Calciatori
, 16 Ottobre 2023

Stiamo ignorando la salute dei calciatori


Con l'aumento del numero e della durata delle partite, a soffrire di più sono gli attori principali di questo sport.

“Hai appena detto che vuoi giocare meno partite, quindi saresti d’accordo a rinunciare al 10% del tuo stipendio?” No.” “Lo faresti per la tua salute?” “Allora sì.” Questo scambio di battute ha coinvolto Virgil van Dijk e Valentijn Driessen, giornalista olandese, nel prepartita di Olanda-Francia. Poco prima, il difensore del Liverpool aveva fatto notare come la direzione intrapresa dal calcio europeo fosse totalmente contraria alla tutela dei giocatori. "Noi, come staff e come giocatori, crediamo che i calendari siano troppo fitti. Veniamo pagati bene ma questo non dovrebbe essere a discapito della nostra salute."

Non è la prima volta che sentiamo dichiarazioni simili sull'argomento; eppure, quelle di van Dijk sono forse le prime dichiarazioni che includono uno degli argomenti più cari a chi vuole sminuire le proteste dei giocatori: i soldi. “Non penso che giocare di meno influisca sul mio stipendio”, ribatte il difensore olandese, incalzato dall'interlocutore che, a metà tra la sincerità e la cattiveria, gli fa notare come il suo stipendio sia legato al numero di partite che gioca.

E allora le altre competizioni? La Nations League? Quei soldi non vanno nel mio stipendio." “Ma se lo vinci ottieni dei bonus.” “Quindi non sono garantiti.”

Il calcio delle nazionali – nello specifico, le soste durante le stagioni – è quello con cui il pubblico ha il rapporto peggiore: un mucchio di partite percepite come inutili, trasferte in posti sperduti – in particolare per chi gioca in Sudamerica o in Estremo Oriente – da cui attendere il bollettino di guerra degli infortunati. Non stupisce – anzi, forse può essere persino confortante – scoprire che i primi a vivere male la presenza delle pause e delle loro pesanti trasferte siano proprio i calciatori. Virgil van Dijk, nelle sue dichiarazioni, probabilmente si basa solo sulla sua esperienza diretta o al massimo su quella dei suoi compagni. Tuttavia, i numeri gli danno ragione e il fatto che i calendari siano sempre più compressi, specialmente per le grandi squadre, è aritmeticamente innegabile.

Il difensore del Liverpool rientra, secondo un report FIFPRO (principale sindacato dei calciatori professionisti) del 2021, in quel gruppo di calciatori che, arrivando spesso in fondo alle competizioni e giocando regolarmente in nazionale, sono costretti a scendere in campo senza l'opportuno riposo. Nello specifico, un giocatore come van Dijk gioca una partita ogni tre giorni per oltre due terzi della stagione. Un dato, quest'ultimo, destinato ad aumentare ignorando tutti i dati scientifici – che da anni indicano una correlazione diretta tra una maggiore frequenza delle partite e il numero di infortuni.

Chiaramente, van Dijk non è l'unico calciatore a soffrire i folli ritmi del calcio contemporaneo. I club inglesi in particolare, a causa dell'intensità del loro campionato, dell'assenza di pause invernali e della presenza di due coppe nazionali – FA Cup e Coppa di Lega – sono quelli che mettono più a dura prova la resistenza dei propri giocatori. Pep Guardiola, prima del match di Community Shield contro l'Arsenal, per esempio, aveva fatto notare l'inutilità della preparazione estiva per la sua squadra: “Finisci la stagione, recuperi due settimane e poi inizi? Perché? I giocatori non hanno perso la condizione.”

In effetti, i giocatori del Manchester City hanno avuto appena un mese di riposo tra l'ultima partita ufficiale e l'inizio del ritiro precampionato. Ad alcuni in particolare è andata anche peggio: Rodri, per esempio, ha giocato oltre 70 partite tra club e nazionale, con la sua ultima disputata il 16 giugno, neanche un mese prima dell'inizio del ritiro. Quello dello spagnolo è uno dei casi più eclatanti ma, così come lui, secondo il report FIFPRO, quasi metà dei giocatori professionisti hanno meno di un mese di riposo tra una stagione e l'altra, con uno tra gli osservati che, addirittura, ha avuto meno di sette giorni di riposo.

Le perplessità sollevate da Guardiola sono arrivate pochi giorni prima che nell'arco di una settimana ben sei giocatori diversi in giro per l'Europa – Buendia e Mings dell'Aston Villa, Courtois e Militão del Real Madrid, Timber dell'Arsenal e Fofana del Chelsea – riportassero gravi lesioni al legamento crociato. A questi vanno aggiunti numerosi altri gravi infortuni muscolari – tra cui quello di De Bruyne, fermo da mesi per una lesione al flessore – a fare da contorno.

Per quanto le dinamiche che hanno portato a questi infortuni siano diverse e, in alcuni casi, questi infortuni siano di origine traumatica, è innegabile che un aumento del numero di partite corrisponda a un aumento del numero degli infortuni. L'esempio più immediato lo offre la Premier League stessa. Infatti, è stato documentato che i giocatori delle squadre inglesi, per i motivi già citati, siano quelli più frequentemente esposti a infortuni in tutta Europa, per altro con un trend in costante crescita nelle ultime stagioni.

Uno dei casi più eclatanti in tal senso è proprio quello del Liverpool, da anni martoriato dagli infortuni. Le parole di van Dijk hanno un peso diverso rispetto a quelle di molti altri per il semplice motivo che lui stesso ne ha fatto personalmente le spese. Nella stagione 2020/21, con un calendario ancora più compresso del solito a causa della pandemia, il Liverpool ha dovuto fare i conti con 47 infortuni diversi, inclusa la lesione al crociato dello stesso van Dijk. Una situazione non dissimile si è ripresentata alla squadra di Klopp nella stagione 2022/23, con 36 infortuni stagionali per un totale di 184 partite saltate: realisticamente uno strascico delle quasi 70 partite disputate nella stagione precedente, in cui i Reds hanno raggiunto la finale sia nelle due coppe nazionali che in Champions League.

Eppure, nonostante gli appelli di giocatori e allenatori a una riduzione del numero delle partite, la Premier League – come gli altri campionati europei – ha deciso di muoversi in senso opposto, implementando la nuova direttiva della FIFA per prevenire le perdite di tempo in campo. Il risultato di questa misura è sotto gli occhi di tutti: lavagnette elettroniche che indicano sempre almeno cinque o sei minuti di recupero per tempo, specie se nel mentre avvengono controlli VAR particolarmente lunghi.

Questa direttiva era stata presentata dall'ex arbitro Pierluigi Collina come un’idea per proporre allo spettatore più calcio giocato: “Da spettatore, pago un biglietto per vedere 90 minuti di calcio ma ne vedo solo 44, 45, 46 di gioco. Metà del prezzo del mio biglietto va in momenti morti" - volendo essere particolarmente puntigliosi, si può notare che, nel 2022/23, gli 8 principali campionati europei avevano tutti un tempo effettivo medio superiore ai 50', con un rapporto che va dal 52% della Premiership scozzese al 59% dell’Eredivisie) -.

Percentuale di tempo effettivo medio durante le partite di calcio in Europa.

Nel caso della Premier League, la nuova norma ha aumentato il tempo medio di gioco dai 98' a partita della scorsa stagione ai 101' di quella in corso. Anche il tempo effettivo è aumentato, passando dai 54'49" della scorsa stagione (circa il 56% del totale) ai 59'21" di quella in corso (il 59%). Se quindi prima gli spettatori pagavano 90 minuti per vederne 50, ora ne pagano 100 per vederne 59; un aumento del tempo di gioco, quindi, piuttosto contenuto e più quantitativo che qualitativo. A fare le spese di questa novità, oltre che i nervi dei tifosi, sono soprattutto giocatori e arbitri, che in campo rimangono più a lungo e che, a differenza dei tifosi e del pallone, non si fermano veramente quando il pallone esce dal campo.

Eppure, quest'ultima misura sembra aver attivato qualcosa anche nei giocatori. Raphaël Varane, difensore del Manchester United, per esempio, ha scritto in un tweet: “Allenatori e calciatori esprimono da anni preoccupazione per il numero di partite. Il calendario è troppo fitto e ciò è pericoloso per la salute fisica e mentale dei giocatori. Nonostante i nostri pareri, hanno deciso di allungare le partite e chiedere più intensità e meno emotività in campo.”

Le parole di Varane, per fortuna, hanno avuto un loro seguito: Zvonimir Boban, responsabile tecnico della UEFA, ha deciso di non implementare la direttiva sui recuperi nelle competizioni europee. “Da centrocampista posso dire che sono gli ultimi 30' quelli in cui ti stanchi”, ha dichiarato Boban. A dargli manforte ci ha pensato anche Roberto Rosetti, designatore arbitrale UEFA: “Alla gente la Champions League piace perché è intensa, perché il calcio e i calciatori non si fermano mai. Diremo ai nostri arbitri di accelerare la ripresa del gioco, non di allungare le partite.” Il fatto che un ex arbitro e un ex giocatore siano stati i primi a esporsi contro la scelta di Collina ha un che di simbolico, facendo supporre che la direttiva FIFA sia stata fatta passare sopra le teste di chi va in campo.

Evoluzione del tempo effettivo in Premier League negli ultimi 10 anni.
L'allungamento dei recuperi ha portato effetti quantitativamente visibili ma concretamente contenuti.

Intanto, però, i campionati nazionali di calcio non hanno fatto nulla per rivedere le proprie decisioni. Tra le principali leghe europee, l'unica che ha ridotto il numero di partite negli ultimi anni è stata quella francese, che ha sospeso la Coupe de la Ligue nel 2020 e ridotto a 18 le squadre iscritte alla Ligue 1 da quest'anno, togliendo un minimo di 5 partite a tutte le squadre di prima divisione. Quella della LFP è una scelta forte e in controtendenza a quanto avvenuto, per esempio, in Italia e Spagna, dove invece è stata allargata la Supercoppa – aggiungendo una partita a squadre che, di norma, ne giocano tra le 50 e le 60 ogni anno, spesso imponendo trasferte internazionali per giocarle. Inoltre, dal 2025 anche il Mondiale per Club verrà ampliato e la formula aggiungerà almeno altre tre partite a tutte le squadre qualificate.

