Serie A
, 18 Ottobre 2023
,

20 giocatori di Serie A destinati a diventare allenatori


Quale giocatore in attività della vostra squadra vedete già in panchina?

Quante volte, guardando una partita di Serie A in TV o allo stadio, vi è capitato di soffermarvi a guardare con particolare ammirazione, uno stupore infantile e maturo insieme, un calciatore per la sua calma e sicurezza con cui scendeva in campo? Quante volte abbiamo detto di un determinato giocatore che è «un allenatore in campo»? Con l'evoluzione del gioco, ormai chi scende in campo deve aver introiettato uno rigoroso ordine mentale prima che tecnico. I giocatori come pedine nelle mani di allenatori scacchisti, sempre più influenti nello spettacolo a cui assistiamo.

La narrativa del calciatore-già-allenatore è una delle più affascinanti, perché fa sognare e permette di immaginarci un lato più cerebrale e complesso di professionisti che nella maggior parte dei casi trattiamo come fossero persone monodimensionali. Ma è anche un esercizio narcisistico, perché nasconde un desiderio da parte di chi ne parla di conoscere un lato di quell'uomo che in realtà è ancora pura speculazione.

Noi ci siamo portati avanti, e abbiamo guardato in uno degli infiniti futuri possibili per raccontarvi un calciatore per ogni squadra della Serie A che vedrete sbraitare in panchina. Vi piacciono di più gli allenatori energici, quelli che sferrano la giacca per aria in un raptus di follia se l'esterno offensivo non segue i movimenti del terzino di parte, o il silenzio da filosofo tantrico vi offre più sicurezza?

Atalanta: Marten De Roon

Se fai il nome di De Roon ad un appassionato di Serie A, gli balzerà subito in mente l'associazione con la sua comunicazione social (auto)ironica e strampalata. Da qui ad immaginarsi un De Roon allenatore-gestore (pessima definizione, ma la più immediata) che si mette sullo stesso piano dei giocatori, magari raccontando barzellette prima delle sfide più tese alla Ancelotti, il passo è breve. L'olandese è ancora indeciso sul suo futuro da calciatore: imprenditore o allenatore, ma forse la seconda opzione sarebbe più adatta a lui. Bonus: ha dichiarato che il calciatore che l'ha messo più in difficoltà in Serie A è Saponara («Mi ha fatto dieci tunnel la prima volta»), chiaro indice di competenza calcistica.

Bologna: Stefan Posch

In questo caso la scelta è facile. Con l'arrivo in panchina di Thiago Motta il Bologna è diventato un enclave del gioco di possesso nel ceto medio della Serie A. Sarebbe stato facile nominare l'eclettismo di Lewis Ferguson o il rigore tattico di Remo Freuler. Il giocatore che più di tutti si è rivelato intelligente e abile nell'adattarsi a entrambe le fasi, piuttosto, è Stefan Posch. Quanti altri difensori possono dire di essere stati allenati nelle giovanili da un profeta del calcio liquido e posizionale degli ultimi anni come Julian Nagelsmann?

Posch è arrivato in Italia a 25 anni con l'etichetta di centrale difensivo e oggi, a una sola stagione di distanza, si è rivelato un terzino raffinato. La sua interpretazione del ruolo è sorprendente, e in ogni partita il suo repertorio tecnico sembra più sofisticato. Posch possiede un intuito eccezionale per il regno immateriale della tattica. Mi state dicendo che non lo vedete già guidare una squadra della bassa borghesia tedesca – diciamo l'Hoffenheim stesso, o un gigante in decadenza come l'Amburgo?

Cagliari: Matteo Prati

Prati ha fatto il suo esordio nel calcio professionistico grazie a Daniele De Rossi, suo idolo d'infanzia, un calciatore di cui si è predetta per anni la futura carriera da allenatore come fosse un predestinato. Per Capitan Futuro non è andata benissimo la prima volta in panchina a Ferrara, ma Prati è il primo grande lascito della sua esperienza dall'altro lato della barricata. Il centrocampista di Ravenna è diventato subito pupillo di Radja Nainggolan, uno che di calciatori forti ne ha visti, ma soprattutto uno che sa riconoscere la personalità nei suoi compagni di squadra. Appena arrivato a Cagliari, Ranieri ne ha parlato come del regista che serviva alla squadra.

Quando Prati è in campo i due si parlano molto, creando un filo diretto. Ad appena vent'anni e un anno di esperienza nel calcio professionistico, Prati ha lo sguardo di chi non ha paura di dare e prendere colpi duri in mezzo al campo, l'intelligenza e il coraggio di buttarsi negli spazi giusti e il carisma di chi ha una decina d'anni d'esperienza ad alti livelli. «Matteo ha la testa a posto, ha qualità e non sfigura mai in allenamento». Parole e musica del suo mentore: quel predestinato sopraccitato che ha contribuito a plasmare il suo erede.

Empoli: Francesco Ciccio Caputo

Chi l'ha detto che i centravanti non possono fare gli allenatori? Simone Inzaghi e Alberto Gilardino si stanno facendo carico di questo mythbusting con un calcio geometrico e godibile. L'Empoli è il paradiso dei centrocampisti tecnici e cerebrali, gente perfetta per indossare lo smoking d'ordinanza e gesticolare verso i terzini, quindi suona strano vedere una punta in questo ruolo. Ma Marin ha già dichiarato che si vede meglio come dirigente e gli altri sono troppo giovani per pensare ad una carriera da allenatore, o troppo poco caratterizzati (o entrambe). Caputo è un patito della carriera allenatore sui videogame calcistici, dove si starà sicuramente preparando al futuro da mister. Pensare ad un Caputo in tuta direttore d'orchestra della prossima favola di Serie A affascina. E le scuse accampate per la qualunque con quel dolce accento barese avranno un flavour diverso.

Fiorentina: Giacomo Bonaventura

Se non vi basta l'impressionante somiglianza con Allegri ad immaginare una carriera da allenatore di Bonaventura in effetti vi capiamo: sarebbe un'associazione superficiale. Bonaventura, però, è molto di più del doppelgänger del tecnico livornese. Con la sua leadership silenziosa e la sua intelligenza tattica, viene naturale immaginarlo in panchina con uno di quei maglioni di cachemire color cachi mentre dà indicazioni alla squadra con una pacatezza zen. In più viene dalle Marche, una delle regioni più floride in materia di tecnici per la Serie A, e ha già dichiarato in passato di voler fare l'allenatore.

«Fare l’allenatore di sicuro non è una storia tranquilla, eppure mi intriga: oggi ho in testa questo» spiegava Jack nel 2016 alla Gazzetta dello Sport. «Mi preparo studiando gli allenatori. Se devo chiedere qualcosa sul mestiere chiedo a quelli del loro staff, però mentre gioco provo ad analizzarli: come preparano le partite e il gruppo, il rapporto con i giocatori, soprattutto i loro difetti e i loro errori. Prendo appunti mentali: credo mi serviranno quanto studiare a Coverciano». Inappuntabile.

Anche se fin quando gioca così...

Frosinone: Luca Mazzitelli

Mazzitelli è uno di quei calciatori che sembrano nati esperti. Da giovane, cresciuto nelle giovanili della Roma, si sprecavano anche per lui i paragoni con De Rossi (Daniele), dal canto suo lui prova un'ammirazione sconfinata per De Rossi (Alberto, ma anche Daniele). Conosce bene la bassa Serie A e l'alta Serie B, suo habitat naturale oramai da un decennio, ricca di zone d'ombra ideali da esplorare per i primi approcci alla panchina.

È un pupillo di Guido Angelozzi, direttore sportivo del Frosinone che l'aveva già avuto al Sassuolo: in trent'anni ne ha avuti tantissimi di calciatori e di allenatori, dimostrando di avere un potere taumaturgico soprattutto su questi ultimi (le carriere di Grosso e Di Francesco erano perse prima di incontrarlo sul loro cammino). Fun fact: studia management per prepararsi alla gestione del gruppo ed è figlio del caporedattore sportivo di Repubblica, Massimo Mazzitelli, che sarà fondamentale per curare la comunicazione con i media.

Genoa: Mateo Retegui

Basterebbe pensare all'approccio di Retegui con la maglia della Nazionale. Un oggetto misterioso che si trasforma nell'appiglio principale per i problemi realizzativi della squadra campione d'Europa in carica. È vero, forse è a Genova che Retegui ha trovato la sua dimensione, però la sua leadership è innegabile. Nell'intervista post Italia-Inghilterra non parlava neanche italiano, eppure commentava il suo primo gol.

