Illustrazione che ritrae Ludovico Rossini, il più famoso content creator sul fantacalcio
, 12 Ottobre 2023

Presente e futuro del fantacalcio, intervista a Ludovico Rossini


Il fantacalcio tra gamification e prospettive di crescita.

Ne ha fatta di strada il fantacalcio, da passatempo nato per essere giocato con carta e penna, come i buoni giochetti innocenti di una volta (le parole crociate, nomi cose città) a videogioco ormai calato in questi nostri tempi frenetici. Ringiovanisce col tempo, il fantacalcio, come Benjamin Button: la sua dimensione non è già più quella della “vita lenta” di pochi anni fa, dei tavolini di plastica rossi marchiati Peroni dello stabilimento balneare, ma si è fatto dati, interattività, iper-connessione. In una parola: app. Qualcosa che ci portiamo sempre appresso sullo smartphone e ci ricorda che nella vita non sfuggi alle responsabilità e al fantacalcio.

Chi poteva intuire questa evoluzione, quando Riccardo Albini inventò il gioco nel 1988. Oggi ci sembra follia l’idea di aspettare il martedì per spulciare i fantavoti sulla Gazzetta: l’app ci tiene aggiornati in tempo reale. E poi negli anni è stato aggiornato il regolamento, inventato il Mantra. Soprattutto, è cambiata la comunicazione sul fantacalcio, specie con la recente proliferazione di contenuti che offrono consigli ai fantallenatori. Gli ultimi anni sono stati particolarmente fertili per questo, sul web sono nati molti content creator che in qualche modo, ciascuno con i propri strumenti, hanno arricchito il discorso su questo gioco.

Per parlare della rilevanza attuale e degli sviluppi futuri del fantacalcio abbiamo intervistato uno di loro, Ludovico Rossini, senza dubbio il creator che in Italia ha portato il discorso sul fantacalcio in una nuova dimensione, più razionale e scientifica ma anche più vicina all’intrattenimento puro. Rossini ha aperto il suo canale YouTube nel 2020, in pieno periodo pandemico, e oggi ha già superato i 100mila iscritti. Con lui abbiamo parlato del fantacalcio come fenomeno sociale e ormai massificato, ma anche di gamificazione, del rapporto di subordinazione tra calcio e fantacalcio (i facinorosi diranno che già oggi un Monza-Frosinone di lunedì sera lo guardano solo i fantallenatori) e di come questo rapporto può evolversi in futuro.

Ludovico, benvenuto in questo numero del nostro magazine tutto dedicato ai giochi. Qual è il tuo rapporto coi giochi e videogiochi sportivi? Ci hai giocato, ci giochi ancora?

Io sono un appassionato di giochi in senso lato. L’anno scorso ho passato tre-quattro mesi interi giocando a FIFA, e così ho recuperato i due anni precedenti in cui invece non ci avevo giocato per niente. A FIFA ci giocavo tantissimo in passato, da FIFA 98 in avanti. Allo stesso modo ho giocato a tutte le edizioni di Football Manager, a partire da Scudetto 97/98. Negli ultimi due anni però ci ho giocato poco. L’anno scorso giocando a FIFA ho bustato Mbappé al terzo pacchetto e devo aver interpretato la cosa come un segnale divino che dovevo giocare, perché poi ho dato l’anima fino a gennaio. Oggi però i riflessi non sono più quelli di una volta. In passato andavo forte, facevo i tornei e ci ho vinto anche un paio di Play Station.

Nessun gioco di altri sport?

Ammetto che sono abbastanza calciofilo. Al netto di una passione per la pallavolo, che mi piace molto come sport, e al fatto che da ragazzino giocavo a pallacanestro. Vorrei seguire più calcio internazionale, a maggior ragione che l’anno scorso ho cominciato a giocare a Euroleghe, che è un’evoluzione molto interessante del fantacalcio che in futuro potrebbe esplodere. È un gioco bellissimo, perchè ti permette di giocare con tutti i maggiori talenti internazionali.

Sei arrivato al fantacalcio attraverso la passione per il calcio oppure hai cominciato distrattamente, senza essere troppo sotto con il calcio?

È stato un mix tra le due cose: mi è sempre piaciuto vedere le partite, ma del fantacalcio mi ha attratto anche la sua dimensione più ludica, quella che ti coinvolge attivamente. Diciamo che sono arrivato al fantacalcio per giocare, non sono esattamente un malato totale di calcio. Oddio, più di altri magari sì, ma in senso assoluto direi di no.

Più volte hai detto che per te parlare di fantacalcio è anche una scusa per parlare di altro. Che intendi?

Penso che uno youtuber, un creator, prima di tutto comunica un sistema di valori. Le persone ti seguono principalmente per quello, per quello che trasmetti tra le righe ed esprime la tua visione del mondo riguardo a un certo tema. È qualcosa che ho appreso soprattutto guardando gli youtuber anglofoni, da Colin and Samir a scendere. Il mio parlare d’altro indica soprattutto un mio sistema di valori: la volontà di essere proattivo, di essere brillante, di approfondire gli argomenti. Per me parlare d’altro può significare parlare del Covid nel periodo della pandemia esponendo la mia visione sull’argomento e dicendo: “guardate che abbiamo un problema”. Quindi con parlare d’altro intendo proprio trovare spazio nei miei video per toccare argomenti totalmente estranei al fantacalcio in sé.

I tuoi video sono molto prodotti, sono scritti e poi lavorati con grande cura, pieni di citazioni cinematografiche e riferimenti all’immaginario pop. Intendi anche questo con parlare d’altro? Usare il fantacalcio come mero pretesto per creare video di puro intrattenimento?

Questo non ha a che fare tanto con la volontà di parlare d’altro ma con lo stile. Anche se facessi video parlando di ciriole, che è una pasta tipica ternana, farei citazioni pop, ma perché è il mio modo di interagire con le persone. Sono cresciuto in quel citazionismo pop, in quel tipo di approccio alla cultura in cui da ogni cosa nasceva un’altra cosa – in questo senso non so quanti libri mi ha consigliato indirettamente Francesco Bianconi, per dire – e io ripropongo questo atteggiamento citazionistico nei miei contenuti perché fa parte della mia educazione. Poi una grande verità è che niente si inventa da zero, mentre in una nicchia piccola come il mondo del fantacalcio c’è molto l’ossessione di voler affermare “l’ho detto prima io”, che a me fa vomitare. Quindi per smorzare questa seriosità io cito in maniera esplicita i miei riferimenti culturali e non me ne frega niente.

Tu parli di fantacalcio senza prenderti sul serio, ma al contempo lo fai in modo incredibilmente razionale: arrivi a un livello profondo di decodifica del fantacalcio a cui il giocatore medio probabilmente non arriva mai, e forse non concepisce nemmeno. In questo senso ti senti di aver portato delle novità nel discorso sul fantacalcio?

Spero di sì. Io credo soprattutto di aver trasmesso l’idea che il fantacalcio va giocato trattandolo come un gioco, separato dallo sport calcio. Un conto è il gioco fantacalcio, un conto è lo sport vero e proprio. Il mio approccio al fantacalcio è lo stesso dei giochi da tavola, lo stesso che uso quando gioco a Risiko o a Lupus in Tabula, per dire: mi piace decodificare il gioco, gli elementi che lo compongono. Quindi i miei contenuti sul fantacalcio mirano soprattutto a destrutturare l’ingegneria del gioco, a svelare quali sono gli aspetti del suo funzionamento a cui stare più attenti, e che sono legati solo in parte alla prestazione sportiva del calciatore.

Insomma ti concentri sul contenitore del gioco, la sua impalcatura di regole, più che sul contenuto, che in questo caso sono i calciatori della Serie A…

Qualche tempo fa in un video facevo questo esempio: dicevo “se questa macchinetta fotografica la mettessero punta centrale dell’Atalanta, gli tirassero addosso e facesse gol, io compro la macchinetta fotografica, non ho interesse a comprare il particolare calciatore per i suoi dati tecnici specifici”. Il mio approccio non consiste nel consigliare un giocatore dopo aver visto tutti i suoi video “skills & goals” su YouTube, più che altro parlo di meccanismi propri del gioco. Meccanismi che sono lo scambiare, il contare – contare è importantissimo nel fantacalcio, come pure il lasciare. Un esempio: nell’asta a 8 partecipanti, in cui ci sono 8 o 9 giocatori top per uno slot, bisogna contare: l’ottavo lo pagherò la metà di quanto sono stati pagati gli altri. È un concetto matematico. A me piace questo, mi piace giocare il gioco.

Ti piace anche sperimentare? Esplorare le strade poco battute per mettere alla prova il gioco?

Gioco molto “loose aggressive”, come si dice nel poker. Nell’asta per esempio mi piace entrare in tutte le aste possibili e immaginabili, semplicemente perché mi piace partecipare a quel momento, divertirmi ad alzarti i calciatori, a mettere io il price fix, anche se poi ogni tanto qualche calciatore mi resta incastrato. Ma fa niente, mi diverto a giocare. E così con gli scambi: mi diverto a fare gli scambi per il gusto di farli. E se poi avrò bucato uno scambio pazienza, però avrò giocato, mi sono divertito. Non mi piace l’approccio statico che consiste nel seguire le indicazioni del santone, o tenermi un giocatore fino alla fine perché credo in lui. No, cerco di essere proattivo. E cerco di veicolare questo concetto: per vincere bisogna trattare il fantacalcio come un gioco, prima che come uno spazio da riempire con la propria conoscenza capillare dello sport calcio.

Tu fondamentalmente hai introdotto il concetto di razionalità nel fantacalcio. Hai l’ambizione del controllo quando giochi?

Ce l’ho nella vita la mania del controllo. Anche quando appoggio il telecomando sul tavolo mi domando se è in una posizione per cui potrebbe cadere, e allora lo sposto leggermente. L’essere incredibilmente razionale è una cosa mia, l’avere un’attenzione meticolosa per i particolari, però poi nel fantacalcio c’è una componente irrazionale che è davvero esaltante, per fortuna, che è tutta la parte che non puoi controllare. Tu sei padrone finché metti la formazione, poi tocca ai giocatori: lì c’è il godimento del caso. Magari un calciatore che hai provato a scambiare fino all’ultimo, che non voleva nessuno, lo metti titolare e segna, e ti fa vincere il fantacalcio, o anche solo una partita. Quella magia è un’emozione insostituibile.

La narrazione del calcio e di tutto ciò che gli sta intorno generalmente rifiuta la razionalità. Tu hai portato qualità e complessità addirittura nel discorso sul fantacalcio: ti hanno mai insultato dicendoti che ti fai troppe pippe, o ti hanno mai chiamato “il secchione del fantacalcio” ad esempio?

Quando ho fatto il programma su Tim Vision (“Fantacalcio Serie A TIM” nella stagione 2021/22, ndr) mi hanno affibbiato come nomignolo “il Professore”, nonostante abbia lottato in tutti i modi per non avere questo soprannome. Avevo accettato di partecipare senza conoscere gli altri ospiti, mi aspettavo persone del mio livello di popolarità invece poi mi sono ritrovato con Pardo, Ludovica Pagani e Ivan Zazzaroni e quando l’ho scoperto ho pensato “è finita, mi distruggono”. Comunque, per quanto gli haters più aggressivi esistano, sono solo una minima parte. Vedo che le persone mediamente apprezzano il lavoro che faccio, e credo che la mia padronanza tecnica dell’elemento comunicativo, che nel mio caso è il videomaking, mi abbia aiutato in questo e sia stata riconosciuta.

Parliamo del fenomeno della gamificazione. Ormai è ovunque e proprio in Italia, con Sanremo e Fantasanremo, abbiamo visto come oggi il festival esista in funzione del gioco e non viceversa. Nei videogiochi sportivi ci sta provando FIFA a farsi più iconico del calcio, a inseguire questa utopia in cui il virtuale non è più una simulazione della realtà ma al contrario è la realtà a imitare il virtuale. A questo proposito ricordo il teaser di FIFA 18 in cui il Cristiano Ronaldo vero provava a riprodurre nella realtà una giocata pazzesca fatta dal Cristiano Ronaldo avatar di FIFA. Com’è il rapporto di dipendenza tra calcio e fantacalcio? Il fantacalcio è ancora subordinato al calcio vero, una sua simulazione, o i rapporti potrebbero rovesciarsi?

L’ufficializzazione del gioco, avvenuta due-tre anni fa quando la Lega Serie A è diventata partner ufficiale di Fantacalcio, o viceversa, è un passaggio in avanti in questo senso. D’altra parte va riconosciuto che questo gioco esiste e di fatto manda avanti tante piccole partite. Tanti commentatori, anche su Dazn, durante le telecronache parlano liberamente di fantacalcio, perché hanno capito che di fatto chi guarda programmi come Zona Serie A lo fa quasi esclusivamente per il fantacalcio. E fanno benissimo. Per me l’integrazione dovrebbe essere molto più grande. Perché si compia, è necessario che anche la cominicazione fantacalcistica si arricchisca ed esplori territori nuovi, senza appiattirsi sul genere dei consigli da guru del tipo “metti questo giocatore o quest’altro”. Ad esempio è interessante quello che fa Fantaculo, che ha portato nel fantacalcio le statistiche e la data analysis, e ha cominciato a comunicarle in chiave pop. Questo è stato un elemento di novità interessante e il successo che ha avuto dimostra che c’è “fame” di fantacalcio, che c’è mercato per contenuti su questo gioco. Lo dico anche per interesse economico: più il fantacalcio diventa un fenomeno pop, più brand vogliono investire sul fantacalcio.

Hai detto che tante partite vengono viste in funzione del fantacalcio. Secondo te la Serie A potrebbe/dovrebbe alimentare questa tendenza, e magari inventarsi nuove trovate per essere più attrattiva per i fantallenatori?

Secondo me la Serie A potrebbe fare tante cose, ma anche la Lega Fantacalcio potrebbe aggiornarsi per rendere il gioco più fruibile, e anche divertente. Ti faccio un esempio che riguarda lo spezzatino, che notoriamente è un nemico del fantallenatore, dato che ti obbliga a schierare la formazione il venerdì quando alcune partite si giocheranno il lunedì. Servirebbe un po’ di coraggio e fare come il Fantasy World Cup, che è gestito direttamente dalla FIFA, che permette le sostituzioni manuali: così la formazione la schieri il venerdì, ma nell’arco del turno di campionato c’è margine per aggiustarla manualmente. Però questo va a cozzare con un altro concetto contro cui io combatto spesso: il tradizionalismo machista del fantallenatore, ma questo è un altro discorso. Già quest’anno comunque con lo switch è stato introdotto un elemento nuovo che accresce la giocabilità del gioco, le possibilità del fantallenatore di essere proattivo.

E la Serie A potrebbe fare un passo verso il fantacalcio?

La Serie A dovrebbe rendersi conto che il fantallenatore è un cliente importante e avere la capacità manageriale di dire: “Come lo metto al centro questo cliente, dato che è quello che si guarda tutte le partite e si interessa anche a Ngonge e non solo a Rafa Leao?” È importante centralizzare questo cliente, perché magari è quello che poi si compra il pallone della partita del Verona, che si va a vedere partite minori. Però tutto parte dall’accettazione che il fantacalcio esiste, è tra noi, è rilevante, ed è inutile che facciamo finta di niente.

Non pensi che fruire il calcio un po’ in funzione del fantacalcio sia un impoverimento del modo di guardare lo sport? Insomma, che sia un’evoluzione peggiorativa, qualcosa che asseconda la tendenza già in atto per cui il calcio d’élite sta cercando di trasformare gli spettatori in clienti?

Partiamo dal presupposto che viviamo in una società contradditoria per natura. La mia paura è che la para mentale dell’impoverimento sia una foglia di fico a cui si aggrappa il tradizionalista per non provare a esplorare strade nuove. C’è un dato di fatto: a una parte importante delle giovani generazioni non importa assolutamente niente del calcio, se non inserito all’interno di un videogame. Quindi, se interessa alimentare il business intorno al calcio, quei ragazzi vanno intercettati. Dal mio punto di vista, tra intercettarli tramite il fantacalcio e non intercettarli affatto, conviene la prima. Dunque siccome l’innovazione di Quadronica ha trasformato il fantacalcio in un videogame che si gioca sull’app, e siccome sappiamo che questo ha presa sui ragazzi, ha senso assecondare questa direzione e provare a raggiungere sempre più persone. Poi non è detto che devi dare al pubblico solo quello che gli piace, sta a te avere la forza di inventare qualcosa di nuovo e provare a tirare una tendenza.

Mi hai incuriosito col Fantapremier. È così avanguardistico?

In Inghilterra il gioco migliora tantissimo di anno in anno. È un gioco centralizzato, gestito direttamente dalla Premier League. La mentalità che lo governa è completamente diversa. Per esempio fino all’anno scorso il Fantasy Premier League era un gioco a listone, tipo Fantagazzetta; quest’anno hanno messo il draft interno, puoi farti le leghe private, e lo fai all’interno del sito della Premier League. È una cosa che naturalmente esiste anche in Italia, è questo il fantacalcio più che quello a listone, ma la differenza è che in Inghilterra il tutto è gestito dalla lega calcio ufficiale e non da un’app indipendente. Insomma, la Premier League ha capito come gamificare il suo campionato e ha reso a tutti gli effetti il fanta uno dei suoi asset.

La Gen Z è poco interessata al calcio, ma al fantacalcio?

Dai dati che conosco io, tiene. Devo dire però che tra gli iscritti al mio canale gli zoomers sono meno della metà. Quando lo ho aperto mi aspettavo che ne avrei avuti di più. Invece la mia utenza media è molto più su con l’età. Lo zoccolo duro dei fantallenatori, e quelli veramente da intercettare da un punto di vista comunicativo, sono quelli più grandi, che continuano a giocare perché tendenzialmente è difficile che uno smetta di fare il fantacalcio. Anche perché il fantacalcio è un meccanismo sociale, la chat del fantacalcio tiene insieme amici che si vedono poco nell’arco dell’anno, o che si vedono solo durante l’asta, che a sua volta è un piccolo rito. Per ampliare la platea del fantacalcio bisogna fidelizzare questi giocatori storici, e cercare di intercettare il più possibile le giovani generazioni abbattendo le barriere all’ingresso.

Fai altri fanta? Fantasanremo, fanta-formula 1, fantamorto…

Fantasanremo no perché non seguo il festival. Fantamorto mi sarebbe piaciuto, ci ho pensato tante volte ma non mi ci sono mai messo seriamente. Perché io non riesco a fare le cose dicendomi “provo”; io non provo, se faccio una cosa la devo fare bene, la devo studiare, devo vincere. È la mania del controllo di prima: non gioco tanto per. Quando l’anno scorso ho cominciato l’Euroleghe ho messo su un gruppo di lavoro. Ho radunato chiunque conoscesse bene i campionati stranieri, io ci ho messo le conoscenze metodologiche e gli altri i dati dei giocatori. Ho comprato i giocatori che mi hanno suggerito, li abbiamo messi giù in una squadra mantra e infatti abbiamo asfaltato gli avversari da subito. E così è con i video: per me non esiste fare video veloci, al volo, col telefono. Mi prende male solo a pensarci: devo preparare tutto meticolosamente prima.


Questo articolo è un estratto del terzo numero del magazine di Sportellate tutto dedicato ai giochi e che gli abbonati riceveranno direttamente nella casella mail. Se non siete ancora abbonati, correte a farlo a questo link.


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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