei carabinieri fanno irruzione all'Olimpico.
, 19 Ottobre 2023

Breve storia dello scandalo Totonero


Volanti in campo e ristoratori in uno scandalo incredibilmente italiano.

Negli ultimi giorni il pubblico sportivo italiano ha compiuto più salti emotivi verso i giovani giocatori della Nazionale indagati per scommesse illegali: indignazione, rabbia, scherno, assuefazione. Nessuno si è meravigliato, però: tutto in questo nuovo scandalo, come spesso succede con gli scandali in Italia, è stato vissuto come ordinario, qualcosa che esisteva già sotto un nugolo di segretezza. È come se il nostro subconscio avesse intercettato la notizia prima di noi. Abbiamo sviluppato gli anticorpi a un virus che già in passato ha distrutto l'immagine del calcio in questo paese.

L'arrivo della polizia nel ritiro di Coverciano per sequestrare materiale ed ascoltare i calciatori indagati – Zaniolo e Tonali, in questo caso – è sembrato un film già visto. Le lancette sono tornate indietro di 43 anni precisamente, a un anonimo pomeriggio di marzo del 1980, quando il pubblico italiano si scontrò con l'incredulità di Paolo Valenti, allora conduttore di Novantesimo Minuto, che lanciava le immagini delle volanti dei Carabinieri sulle piste di atletica di sei stadi italiani.

Era da settimane che si susseguivano voci sibilline su un sistema che stringeva le mani alla criminalità. Le manette strette ai polsi di undici calciatori, accusati di truccare le partite per incassare i proventi dal giro di scommesse illegali connesse a quegli eventi, fu la genealogia dello scandalo del Totonero. Furono arrestati giocatori come Bruno Giordano e Pino Wilson della Lazio, Enrico Albertosi del Milan, Sergio Ghilardi del Genoa. Fu la perdita dell'innocenza del calcio italiano.

Il Totonero era un giro di scommesse illegali molto in voga a Napoli negli anni Settanta e Ottanta. Una sorta di Totocalcio ma esercitato in forma clandestina che permetteva allo scommettitore di non essere vincolato a dover «fare tredici» per intascarsi il montepremi, ma poteva scegliere su quali e su quanti eventi puntare. A fare scuola fu il clan Giuliano di Forcella, passato sulle scrivanie della cronaca sportiva per essere una cosca vicina a Maradona.

Un’amicizia, questa, che costerà cara al fenomeno argentino e che getterà ombre sulle vittorie (e sconfitte) ottenute con gli azzurri. Nel 1988, l’anno dopo la vittoria del primo scudetto, infatti, sul bis dei partenopei erano stati puntati ingenti somme di denaro che la camorra avrebbe avuto difficoltà a ripagare. Il sospetto nacque dal momento in cui i campioni d’Italia, con lo scudetto in tasca già al giro di boa, calarono sospettosamente il proprio rendimento, riaprendo la corsa al titolo in primavera e perdendolo definitivamente il primo maggio, giorno della festa dei lavoratori. In un soleggiato San Paolo, il Milan di Berlusconi passeggiò tra le macerie di un Napoli inerme, imponendosi per 3-2 ed uscendo tra gli scrocianti applausi dei tifosi di casa. La città sotto shock non volle ascoltare giustificazioni.

Quello scudetto, secondo molti, non era stato perso per colpa del pessimo rapporto tra l’allenatore Ottavio Bianchi e un nutrito gruppo di calciatori, né per la scarsa forma fisica di Maradona e neanche per la forza di un avversario che poteva contare sul genio di Sacchi e su Gullit e van Basten, nonché sul capocannoniere – e quel giorno autore di una doppietta – Pietro Paolo Virdis. Le indagini della Procura di Napoli, però, non portarono nulla di concreto. Le dichiarazioni di collaboratori di giustizia non trovarono riscontri concreti che potessero far pensare che la camorra, sfruttando i canali preferenziali con Maradona e altri componenti della squadra, avesse fatto pressioni affinchè il Napoli abbandonasse la corsa al titolo per salvare le casse dei clan.

Burattinai e burattini

Il business del Totonero – che nel napoletano fruttava oltre 2 miliardi di lire a settimana – non potè che ingolosire le mafie di tutto il paese, arrivando inesorabilmente ad espandersi anche a Roma. I personaggi di spicco, in questo caso, erano due: l’allibratore Alvaro Trinca e il commerciante ortofrutticolo Massimo Cruciani. Le indagini degli inquirenti individuarono nel ristorante di pesce Le Lampare, di proprietà di Trinca (scommettitore incallito con legami a doppia mandata con la criminalità organizzata), il luogo in cui allibratori e calciatori – prevalentemente della Lazio – decidevano le partite da truccare.

Trinca e Cruciani erano dunque i finanziatori, ai calciatori invece spettava il compito di portare a compimento il piano prestabilito. Il meccanismo, però, non riuscì a tenere conto di alcune variabili, che fecero saltare tutto in pochissimo tempo. Per esempio, per Palermo-Taranto, in Serie B, era previsto un pareggio ma l'intervento del rosanero Gian Piero Gasperini fece saltare la combine, nonostante l'accordo anche con alcuni avversari. Magherini, allora centrocampista del Palermo, cercò quindi di rimediare al danno, proponendo a Trinca e Cruciani la combine di Vicenza-Lecce e Milan-Lazio del 6 gennaio 1980. I due, quasi costretti, decisero di accettare per rientrare dei soldi persi ma anche stavolta andò male: il Milan, come previsto, vinse 2-1 contro la Lazio ma la partita di Vicenza finì in parità, mandando in fumo circa duecento milioni di lire.

La perdita dell'innocenza

Se noi oggi sappiamo di questa vicenda è per quest'ultima partita, quella che spinse Cruciani a sporgere denuncia per truffa, facendo partire le indagini. Le sue parole coinvolsero Avellino, Genoa, Bologna, Juventus, Perugia e Napoli, oltre, naturalmente, ai calciatori della Lazio e del Milan, di cui Cruciani dice: «Per quanto riguarda Milan-Lazio del 6 gennaio 1980, i giocatori biancoazzurri Giordano, Wilson, Manfredonia e Cacciatori si accordarono con Enrico Albertosi del Milan affinché si verificasse la vittoria di quest’ultima squadra. Il Milan, da parte sua, contribuì alla “combine” con l’invio di lire 20 milioni in liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino, il giocatore di tale squadra Giorgio Morini, due giorni dopo il rispettato esito dell’incontro.»

Dalle parole di Cruciani partì quindi un enorme effetto domino, culminato nelle immagini del 23 maggio 1980, quando i carabinieri, all'uscita degli spogliatoi di Pescara, arrestano in un colpo solo Cacciatori, Wilson, Giordano e Manfredonia (presente in tribuna perché squalificato, fu fermato da agenti in borghese) della Lazio. Più o meno nello stesso momento, a San Siro e all'Olimpico vengono bloccati i milanisti Albertosi e Morini e i perugini Della Martira, Zecchini e Casarsa. Altrove vengono presi l'avellinese Pellegrini, il palermitano Magherini, il leccese Merlo e il genoano Girardi.

Verranno tutti scarcerati dopo 11 giorni di detenzione, poiché il fatto non configurava reato. Uno dei più provati sembrò l’attaccante della Lazio, Bruno Giordano, allora 23enne in odore di trasferimento ad una big e di convocazione agli europei casalinghi del 1980. Accolse la pesante squalifica in lacrime e tornò in campo solamente nel 1982, con la Lazio in Serie B e una credibilità persa.

Per Dossena, Savoldi, Damiani e per Paolo Rossi, che diventerà il volto dello scandalo scommesse, inizialmente toccarono soltanto ordini di comparizione per accertamenti. Pablito, in seguito, verrà però ritenuto colpevole della combine di Perugia-Avellino per aver espresso atteggiamento positivo verso un ipotetico pareggio durante una partita a tombola con alcuni compagni. «Non sapevo nulla delle scommesse. Pensavo al classico pareggio accettato da tutte e due squadre che non vogliono farsi male a vicenda,» dirà poi Rossi, «Ho seguito il processo come qualcosa di irreale, come se ci fosse un’ altra persona al posto mio. Capii che era tutto vero quando tornai a casa e vidi le facce dei miei genitori.»

Copertina di Paese Sera che annuncia lo scandalo totonero.

Negli anni a seguire, Pablito continuato a professarsi innocente, rimarcando il fatto di sentirsi vittima di complotto; stessa strategia adottata da Albertosi, salvo poi dire, in un'intervista recente al Corriere della Sera: «Il mio presidente sapeva tutto, sapeva che io avessi puntato dei soldi sulla nostra vittoria. Abbiamo vinto con la Lazio una partita regolare, feci due parate eccezionali. Io ho sempre giocato per vincere.»

Come detto, la giustizia ordinaria di allora non potè fare molto; tuttavia, fu quella sportiva ad andarci pesante: in appello furono retrocesse Milan e Lazio, venne radiato il presidente dei rossoneri, Colombo, e squalificati cinque giocatori della Lazio, tre del Perugia, tre del Bologna, due dell'Avellino e uno a testa per Pescara e Napoli. Paolo Rossi è tra i tre squalificati del Perugia ma, nei fatti, sarà il salvatore di molti quando, due anni dopo, porterà l'Italia alla vittoria nel Mondiale spagnolo, spingendo la FIGC a condonare due anni di squalifica a tutti gli altri giocatori coinvolti.

L'eterno ritorno

Quello che sta, quindi, accadendo in questi giorni non è una novità. Chi ha assistito al primo Totonero ha poi assistito anche al secondo, che coinvolse promozioni e retrocessioni, organizzate per intascare i soldi della Lega Calcio. Dallo scandalo Scommessopoli, stavolta espanso a livello internazionale, sono passati poco più di dieci anni. Insomma, se ogni tanto salta fuori qualcosa di oscuro sul nostro calcio non siamo quasi più sorpresi.

Ora, il nuovo scandalo scommesse (in cui, per ora, non sembra ci siano state partite truccate) è in mano, legalmente, alla procura di Torino e, meno legalmente, a Fabrizio Corona, tornato a caccia di notorietà e di interazioni. In momenti come questi, è forse bene prendere a riferimento proprio le parole di Pablito Rossi, che, nel 2012, commentava così il caso Scommessopoli: «Invito a stare attenti, a non scagliarsi subito contro una persona. Aspettiamo e vediamo cosa succede. Non è il caso di esprimere giudizi che possono rivelarsi affrettati. Bisogna avere pazienza e vedere chi è coinvolto veramente e qui bisogna avere prove concrete, inattaccabili. Sennò si rischia di dire cose senza senso.»

Quel che sappiamo al momento è che i calciatori coinvolti sono tre. Il primo mostro sbattuto in prima pagina è stato Nicolò Fagioli, 22enne centrocampista della Juventus. Ha ammesso di avere un problema con la ludopatia e di aver scommesso su eventi calcistici. Nelle scorse ore patteggiato la condanna, si è preso una squalifica di sette mesi e una multa e ha iniziato un percorso psicologico. Una vicenda non dissimile di quella di Ivan Toney, di cui avevamo scritto alcuni mesi fa.

Per gli altri due giocatori coinvolti, Tonali e Zaniolo, la situazione è ancora vaga: entrambi sono stati raggiunti dalle forze dell'ordine durante il ritiro della Nazionale ma su di loro non ci sono accuse formali, tanto che la Football Association ha dato a entrambi il via libera per continuare a giocare e ad allenarsi con i rispettivi club in attesa di nuove comunicazioni.

Come sempre, in questi casi, non possiamo che aspettare che la tempesta passi, che la legge faccia il suo corso e che la nostra illusione ci porti a pensare che il marcio sia oramai alle spalle. Il tutto mentre, intorno, continuano a fioccare nomi – l'ultimo, quello di Zalewski, è stato prima lanciato e poi rimangiato dalla stessa persona – e ricerche spasmodiche di filmati dubbi, di marcio ovunque, simbolo di dibattiti che ormai scadono facilmente e velocemente nel populismo.

Forse noi per primi dovremmo accettare il fatto che i calciatori, seppur privilegiati, sono esseri umani e che sbagliare è concesso anche a loro, a maggior ragione se dovesse emergere che alla base di tutto ci sono delle patologie.

In questo senso, le parole del presidente federale, Gabriele Gravina, che ha parlato della ludopatia (qualunque cosa intendesse) come di una "piaga sociale" sembrano quasi illuminanti. Se non fosse che, neanche qualche mese fa, era stato lui stesso, insieme al Ministro dello Sport, a battersi per togliere il divieto (per altro già facilmente aggirato) alle agenzie di scommesse di sponsorizzare manifestazioni sportive.


  • Napoletano di nascita ma cittadino del mondo d' adozione. A 12 anni ha capito che il rettangolo verde non facesse al caso suo dopo aver provato una rulèta à-la-Zidane ed esser finito a gambe all' aria. Innamorato del calcio grazie alla folta chioma bionda di Emmanuel Petit.

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