Immaginate una squadra che si raduna per il precampionato a inizio luglio, con l'arsura che penetra le vene dei giocatori, e un caudillo come Retegui a guidare questi allenamenti sfiancanti. La prima seduta di Antonio Conte al Tottenham era stata così sfiancante da costringere Harry Kane a fermarsi per vomitare. L'attitudine volta al sacrificio di Retegui non è tanto diversa: viene naturale immaginarlo come un allenatore calvinista, uno di quelli che a ogni conferenza ripete che l'unica attività utile alla vita dell'uomo felice è il duro lavoro. Un leader dai principi irriducibili.

Juventus: Danilo Luiz da Silva

È difficile pensare a un giocatore più immerso nelle questioni tattiche contemporanee. Di recente Danilo ha provato a spiegare la grandezza di Allegri in un'intervista simile a un manifesto di calcio ideologico, in cui ha paragonato il suo attuale allenatore a Guardiola. «Con Max condivido moltissime cose: è leale, diretto, pochi giri di parole» ha detto al Corriere dello Sport. «E sa anche tornare sui suoi passi»

Danilo ha un carisma naturale, e da quest'anno è anche capitano della Juventus. Sarebbe deludente non vedergli scalare le gerarchie del calcio europeo in doppio petto, magari partendo dai campi di provincia italiani. Un brasiliano che ha smussato gli spigoli del calcio relazionale incontrando la nostra cultura reattiva. Danilo ultimo sacerdote di un calcio in estinzione, dove il mantra è subentrare a stagione in corso e raddrizzare le piante storte con il 3-5-2 farmacologico. Del resto, alla fine di quell'intervista al Corriere diceva: «nel calcio se non vinci non ti diverti e non diverti».


Inter: Henrik Mkhitaryan

Mkhitaryan ha 34 anni ma sembra molto più vecchio. Ha i capelli radi, e le rughe gli hanno solcato già da qualche anno la fronte, restituendo l'idea di un essere umano consunto. Non dà l'idea di essere un nerd del calcio, uno di quei centrocampisti che trascorre il tempo libero su WyScout come un vezzo psicanalitico, riguardando i propri errori per migliorare. Allo stesso tempo, però, ha lavorato duramente per rendere più longevo il suo talento. Potrebbe diventare un allenatore relazionale, capace di preservare i migliori giocatori in squadra e rendere funzionale le loro interazioni.

Dopo la vittoria del derby, una partita eccezionale in cui Mkhitaryan ha segnato una doppietta e servito un assist, Tuttosport definiva così il talento dell'armeno e la sua importanza nello spogliatoio dell'Inter: «Quel calciatore ascoltato da tutti i compagni di squadra, quello a cui il collettivo fa affidamento anche nei momenti più complicati di una partita. La rappresentazione perfetta insomma del giocatore/allenatore (e forse anche dell'allenatore/giocatore) che espleta al meglio i compiti richiesti e consiglia i propri colleghi su come sbrigare quelli propri». Chi ben comincia...

Lazio: Alessio Romagnoli

Romagnoli ha tutto per fare l'allenatore: il portamento, l'eleganza, la tendenza alla polemica rivendicatoria. Non a caso pupillo di due allenatori dal carattere spigoloso come Mihajlovic e Sarri, il difensore di Anzio ha portato per mano il Milan dalla banter era alla vittoria dello Scudetto, passando attraverso delusioni cocenti e una pioggia di critiche di cui spesso era primo destinatario senza mai sbracare. Capitano dei rossoneri già a 23 anni (il secondo più giovane della storia dopo Baresi) e futuro capitano designato della Lazio, Romagnoli si candida ad essere uno dei profeti della zona pura della Serie A, sistema di gioco in cui ha dimostrato di trovarsi molto più a suo agio di quello a uomo.

Lecce: Ylber Ramadani

Dopo pochi giorni dal suo arrivo in Salento, il DS Stefano Trinchera parlava già di Ramadani come un punto di riferimento per la squadra. Il centrocampista albanese è un moto perpetuo in campo: imposta, intercetta, contrasta e si inserisce, tirando spesso verso la porta. La sua leadership e la sua voce pesano più di molte altre nello spogliatoio giallorosso. A proposito di voce: dopo appena qualche settimana si è presentato in conferenza stampa sfoggiando un italiano fluente, solo una delle tante lingue che conosce (padroneggia anche inglese, albanese, danese e tedesco). Il suo ex allenatore Costantino, parlando di lui, ha elogiato la sua costante voglia di migliorarsi e di mettersi in gioco, ma soprattutto ha rimarcato come «Lavoratori come lui difficilmente se ne trovano in giro». Non vi viene già voglia di buttarvi nel fuoco per lui?

Milan: Tijjani Reijnders

Abbiamo dovuto investire poche energie per capire Tijjani Reijnders. Al debutto in Serie A, contro il Bologna, ha rivoluzionato il centrocampo del Milan con un dominio tecnico incontrastabile. A fine partita gli sono riusciti il 100% dei passaggi. La naturalezza con cui guida il reparto pur essendo la new entry con meno spessore internazionale è sorprendente. È cresciuto nel vivaio dell'AZ Alkmaar e tanto basta per spiegare la sua vocazione alla lettura degli spazi, a un gioco di controllo.

Facile dire che diventerà un nuovo discepolo della scuola olandese-catalana, uno di quei filosofi che ambiscono non solo a creare squadre, quanto vere e proprie intelligenze collettive. Magari la sua carriera partirà proprio dalle giovanili dell'AZ, un modello in cui ai giovani calciatori non viene insegnata la tattica fino ai 16 anni per non limitarne la creatività. Reijnders come cultore dell'artisticità del calcio, di esseri umani liberi di interagire purché si parta dal 4-3-3.

Monza: Matteo Pessina

Ci sono pochi giocatori di cui si conosco dettagli all'apparenza insignificanti come con Pessina. Dai post strappalacrime degli Europei sino agli studi di economia, passando per la passione per la cucina locale ereditata dalla nonna: prima di essere un ottimo centrocampista offensivo, Pessina è un uomo per tutte le stagioni, con la testa sulle spalle e la leggerezza di chi non ha nulla di cui preoccuparsi. Ora che è tornato a Monza non riusciamo a vederlo altrove: è così ben calato nella realtà brianzola che sembra essere la sua dimensione da qui ai prossimi vent'anni in Serie A.

Che possa essere lui a portare per la prima volta i biancorossi in Champions League? A soli 26 anni ha già completato il ciclo del gasperinismo, avendo giocato con il Gasp e con i suoi principali discepoli, Juric e Palladino. In particolare, le peculiarità del gioco del tecnico campano hanno permeato il suo spirito: il suo Monza vivrà di 3-4-2-1 per 13 anni e sarà la realtà più serena del calcio italiano.

Napoli: Giovanni Simeone

Di Giovanni Simeone fuori dal campo sappiamo poco. L'anno scorso ha parlato spesso ai microfoni durante e dopo le partite. Lo abbiamo visto emozionarsi come un bambino al luna park per il gol al debutto in Champions League e per alcuni gol decisivi per la vittoria della Serie A 2022/23. Ai tifosi del Napoli sono arrivate quasi sempre parole dolci, sensibili, di un giocatore che prima di tutto si rivolgeva allo spirito di gruppo, al Napoli non come squadra ma come collettività, un insieme di persone in pace con la vita.

È questo che ci ha indotto a scegliere Simeone e non altri giocatori più scontati – come sarebbero stati Di Lorenzo o Lobotka. «Non conta quanto gioco, ma la qualità del tempo che ho a disposizione» ha detto l'anno scorso dopo la vittoria contro la Cremonese, in cui aveva segnato il gol decisivo da subentrato. Quale dote è meglio dell'empatia per un futuro allenatore? Simeone sembra una persona che migliora il capitale umano che ha intorno a sé, e in fondo è proprio su questo che allenatori come Ancelotti hanno costruito la loro carriera. Se la tattica si può imparare a Coverciano, l'impulso per la gestione di 25 uomini che si fanno mangiare dalla competitività diventa un luogo dell'anima. Un posto che Giovanni Simeone potrebbe abitare tra qualche anno.

In fondo, come si dice, è anche una questione di DNA.

Roma: Bryan Cristante

Quando gli chiedono se essere diventato leader della Roma è una conquista, Cristante non ha molti dubbi: «lo trovo normale, è una questione di età, di esperienza». In effetti per giocatori come Cristante – che migliorano di anno in anno, lentamente ma con costanza – il tempo è un compagno fidato. In quanti avrebbero scommesso su di lui come uno degli uomini con più personalità in una squadra di Mourinho?

Di recente anche Spalletti lo ha schierato come regista della Nazionale. La crescita di Cristante è stata tecnica e mentale: oggi è un centrocampista indispensabile per la Roma, uno di quelli che pur di essere titolare gioca centrale difensivo, mezzala, trequartista. In carriera Cristante ha coperto tutta la fascia centrale del campo in Serie A e in Europa. Certo non è immediata la conversione delle letture di gioco da calciatore ad allenatore, ma Cristante ha tutto per lavorare su di sé. Come ha sempre fatto.

Salernitana: Antonio Candreva

La Salernitana degli ultimi anni è stata spesso un coacervo di giocatori francamente pazzo. Eppure in tutte le gestioni che si sono alternate in panchina Candreva è sempre stato centrale. Nei mesi in cui ha lavorato con Paulo Sousa è anche riuscito a cambiare posizione, evolvendosi in un numero dieci completo, capace di inventare dal nulla e portare il peso della manovra offensiva sulle spalle.

Come ci ha insegnato la sua esperienza all'Inter, Candreva sa gestire benissimo le pressioni. Oggi è facile ridurre gli allenatori di Serie A a sciamani che predicano filosofie astruse, indecifrabili. Nel calcio di alto livello, però, la verità è che gli allenatori sono pagati così tanto anche per le qualità gestionali, per la loro accettazione placida di critiche mortificanti. Chi meglio di Candreva per risanare ambienti velenosi?

Sassuolo: Andrea Consigli

La carriera di Andrea Consigli è cambiata dopo l'incontro con Francesco Farioli. Esatto, quel Francesco Farioli del Nizza: probabilmente lo sapete già, ma nel dubbio è sempre giusto ricordare come Farioli sia stato l'allenatore dei portieri del Sassuolo nel triennio di De Zerbi in Serie A coi neroverdi. Dall'arrivo del coach toscano, Consigli è diventato il portiere-regista moderno per eccellenza, scoprendo un nuovo lato di sé ben oltre i trent'anni. Chissà che questo incontro possa avergli cambiato non solo la carriera, ma anche le prospettive del futuro, la visione del mondo. Consigli ha già dichiarato di voler fare il preparatore dei portieri appesi i guantoni al chiodo, ma del resto anche Farioli è partito da quella posizione: magari il suo allievo potrebbe compiere lo stesso percorso.

Torino: Samuele Ricci

In questo pezzo abbiamo provato a combattere la pigrizia intellettuale che ci avrebbe portato a scegliere solo centrocampisti centrali come futuri allenatori. Ci sono casi di fronte ai quali, però, è difficile rimanere indifferenti. Dal primo giorno in cui è sceso in campo è diventato chiaro che Samuele Ricci avrebbe cambiato il Torino, lasciando immutata l'anima punk instillata da Juric e impreziosendola con una venatura di controllo, di razionalità. Ricci legge il gioco come pochi registi in Serie A, e da lui è lecito aspettarsi una visione che non si limita al campo. Il suo rapporto con Juric è buono - "devo a lui la mia crescita" ha detto alla fine della scorsa stagione.

A differenza di altri suoi coetanei, poi, Ricci è a suo agio anche quando non si parla di sport. In estate ha fatto un viaggio in Namibia che gli ha cambiato il modo di vedere le cose, e lo ha citato in varie interviste. Già in Under 21 la sua leadership era indiscussa. Insomma, è pur sempre strano sentir dire a un 2001 frasi come "la squadra è maturata" o "abbiamo voglia di vendicare la finale persa contro l'Olanda".

Verona: Marco Faraoni

Faraoni ha fatto dell'ordinarietà e dell'esuberanza fisica le sue doti migliori, da un punto di vista personale e calcistico. «Non ho un talento cristallino, quindi devo allenarmi molto e curare ogni dettaglio» ha spiegato in un'intervista a Cronache di Spogliatoio, nella quale ha raccontato il respingimento dall'Inter e la lenta risalita in Serie A in tutta franchezza. Faraoni ha tutto per essere il perfetto allenatore da subentro a stagione in corsa, quello pigramente definito normalizzatore: difesa a 3, aggressività e toni bassi in conferenza stampa. Dopo una carriera passata nella provincia italiana, si presenta l'occasione della vita: la panchina della nazionale giapponese. Faraoni, fanatico di One Piece e del mondo dei manga più in generale, accetta senza esitazione e porta gli asiatici in semifinale al mondiale 2046.

Udinese: Oier Zarraga

Oier Zarraga è basco, e oggi tre degli allenatori più quotati al mondo sono baschi. I calciatori a cui dice di ispirarsi sono Modric, Kroos e Busquets. Serve altro? No. In fondo lo sa anche lui che questa storia del calciatore è solo una preparazione per la vera carriera, quella che lo attende poco oltre la linea laterale.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

  • Nato ad Andria nel 2001. Studente di economia e management con una smodata passione per i quiz, l'animo di Jimmy McGill e la figurina di Edin Dzeko nel portafoglio.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni

Newsletter

Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu