Laguna
, 13 Ottobre 2023

Il calcio a Venezia visto da fuori


Reportage da Venezia-Parma, incontro clou del campionato cadetto giocato in Laguna.

Venezia, come altri pochi posti al mondo, è un luogo in grado di unire. A partire dai gusti dei turisti, che unanimemente le riconoscono il privilegio di sedersi al tavolo delle città più belle dell'intero globo. Il sottile lembo di cemento che unisce la terraferma al centro storico le permette di non perdere contatto con il mondo esterno. Di non isolarsi. Di veder intrecciarsi, in un abbraccio continuo, visitatori e indigeni. Questo sottile lembo di terra è anche quello che accomuna chi nella Laguna ci è nato e cresciuto e chi si è fatto semplicemente attrarre dalla sua grandezza.

È ciò che permette a chi non ha avuto la fortuna di nascere lì di sentirsi più vicino al cuore pulsante della Serenissima. Il Ponte della Libertà è l'unico accesso via terra per il centro storico di Venezia e percorrendolo - sia in macchina che in treno - si è costretti ad ammirare da un lato e dall'altro la distesa d'acqua. Un cammino preparatorio per godere della bellezza di un posto insolito e per ciò stesso affascinante.

Proprio questo ponte permette idealmente alla cultura veneziana di confondersi con una moltitudine di nazionalità e con altrettante culture. Di dare vita ad un ambiente unico, dove per ogni parola scandita con una r arricciata dalla lingua che accarezza il palato se ne sente un'altra in una lingua più o meno nota. È innegabile il fascino che Venezia ha nei confronti degli stranieri, mai sazi del romanticismo all'italiana: la perfetta sintesi tra provincialismo e cosmopolitismo. Per quanto banale come esempio, la gondola è esattamente il trait d’union tra questi due animi. Da mezzo per spostarsi ad attrazione turistica. La gondola è solo un bel giro di giostra.

Il Ponte della Libertà ha permesso al centro storico di Venezia di ricongiungersi - prima ancora che con il resto del mondo - con Mestre, presidio veneziano sulla terraferma. Il ponte, in un certo senso, ha sopito anche quel desiderio recondito di connessione tra i due campanili. E se dal punto di vista amministrativo Mestre e Venezia sono cosa sola dal 1926, calcisticamente parlando è servito un po' di tempo in più. L'unione - termine non casuale - calcistica risale all'epoca della presidenza Zamparini, con la fusione sotto un'unica effigie degli arancio-neri dell'A.C. Mestre e dei nero-verdi del Venezia.

Dopo questa fusione, almeno per un primo periodo, il calcio a Venezia si è unificato sotto il nome di VeneziaMestre. Una denominazione non ricca di fantasia, ma comunque efficace nell'ottica di avvicinare due fazioni diverse. Il nome si trasformerà in FC Unione Venezia, per sottolineare come il club sia nato da due squadre ben distinte, in controtendenza con quello che si verifica spesso nel calcio italiano, dove si tende più a dividere che a unire. Nonostante la denominazione attuale sia Venezia FC, la curva ci tiene a sottolineare continuamente la tradizione sportiva del club. Questo succede, ad esempio, quando la porzione più calda dello stadio intona inneggiando all'Unione. Anche il giornaletto distribuito prima delle partite - "L'Unionista" per l'appunto - non può fare a meno di richiamare questa liaison sportiva.

Il risultato della crasi tra Venezia e Mestre sono i colori arancio-nero-verde che si vedono ovunque nella promenade verso lo stadio. Colori che sono stati al centro di un'intensa campagna di marketing da quando al timone c'è la cordata americana presieduta da Duncan Niederauer. È l'internazionalizzazione dell'identità veneziana il punto forte del progetto avviato ormai quasi dieci anni fa. Mettere in risalto l'animo lagunare e far capire al mondo quanto è cool, questa è la genialità. La tradizione fashion, come genere di moda lanciato dal Venezia, ha entusiasmato tutti gli addetti ai lavori. Anche la BBC si è interessata al club lagunare, incoronandolo come World's Most Fashionable Football Club.

Il Venezia calcio e Venezia si incontrano.