Nonostante le belle parole di Boban e Rosetti, tuttavia, anche la UEFA sembra muoversi nella direzione di un maggiore intasamento dei calendari: il nuovo format della Champions League, in partenza nel 2024, prevede, a parità di percorso, tra le due e le quattro partite in più per ogni squadra rispetto a quello attuale. Se quindi una squadra come l’Inter, che arrivando in finale in tutte le competizioni nel 2022/23 ha giocato 57 partite, dovesse ripetere il medesimo percorso, giocherebbe: una partita in più in Supercoppa Italiana già da quest'anno; altre due o quattro di Champions League dalla stagione 2024/25 e altre tre del Mondiale per Club dal 2025/26.

Meno strettamente legato all'usura fisica è l'altro tema sollevato da Varane: quello delle direzioni arbitrali. Infatti, tra le nuove linee guida che la PGMOL – l’associazione degli arbitri inglesi – ha ereditato dalla FIFA c’è quella di punire ancor più duramente le proteste dei giocatori. Decisione, probabilmente, pensata in buona fede per alleggerire la pressione psicologica sugli arbitri ma che, nei fatti, ha solo inasprito ulteriormente il rapporto coi calciatori. Mikel Arteta, allenatore dell’Arsenal, ha conosciuto in prima persona le nuove regole durante il Community Shield, quando ha ricevuto un giallo per proteste dopo aver detto all’arbitro che non può "cambiare atteggiamento in tre giorni."

Mikel Arteta ammonito durante la finale del Community Shield 2023.

Gli arbitri inglesi in questo senso sembrano aver interiorizzato in modo fin troppo zelante la regola, come manifestato dal caos creato da Anthony Taylor nella finale di Europa League tra Roma e Siviglia e che poi è sfociato nel "You are a f*cking disgrace” urlatogli di Mourinho nel parcheggio della Puskás Arena. Senza avere pretesa di assolvere il comportamento del portoghese, appare però chiaro che quello di tirare fuori cartellini al minimo accenno di protesta non è il modo migliore per contenere delle reazioni umane perfettamente comprensibili all'interno di una partita.

Specie se poi queste decisioni fanno da contraltare a scelte "di campo" molto più permissive e poco attente a tutelare l'integrità fisica di chi il calcio lo gioca, come spesso avviene in Premier League. Il risultato è quello che vediamo in campo: partite tese, insostenibilmente lunghe e con un livello di intensità che invece di aumentare, finisce per diminuire a causa dell'usura fisica dei giocatori.

La mancanza di misure a tutela dei giocatori sembra però radicarsi sempre di più nelle decisioni degli organi di controllo. Nonostante le rimostranze degli allenatori – Guardiola e Klopp, per esempio, sollevano questo tema ciclicamente da ormai diversi anni – e dei giocatori, il messaggio è che l'aumento delle partite sia qualcosa di inevitabile, previsto da una qualche legge divina a cui nessuno riesce a opporsi.

Prendiamo, per esempio, le parole di Ceferin e Infantino, i due dirigenti più importanti del mondo del calcio in questo senso. Le loro dichiarazioni sembrano uscite da un romanzo distopico. Il presidente della UEFA ha scaricato tutta la responsabilità sui club che, a suo dire, volevano giocare almeno dieci partite di Champions League – dichiarazione a cui ha aggiunto una bella dose di benaltrismo sostenendo che, anziché i calciatori, a lamentarsi del troppo lavoro dovrebbero essere gli operai; il capo della FIFA, invece, ha sminuito la questione dicendosi convinto che questo, al massimo, è un problema dell'Europa, visto che altrove non si gioca così tanto.

Intanto però, rimostranze verso la compressione dei calendari sono presentate da più o meno chiunque a qualsiasi livello del calcio; anche solo cercando velocemente su Google, senza alcuna pretesa di mettersi a scavare, si trovano dichiarazioni di, tra i tanti: Thiago Motta, Sarri, Gasperini, Reja, Tiago Pinto, Pavard, Vidal e, addirittura, Lorenzo Casini, AD della Lega Serie A. Le parole di Varane e van Dijk, insomma, non sono una polemica isolata da bambini viziati, come si potrebbe credere, ma l'espressione di un problema diffuso e profondo di cui nessuno sembra volersi occupare. Se oggi chi controlla il calcio vuole viverne la sua massima spettacolarizzazione, cercando di offrire un contenuto sempre più spendibile e vendibile, non può non cominciare a dedicare la giusta attenzione sulla salute degli attori principali.


  • Nasce a Roma nel 1999. Chimico e tifoso di Roma e Arsenal, dal 2015 scrive di calcio inglese e dal 2022 conduce il podcast Britannia. Apprezza i calzettoni bassi e il sinistro di Leo Messi.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni

Newsletter

Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu