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Kelvin Kiptum in ginocchio dopo la vittoria e il record nella Maratona di Chicago.
, 11 Ottobre 2023

Il mito delle due ore nella maratona può cadere?


Per riscrivere l’ultracentenaria storia della disciplina sono bastati appena quattordici giorni.

Il 24 settembre scorso, l’etiope Tigist Assefa ha disintegrato il record del mondo femminile della maratona, vincendo la gara di Berlino in 2:11:59 (oltre due minuti in meno rispetto al precedente primato); il 7 ottobre a Chicago è stata la volta del record maschile, portato dall’emergente keniota, Kelvin Kiptum, a 2:00:35 e strappato nientemeno che al suo illustre connazionale e pluricampione olimpico Eliud Kipchoge. Due prestazioni epocali frutto di uno sviluppo sia tecnico che tecnologico intrapreso ormai da anni, in una ricerca della prestazione sempre più esasperata e volta a rivoluzionare totalmente il panorama della corsa di lunga distanza – dal mezzofondo veloce fino ai 42,195 chilometri della maratona.

Fin da subito è stato evidenziato come le due prestazioni siano accomunate da diversi aspetti, primo fra tutti, il fatto che sono state realizzate da relativi neofiti della distanza, in una scena che storicamente premia atleti più esperti. Tigist Assefa ha 27 anni e corre su strada solo da cinque, dopo aver abbandonato la pista dove, da giovanissima, si era cimentata spesso sugli 800 metri, peraltro con risultati non così degni di nota (bronzo ai campionati africani juniores di Bambous 2013, non superò le eliminatorie né ai mondiali indoor di Portland 2016 né ai Giochi Olimpici di Rio). Ha corso la prima maratona nel marzo 2022 a Riyadh, chiudendo in settima posizione con 2:34:01 una gara segnata da condizioni fortemente proibitive; in seguito ha portato a casa le mezze maratone di Herzogenaurach, Göteborg e Manama, per poi debuttare nel World Marathon Majors (il circuito che riunisce le sei maratone più importanti del mondo: Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) vincendo subito nella capitale tedesca con uno scintillante 2:15:35 – all’epoca la terza miglior prestazione di tutti i tempi, dietro al 2:14:04 di Brigid Kosgei stabilito a Chicago nel 2019 e al ben più vetusto 2:15:25 della britannica Paula Radcliffe, segnato nell’edizione 2003 della maratona di Londra e rimasto imbattuto per oltre sedici anni.

Kelvin Kiptum deve invece ancora festeggiare il 24° compleanno ed è uno dei tanti atleti emergenti cresciuti nella Rift Valley – una vera e propria Mecca della corsa di lunga distanza, che dagli anni Settanta in poi ha visto l’esplosione di centinaia di talenti e reso il Kenya sinonimo di atletica leggera e corsa di resistenza. A soli 18 anni si è fatto notare vincendo la mezza maratona di Eldoret in 1:02:02; l’anno dopo ha debuttato nel Vecchio Continente, correndo quattro “mezze” e scendendo sotto l’ora in due diverse occasioni. Infine, nel 2022, il passaggio alla maratona con risultati subito sensazionali: 2:01:53 a Valencia (miglior debutto di sempre sulla distanza), 2:01:25 quest’anno a Londra infliggendo più di tre minuti di distacco all’esperto Geoffrey Kamworor, già tre volte campione del mondo della mezza maratona e argento mondiale sui 10000 metri nel 2015.

Benché queste prestazioni siano frutto dell’esplosione di due fenomeni assoluti, sarebbe altamente sbagliato considerarle un unicum nel panorama della maratona mondiale. Spulciando le liste all-time della specialità, si scopre che 15 delle 20 migliori performance maschili e 17 delle 20 migliori performance femminili sulla distanza sono state realizzate negli ultimi cinque anni; in campo maschile, questa classifica è stata interamente riscritta dal 2014 in poi, anno in cui il keniota Dennis Kimetto diventò il primo uomo di sempre ad abbattere il muro delle due ore e tre minuti. L’unica atleta dei primi anni ’00 a sopravvivere all’evoluzione della specialità è stata la succitata Radcliffe, il cui primato mondiale del 2003 è stato appena superato come record europeo dall’olandese Sifan Hassan – capace di vincere la maratona di Chicago, la stessa in cui si è celebrato il record del mondo di Kiptum, in un 2:13:44 che solo due settimane prima le sarebbe valso il primato assoluto.

Il dibattito pubblico in merito a queste prestazioni ha aperto diversi fronti, fra cui il grande tema di una ricerca tecnologica sempre più esasperata nel massimizzare i marginal gains di ogni atleta, analizzando esaustivamente ogni aspetto della prestazione a partire dalle strategie di allenamento fino alla gestione delle “lepri” (nelle grandi manifestazioni, gli atleti incaricati dall’organizzazione di tenere alto il ritmo per garantire un buon tempo finale ai corridori favoriti), dei rifornimenti durante la corsa e del kit da gara.

L'era delle super-scarpe

La parte del leone è ovviamente rappresentata dalle calzature, il cui naturale sviluppo ha portato alla creazione di vere e proprie “super-scarpe” che hanno debuttato nel 2016 nell’atletica su pista e nel 2019 su strada – consentendo in breve tempo di battere tutti i record mondiali dai 5000 metri alla maratona. In questi ultimi anni, i principali marchi di abbigliamento sportivo si sono misurati in una vera e propria “guerra fredda” allo scopo di creare la scarpa più performante, assicurandosi i servizi dei migliori atleti sulla piazza per sviluppare e pubblicizzare le proprie proposte tecniche.

I due principali competitor emersi da questa competizione sono ovviamente Adidas e Nike, entrambi pionieri e leader mondiali nello sviluppo delle scarpe da running. Il marchio tedesco, primo nella storia a proporre una calzatura creata apposta per la corsa di lunga distanza, ha messo la firma sul primato mondiale di Assefa: per il suo record, l’atleta etiope ha indossato un prototipo delle Adizero Adios Pro Evo 1, modello in schiuma di carbonio e gomma liquida estremamente leggero (138 grammi) e pensato per essere indossato in una singola maratona. Malgrado ciò, il primo ordine di 521 scarpe – commercializzato a 500 euro il paio a poche ore dal record – è andato esaurito in poche ore.

La risposta di Nike è arrivata a Chicago, dove sia il record mondiale maschile di Kiptum che quello europeo femminile di Sifan Hassan sono stati realizzati calzando le Nike Alphafly 3, prototipo non ancora in commercio (si dice arriveranno a gennaio 2024, per ottemperare alla normativa di World Athletics che ha concesso al colosso di Beaverton una speciale deroga per omologarle all’uso competitivo a patto che avvenga il rilascio nei negozi entro quattro mesi) che ha raccolto il testimone dalle Air Zoom Alphafly NEXT% 2, con cui Eliud Kipchoge aveva stabilito il precedente primato maschile (2:01:09, realizzato nel 2022 a Berlino). Nella gara di Chicago, Kiptum ha dato ben tre minuti di distacco al secondo classificato, Benson Kipruto, che calzava invece l’ultimo modello prodotto dalla casa delle “tre strisce”. Tra le donne, Hassan ha preceduto altre due atlete targate Nike – Ruth Chepngetich (2:15:37) e Megertu Alemu (2:17:09) – mentre è arrivata quarta la prima atleta Adidas, ovvero l’ex primatista mondiale della mezza maratona Joyciline Jepkosgei (2:17:23).

Le “super scarpe” e la catena di primati sgretolati dal 2020 in poi (grazie anche ad altri espedienti avveniristici, come l’uso della tecnologia di pacing artificiale WaveLight nelle gare su pista) hanno trovato fin da subito una vasta schiera di oppositori. A che punto può spingersi il progresso tecnologico prima di svalutare il valore di una prestazione? Quanto vale il confronto fra il 2:15:17 corso a piedi nudi da Abebe Bikila a Roma 1960, e la sensazionale performance di Kelvin Kiptum sulle strade di Chicago? Dare una risposta a questi interrogativi non è semplice, tanto più se si considera che l’atletica leggera fa parlare di sé sui media sportivi mainstream quasi soltanto per il conseguimento di un record (salvo poche occasioni, rappresentate esclusivamente da Mondiali e Olimpiadi). Il pubblico ha “fame” di primati e, nonostante la tecnologia verrà messa a servizio della grande distribuzione e dei milioni di amatori che praticano lo sport in giro per il mondo, è logicamente una forzatura pensare che l’ultimo prototipo di Nike o Adidas possa essere economicamente alla portata del runner della domenica.

Eppure, all’orizzonte già si prospettano sfide ad altissimo tasso tecnico con milioni di dollari in palio tra premi ufficiali ed extra. Gli organizzatori delle principali maratone non badano a spese per mettere assieme il parco atleti più ricco: si parla già di un possibile scontro futuro fra Assefa e Hassan, a meno che quest’ultima (impegnata anche nelle gare su pista) non senta il richiamo della gloria olimpica e decida di puntare all’agognata tripletta su pista fra 1500, 5000 e 10000 in quel di Parigi.

Il mito delle due ore

Ma si intravede all’orizzonte un traguardo ancora più iconico: solo trentacinque secondi separano dalla vera e propria leggenda, il muro delle due ore che fino a pochi anni fa sembrava pressoché irraggiungibile. Per la verità, si tratta di una barriera già abbattuta, per quanto in circostanze non ufficiali, proprio da Eliud Kipchoge, che in due occasioni separate (all’autodromo di Monza nel 2017 e al parco pubblico Prater di Vienna due anni dopo) ha tentato lo storico assalto servendosi di una batteria di trentacinque lepri impegnate a rotazione e un sistema di pacing proiettato da una vettura tramite laser. Condizioni ovviamente molto diverse rispetto a quelle di una gara normale, che non hanno consentito l’omologazione da parte di World Athletics del tempo (1:59:40) realizzato dal corridore keniota in terra austriaca.

Sembra però questione di tempo prima che la stessa prestazione venga ripetuta in una grande maratona, e proprio Kelvin Kiptum appare il principale indiziato a raccogliere l’eredità del trentottenne connazionale. La relativa inesperienza del neoprimatista suggerisce che possano esistere discreti margini di crescita, in particolare nella gestione della distanza (per quanto la sua prova a Chicago non ne abbia risentito, con una seconda “mezza” corsa in negative split a un eccellente 59:47 contro i 60:48 dei primi 21 chilometri). Rispetto a Kipchoge, che ha debuttato nella maratona a 28 anni dopo una fruttuosa carriera su pista, Kiptum ha deciso di specializzarsi fin da giovane nella corsa su strada e proprio per questo avrà tempo ed occasioni per esplorare i nuovi limiti da lui stesso tracciati.

L’appuntamento è segnato per il 2024, sicuramente all’interno delle grandi maratone del circuito Majors (in particolare le velocissime Chicago e Berlino, dove sono stati stabiliti rispettivamente sei e tredici primati mondiali) ma potenzialmente anche ai Giochi Olimpici di Parigi, dove Eliud Kipchoge sarà chiamato a difendere i due titoli conquistati a Rio e Tokyo – dando magari a Kiptum lo stimolo per sfidarlo finalmente di persona in un contesto che, senza dubbio, attirerebbe l’attenzione e l’immaginazione degli appassionati di tutto il mondo.


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