Ancora più bella è stata l'idea di dedicare una maglia - la terza - ai gondolieri, simbolo della venezianità nel mondo. Il concept dietro a questa maglia è «Un tributo ai gondolieri – come ha scritto il club sui propri canali social – che da generazioni solcano i canali di Venezia secondo una tradizione tramandata di padre in figlio, e alla loro intrinseca connessione con la città più bella del mondo». Una maglia talmente stilosa che se non avesse il logo di una squadra la si potrebbe indossare nella vita di tutti i giorni. Fa sorridere il fatto che si possa incontrare con la stessa divisa un gondoliere che fa la spola da un canale all'altro e una persona che il sabato pomeriggio sta tranquillamente andando allo stadio per una partita del Venezia.

La proprietà americana, in un certo senso, ha prima puntato a rafforzare il brand Venezia e solo dopo ci ha costruito una squadra intorno. Ha prima dovuto spiegare ai non-tifosi quanto fosse importante la tradizione dei lagunari. È strano, ma non troppo, che a tutto ciò ci abbia pensato una cordata estera. Niederauer e soci sono stati bravi a spingere in porta un tap-in facile facile.

Avvicinarsi allo stadio Penzo, quindi, non è più solo un'esigenza dei tifosi, ma un'esperienza che i non-tifosi vogliono vivere. Già dal tragitto si percepisce che non si tratta di un ambiente comune: si può scegliere se attraversare Via Garibaldi e poi proseguire a piedi fino all'Isola di Sant'Elena o, in alternativa, di prendere il Vaporetto fino alla fermata Sant'Elena. Un clima da gita delle superiori, in cui all'adrenalina della partita si mischia l'eccitazione del provare una cosa nuova. Se, invece, a piedi si decide di avventurarsi su un percorso secondario, percorrendo per esempio la Fondamenta de la Tana, si può incontrare gente che ormeggia la propria imbarcazione e che scavalca i muri (non proprio bassissimi) per arrivare sulla terraferma, scena ovviamente non replicabile in qualunque altra parte del mondo.

Venezia
Percorrendo la Riva dei Sette Martiri in direzione Sant'Elena (isola dove si trova lo stadio Penzo).

Allo stadio, che si trova sull'Isola di Sant'Elena, si può accedere solo attraverso piccoli ponti che tagliano in perpendicolare il Rio de Santa Elena, barriera naturale che aiuta gli steward a indirizzare il traffico verso i settori più o meno caldi dello stadio. Per un non-tifoso conviene scegliere, per prezzi e atmosfera, il settore intitolato a Valeria Solesin, donna barbaramente uccisa nell'attacco terroristico del Bataclan. La tribuna in questione è quella più ripresa durante le partite in cui il Venezia gioca in casa, vista la posizione frontale rispetto a quella che ospita la stampa. Questo lato di stadio è l'essenza di Venezia, non solo perché dedicato alla memoria di una cittadina veneziana. Affacciarsi dal retro della tribuna vuol dire spalancare la vista verso la Laguna. Non si riesce a capire se si sta assistendo ad una partita di calcio o a una regata, una sensazione indescrivibile.

La capienza di poco più di 11.000 posti permette una vista ottimale della gara, forse l'unica in cui si percepiscono i giocatori nella loro grandezza naturale. La chioma bionda di Pohjanpalo e il turbante à la Chiellini indossato da Nicholas Pierini sono veri, sono loro. L'aria è festosa, ma allo stesso tempo tesa. Si affrontano Venezia e Parma, una sfida che sa di Serie A e non per il trascorso delle due squadre: la prima della classe va a fare visita a dei lagunari in piena corsa per la promozione diretta. Uno di quei classici match che ci si aspetterebbe bloccato, privo di emozioni intense.

Venezia
Riscaldamento del Venezia.

Il Venezia, in linea con la composizione societaria, schiera una mediana quasi interamente born in the USA: Busio, Ellertsson e Tessmann. La gara è entusiasmante, diversamente da quanto pronosticato, anche per il mismatch Busio-Bernabé, i giocatori più qualitativi in mezzo al campo. L'ex Manchester City, mediano nel 4-1-4-1 disegnato da Pecchia, ha una disarmante facilità nel verticalizzare. Specialmente nel primo tempo disegna traiettorie immaginifiche nel cielo, come l'apertura per Di Chiara sulla fascia sinistra del campo, che lascia a bocca aperta gran parte dello stadio.

Dall'altro lato, Busio e Pohjanpalo sono particolarmente ispirati. Trovano un'intesa vincente nei primissimi minuti del secondo tempo, quando il numero 20 favorisce l'inserimento dell'italo-americano che buca Chichizola. L'attaccante scandinavo non è solo il leader tecnico del Venezia, è un veneziano a tutti gli effetti. E no, non nell'accezione calcistica. Da quello che si dice, il finlandese ha preso casa a Venezia centro storico - cosa non comune tra i giocatori dei lagunari, che durante la settimana si allenano a Mestre - e si gode la vita come un normalissimo abitante della Serenissima. Capita spesso - si dice - di incontrarlo nella zona di Campo Santa Margherita, cuore della movida veneziana.

La partita, anche se bella, è un contorno per un neofita del Penzo. Si rimane impegnati a scrutare il luogo in cui si è atterrati, interdetti dal fatto che un pallone alzato troppo e uscito dallo stadio sia finito nel canale dietro la tribuna d'onore. A chiedere all'amico autoctono di tradurre gli improperi lanciati - rigorosamente in dialetto veneziano - dalle persone sedute dietro. Un signore, sfinito dalla tensione, a un certo punto dice: "No posso gnanca sigar che me se stacca i punti" ("Non posso neanche gridare perché mi si staccano i punti", in una traduzione che per quanto più comprensibile non rende pienamente la pregnanza dell'emotività espressa). La tribuna coperta e i pali che la sostengono sono messi di fronte al pubblico, come fosse la tribuna di un ippodromo, secondo la tradizione inglese di costruzione degli stadi, come si confà al secondo impianto più antico d'Italia.

Nel frattempo, il secondo tempo di Venezia-Parma è più vivace: dopo il gol di Busio, a cui risponde Benedyczak su rigore, il Venezia segna ancora con Tessmann e con Ellertsson. La partita si chiude sul 3-2 per il Venezia, e quindi con la prima sconfitta stagionale per il Parma. Si respira aria di ottimismo allo stadio e la squadra di Vanoli va meritatamente a prendersi gli applausi della Curva Sud.

Al fischio finale parte dagli altoparlanti dello stadio "Pin Floi", tormentone reggae del gruppo veneziano Pitura Freska. Quello che all'apparenza sembra un motivetto spensierato (Oi ndemo veder i Pin Floi), in realtà racconta del controverso concerto dei Pink Floyd a Venezia del 1989 in occasione della Festa del Redentore. Una notte in cui, da quello che si racconta, Venezia sembrava un posto senza regole, una sorta di Slab City italiana. Una sera, dicono, in cui la città lagunare si è scoperta fragile. Il tono ironico della canzone pare comunque aver cucito questa ferita storica tra Venezia e il mondo: tutto il Penzo la canta col sorriso stampato sulle labbra. Nel frattempo il sole sulla Laguna inizia a calare e, incluso nel biglietto della partita, Venezia regala una delle più romantiche transumanze del mondo del calcio.

Il pubblico che torna a casa dopo la partita.

Al ritorno dalla partita, tra una pseudo-analisi tattica e un'imitazione di Giovanni Storti in "Chiedimi se sono Felice", si finisce a chiacchierare davanti all'unico circolo di Rifondazione Comunista ancora attivo in città - no, non è il set di una canzone indie- . Molti tifosi si trovano lì per rifocillarsi dopo le partite casalinghe del Venezia. Un posto che sembra incastonato negli anni '70, tra panni stesi da una casa all'altra e, appunto, il circolo. Un angolo di città che trasuda di provincialismo alla moda, di scene démodé ormai tornate alla ribalta.

Vero, Venezia è anche un sogno di quelli che puoi comperare. Ma la nuova società americana ha avuto il merito di entrare in Laguna in punta di piedi. Non ha cercato di creare una nuova tradizione, ma ha reso moderna quella esistente. Non si è posta in posizione di superiorità, ma ha accettato di essere accompagnata dal popolo della laguna. Celebrare la venezianità unendola al mondo del calcio è stata la mossa vincente: nessuno ci aveva pensato (o comunque ci era riuscito) prima. Andare al Penzo, ora, non è solo bello, ma è anche cool.


  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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