Bruno Cirillo
, 10 Ottobre 2023

Il risultato o la salute? Intervista a Bruno Cirillo


Con il capo nutrizionista del Nordsjælland abbiamo parlato di cibo, della cultura della vittoria e dell'Africa.

Giovedì 5 ottobre è una mattinata nuvolosa a Farum, o così almeno traspare dalla luce che illumina il volto in videochiamata di Bruno Cirillo. L'Head of Nutrition del Nordsjælland ha offerto a Sportellate un'ora abbondante di una giornata particolare per il suo club: alle 21 della sera stessa sarà il Ludogorets a visitare l'isola di Sjælland, 20 km a nord ovest di Copenhagen, per la seconda giornata del Girone H di Conference League. Più dell'impatto di Ingvartsen o della crescita in fase di finalizzazione di Ibrahim Osman, però, è stata un'arricchente occasione per approfondire il tema della nutrizione legata al calcio professionistico.

Con esperienze sul campo come volontario di progetti umanitari in Asia e Africa, un recente passato come nutrizionista a supporto di atleti individuali e un lavoro a 360° nel progetto Right To Dream, a diretto contatto con le accademie in Egitto e Ghana, le parole di Bruno hanno messo sotto la lente d'ingrandimento cosa non va in Italia riguardo alla paura della mancanza del risultato, il percorso educativo con cui accompagnare la nutrizione dei giovani per una salute duratura e la routine di un gruppo di lavoro chiamato a performare per due volte consecutivamente nel giro di nemmeno 72 ore.

Inizierei subito chiedendoti una breve presentazione partendo dal tuo ruolo di Head of Nutrition. Che cosa significa? Vuol dire che sei a capo di uno staff e non sei l'unica figura di riferimento? La composizione è cambiata durante il tuo percorso al Nordsjælland?

Mi scuso in anticipo per il mio italiano che sta mancando, essendo che non lo pratico mai qua in Danimarca. Dal settembre 2020 gestisco il reparto nutrizione non solo del Nordsjælland, ma anche della Right To Dream Academy. Il Nordsjælland è l'unico club al momento - dall'anno prossimo ci sarà anche la squadra di calcio di San Diego in MLS - tra i professionisti legati al progetto Right To Dream, che conta diversi vivai, accademie calcistiche e scolastiche in giro per il mondo. Io sono basato qui a Farum, dove c'è la squadra di calcio del Nordsjælland, e appunto gestisco tutto ciò che riguarda nutrizione anche da un punto di vista di food and beverage: la collaborazione con la cucina, sviluppare i menu, modificare le ricette e tutte queste cose.

Curo, ovviamente, però in primis la parte un po' più legata alla performance e clinica: l'integrazione, come gestire il ritorno in campo dei calciatori infortunati, il prima o nel miglior modo possibile, e tutta questa serie di cose. La collaborazione con lo staff, sia tecnico che ovviamente medico, è fondamentale: ognuno degli specialisti che lavora nella prima squadra è a capo del singolo reparto. Io a livello nutrizionale; l'Head of Medical, che fa a capo dei fisioterapisti e massaggiatori; il medico specialista; lo psicologo e poi i preparatori atletici.

Al Nordsjælland è un lavoro estremamente interdisciplinare: è ovviamente una parola che viene utilizzata molto spesso, ma nella realtà non è tanto concretizzata come dovrebbe. In tanti altri club, ognuno di noi, nella nostra professione, ha lo studio o l'ufficio a sé stante: si lavora sì a livello interdisciplinare, ma solo quando c'è bisogno di fare del lavoro specifico. A Farum abbiamo un ufficio unico, includendo lo staff tecnico-tattico, lo staff delle Human Performance, lo staff medico e lo staff di nutrizione. Un gruppo che collabora giornalmente per rendere la performance e la salute dei nostri calciatori nel miglior modo possibile.

Tu sei al Nordsjælland da tre anni, questa è la quarta stagione. Nel settembre 2020 l'allenatore era Flemming Pedersen, solo nel 2021 è subentrato il Mansour Group nell'organigramma dirigenziale della Right To Dream Academy. Come hai vissuto, insieme allo staff che non lavorava direttamente sul campo, i cambiamenti in panchina e dietro la scrivania?

Pedersen, così come l'attuale allenatore Thorup, sono classici profili del Nordsjælland: arrivano, vanno via, ritornano, avanti e indietro. Thorup ha lavorato tanto nell'Academy, è stato allenatore dell'Under 15, dell'Under 17 e l'anno scorso ha fatto il salto come vice allenatore. Qui al Nordsjælland è molto più strutturato, paragonato ad altre società calcistiche: ovviamente i risultati contano, ma non sono l'unica cosa.

Due stagioni fa è stata la più difficile della storia recente, non abbiamo vinto per 11 partite di fila [dal 22 ottobre 2021 al 7 marzo 2022, ndr]: non hanno mai licenziato l'allenatore, come può succedere in Italia dopo 3/4 partite. Per cui è sempre vedere com'è che stanno andando le cose a livello oggettivo. "È realmente una questione di risultati? Perché il gioco non va, la comunicazione tra i giocatori non c'è, la performance atletica non c'è?". In realtà, era proprio una serie di sfortunati eventi, ed è parte anche dell'educazione e dello sviluppo dei nostri calciatori giovani.

Con questi cambi di staff e di dirigenza, il tuo e il nostro ruolo è cambiato? Avete avuto delle richieste magari differenti, un coinvolgimento diverso? Avere stimoli diversi ti e vi ha aiutato?

Ovviamente ogni allenatore ha le sue caratteristiche, però allo stesso tempo, essendo che al Nordsjælland e nel progetto Right to Dream, è il sistema che valorizza tutta la serie di tasselli che si intersecano tra di loro, funzionano indipendentemente e fanno sì che il sistema sia migliore. Io sono indipendente e ho carta bianca per fare quello che ritengo sia più opportuno per il bene del club. Certe metodologie, certe consulenze, certi feedback che do ai calciatori per migliorare alla fine della giornata le faccio a supporto dello stile di gioco della nostra squadra.

A livello di stimoli ognuno è diverso: prima di me non c'è mai stato un nutrizionista a tempo pieno che facesse capo a un reparto. Adesso siamo 3 fissi, mentre prima era solo un consulente che frequentava la struttura una volta alla settimana. C'è stata una valorizzazione della mia posizione, sia dal punto di vista tecnico, degli allenatori, ma anche dello staff medico e della performance: si vede che tutto migliora, sia nel cibo che nel recupero degli infortunati, nella performance atletica. Per esempio, siamo sempre al numero uno da tutti i punti di vista di performance fisica, sia nella Superligaen che anche a livello di massimi campionati scandinavi.

Oggi avete una partita (Nordsjælland-Ludogorets, poi vinta 7-1, ndr): per un nutrizionista, come viene gestito il giorno di una partita? Quanto cambia se si gioca all'ora di pranzo o durante il pomeriggio o la sera? Quante differenze ci sono invece con un giorno "normale" come quello post partita o con una seduta standard di allenamento?

Siamo entrati in quel periodo della stagione che per tutti i membri coinvolti in una squadra di calcio professionista è la più complicata e allo stesso tempo stimolante. Giocando ogni 3 giorni non siamo più in grado di individuare grandissime differenze tra la preparazione nutrizionale in vista di una partita e quella senza 3 punti in palio dietro l'angolo. I giorni più impattanti per la performance sportiva sono il precedente e il successivo alla gara, e con questa schedule serrata ormai si susseguono l'un l'altro. Il nostro focus ormai non è più quello di inseguire il risultato nell'immediato ma nell'educare tutti i professionisti che gestiamo a un equilibrio nel lungo periodo, in modo che anche quando non saranno più con noi sapranno fare tesoro delle esperienze precedenti.

Legati al progetto Right To Dream ci sono chiaramente moltissimi ragazzi che, appena maggiorenni, arrivano in Danimarca dopo l'infanzia e l'adolescenza in Africa. Arrivati tra i professionisti, questi background si mescolano ad altri, magari più esperti e con una cultura europea alle spalle, con standard indubbiamente diversi. Come riuscite a mescolare queste due componenti?

Il Nordsjælland ha una rosa di 25-30 persone: tutti sono diversi, però a livello generale sono abbastanza fortunato perché sono molto alla mano, sono molto interessati, magari non a seguire esattamente quello che dico, ma comunque a essere disponibili. Non siamo al Real Madrid o da qualche altra squadra con primedonne, anzi. Ci sono periodi di buy-in, quando un calciatore nuovo non è stato con noi precedentemente, della durata magari anche di mesi, in cui si cerca di costruire un rapporto interpersonale. Non andrò mai - perlomeno, questa non è la mia filosofia - a dire a un calciatore che deve fare così e così. Non facciamo così, altrimenti non va bene, dal primo giorno che arrivano.

Con i calciatori più giovani che arrivano dall'Academy è tutta una questione di relazioni, di fiducia, in cui più il rapporto umano è costruito, più loro a lungo termine sono disponibili a fare praticamente qualsiasi cosa. Se gli vai subito a dire "Devi fare così", "Devi subito mettere o perdere peso" - cose che si sentono molto frequentemente - magari hai soddisfazioni a breve termine, ma sicuramente non a lungo raggio. Nella società in cui sono, ma anche con la Right to Dream Academy, abbiamo sempre una visione umana e olistica di come sviluppare al meglio la longevità di questo calciatore.

In rosa ci sono ovviamente calciatori più con esperienza: non è una questione di essere trattati diversamente, ma è una questione di essere trattati individualmente per ciò che hanno bisogno e riteniamo opportuno per loro. Poi ovviamente il focus e la priorità del club è lo sviluppo dei più giovani, di conseguenza è maggiore il tempo speso a livello educativo con questi giocatori.

Collegandomi proprio al lavoro che fai con l'Academy, come sei entrato in contatto con il progetto Right to Dream? Quanto magari la tua figura da tramite, come può essere anche quella a livello tecnico di Michael Essien (vice di Thorup, ndr) all'interno dello staff, può essere un ulteriore collante e punto di riferimento per ragazzi che magari vengono da realtà dove la nutrizione è vissuta in maniera completamente diversa, più come una necessità di sopravvivenza che di performance?

È una questione molto interessante. Prima della nutrizione sportiva mi sono laureato in triennale a livello di Public Health Nutrition, concentrandomi maggiormente sulla salute pubblica. Ho vissuto progetti a livello umanitario in Burkina Faso, Tanzania, India e altri luoghi simili alle realtà in cui alcune dei vivai del Right to Dream hanno sede. Ora come ora stiamo sviluppando una strategia per come proporre al meglio le direttive nutrizionali anche a tutte queste accademie in giro per il mondo. Per il momento faccio solo delle consulenze interne di miglioramento dei menù, di ingredienti da usare.

Viaggio una volta all'anno in Ghana o in Egitto, dove ci sono le sedi principali del Right To Dream, e collaboro con lo staff sia della cucina che della performance per migliorare quello che viene proposto ai calciatori. Poi loro in loco formano, a livello educativo, le basi nutrizionali attraverso le presentazioni e i workshop che creo dalla Danimarca in remoto. A livello nutrizionale, dal punto di vista di salute pubblica, prima si inizia meglio è, c'è poco da farci. Quello che fa più differenza sono i primi 1000 giorni di vita, dal giorno di concepimento sino ai primi 2-3 anni di vita. Ovviamente queste non sono cose in cui noi come Nutrition Staff abbiamo controllo, nemmeno nel caso in cui i bambini del progetto hanno 5 o 10 anni.

Però prima riusciamo a controllare le variabili che sono a nostra disposizione come lo stile di vita, i cibi e le bevande, meglio ovviamente sarà il risultato a lungo termine. Ovviamente si vede una differenza anche con i calciatori che vengono da queste realtà: appena maggiorenni, l'ultimo picco di crescita avviene quando arrivano in Danimarca. Avendo piani nutrizionali ottimizzati per gli atleti, si vede uno sviluppo molto più marcato sia a livello di composizione corporea che muscolare. A livello strategico stiamo pensando di ottimizzare le cose il prima possibile. Dal punto di vista tecnico-tattico, Essien e altri allenatori hanno questo ruolo di transizione con le Academy in giro per il mondo, migliorano il modo in cui riescono ad adeguarsi al calcio europeo.

Per prevedere il loro impatto sul calcio europeo, l'aspetto nutrizionale è una cosa che può essere oggetto di scouting nella ricerca di un giocatore? Come reparto nutrizionale avete qualcosa tra le mani a livello di dati prima che arrivi un giocatore? Può essere una discriminante nella scelta se puntare su un giocatore o no o è una scoperta anche per voi?

La maggior parte, se non quasi tutti i calciatori che arrivano al Nordsjælland sono provenienti dalle nostre Academy: praticamente hanno frequentato le scuole, si sono allenati e hanno vissuto nel nostro ecosistema da quando hanno 10-12 anni. Li conosciamo, straconosciamo da anni e anni: tutta la parte di dati e di conoscenza, sia a livello fisico che tecnico-tattico, è interna, non è una discriminante. Se riescono ad arrivare al livello in cui sono è perché se lo sono guadagnato, mentre per uno scouting iniziale non ci sono parametri nutrizionali o fisici universali su cui basarsi: ci sono talmente tante variabili. Magari uno ha un periodo di crescita che è un pelo più posticipato rispetto ad altri, non è opportuno fare una selezione in base a questi criteri.

Nel corso degli ultimi 3 anni sono passati diversi grandi giocatori che adesso sono nei massimi campionati europei (Adingra, Sulemana, Schjelderup, Christensen, Nuamah, ndr): hai qualche aneddoto particolare legato a loro o a qualche atleta che vivi come una tua particolare "conquista"?

Non posso fare nomi o allusioni individuali, ho i miei confidentiality agreement [ride, ndr]. Però ovviamente ci sono fatti interessanti. Ogni giocatore ha le sue preferenze e, soprattutto, i giocatori che provengono dall'Africa hanno delle esigenze diverse nel post partita.

Riformuliamo la domanda, allora: qual è la particolarità più strana che hai visto nei ragazzi passati dal Nordsjælland negli ultimi 3 anni?

Questo lo posso dire. Tanti dei giocatori non riescono a fare a meno del fried rice dal ristorante cinese di Farum, a ogni post partita bisogna solo comprare quello per loro e se lo possono mangiare anche a tonnellate! Un po' come Jack Grealish: era emerso questo aneddoto del fried rice dal cinese di fianco a casa (ride, ndr). È ovviamente accettabile, il post partita è la cosa più difficile da riuscire a integrare a livello costante, sia quando ci sono partite normali, con una settimana tipo, magari anche giocando solo la domenica. Il livello di appetito cala, lì è il momento più opportuno per dire "Ok, qualsiasi cosa volete mangiare, mangiatela pure!". Chiediamo quali sono gli sfizi di ognuno, può essere il fried rice del cinese, la pizza o il burger.

Cambia qualcosa se la partita è in casa o in trasferta? In casa si mangia "a casa" e in trasferta già nello spogliatoio?

Per una questione di praticità - quelli un po' più anziani che hanno una famiglia, o quelli più giovani che magari vogliono andare fuori a trovare gli amici - proponiamo questa serie di "sfizi" in spogliatoio e se li portano a casa con il takeaway. A livello nutrizionale la cosa più ottimale in modo sarebbe cominciare a fare refueling il prima possibile, entro 1/2 ore. In trasferta è un po' più complicato: proponiamo questi alimenti sia in spogliatoio che poi in pullman sulla via del ritorno.

La cosa più difficile è quando giochiamo in trasferta a livello europeo: non tanta gente si capacita di quanto siano dure queste trasferte, quando magari giochi una partita di Conference League in Bulgaria, Slovacchia o Turchia il giovedì alle 21 e poi giochi la domenica pomeriggio in Danimarca ma sempre in trasferta. Non è che perdi una giornata in più a stare in albergo e poi goderti il giorno di riposo a Istanbul: torni a casa alle 5 della mattina senza aver dormito, l'unico tuo giorno libero lo trascorri cercando di dormire, il giorno dopo c'è subito allenamento e poi partita.

Da un punto di vista nutrizionale, soprattutto quando vengono queste settimane con tre partite un'attaccata all'altra, è più una questione di riuscire a ottimizzare lo stile di vita che fare tutte le strategie nutrizionali dettagliate al grammo. "I ragazzi riescono a dormire effettivamente? Quanto riescono a dormire? Come riescono a dormire? Qual è la qualità del sonno?" Quella è la cosa più fondamentale. In secondo luogo c'è l'idratazione. "Sono idratati? Stanno bevendo acqua o bevono porcherie non essenziali?" Tutta questa serie di priorità devono essere prese in considerazione prima del concentrarsi su cosa c'è dentro quel cibo che stanno mangiando. Quando torni in aereo alle 3 della mattina o vai a letto o cominci a mangiare: è tutta una reazione a catena di eventi non ottimizzati.

Hai lavorato precedentemente seguendo altri professionisti, anche di sport individuali. Quante e quali differenze ci sono tra il seguire un calciatore? Cosa è più facile e cosa più difficile? C'è qualcosa che secondo te bisognerebbe prelevare da una sfera e inserire nell'altra?

Per quella che è la mia esperienza, c'è una grossa differenza tra sport individuali e sport di squadra, soprattutto parlando di calcio. Siamo solo agli inizi, ma spero che tutte le realtà calcistiche credano nel valore aggiunto della nutrizione sia da un punto di vista di performance e di riabilitazione per una prima squadra ma soprattutto per tutti i giovani che passano per i vari vivai e Academy: molti non riescono a farcela proprio perché la loro composizione corporea e il loro stato di maturazione fisica non sono stati ottimizzati quando erano più giovani. In fin dei conti, lo scouting del mondo moderno non avviene solo a livello di performance tecnico-tattica ma anche a livello fisico, soprattutto nel calcio europeo.

Se sei più grande, grosso, veloce, resiliente degli altri hai un valore molto più aggiunto di quanto sei bravo a livello tecnico-tattico: non puoi insegnare a un calciatore a essere più alto, più grosso e muscolare. Sono cose che provengono da anni di maturazione a livello genetico e una serie di cose non controllabili da un settore specificamente calcistico. Soprattutto nel calcio spero che ci sia più considerazione e più valore alla nutrizione o alla professione del nutrizionista.

Paragonandolo ad altri sport individuali - tennis, ciclismo, BMX - essendo questi basati sulla performance del singolo tutto in fin dei conti è su di te: c'è uno grado di consapevolezza più alto fin da giovani. Tutto dipende da te, non ti puoi nascondere dietro ad altri 10 giocatori intorno a te, dire che il passaggio non è stato giusto per cui non si è riusciti a fare lo sprint in questa maniera o a fare gol. L'aspetto nutrizionale viene preso un po' più seriamente da giovani, si è anche più responsabili quando si propongono certi cambi di comportamento, sia a livello di stile di vita che di nutrizione.

Sono più propensi a farlo consistentemente a lungo termine, mentre con i calciatori è un po' più lo stare dietro giorno dopo giorno, ripetere le cose. Gli sport di squadra sono skills-based, permane una notevole componente creativa in capo alla parte tecnica e tattica. La parte nutrizionale ha un fattore che incide molto di più sulla performance fisica, anche a livello di memoria e conoscenza muscolare, ma non è così evidente come in altri sport. Nel ciclismo, ad esempio, è una correlazione diretta: se sei al top a livello nutrizionale hai un carico di carboidrati che X all'ora, X per peso corporeo. Nel calcio e negli sport di squadra c'è la componente creativa e tecnica che può nasconderne altre non ottimizzate: ci sono i soliti esempi di un calciatore ha passato la sua carriera facendo determinate cose non replicabili da altri ragazzi con minore talento.

Spesso si chiedono "Perché io devo seguire esattamente quello che dici tu e non godermi la vita?": ci sono aneddoti duri a morire nel calcio. Però, soprattutto nel calcio moderno, alcuni atleti hanno preso seriamente questa componente della loro performance e del loro stile di vita: non è solo una questione di riuscire a performare ogni domenica in partita ma anche su quale sia la longevità della carriera. "Giocherò per 10 anni o per 20 anni, come Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic, Messi?". Dovrebbe essere una motivazione in più per i più giovani: se loro hanno una motivazione di guadagnare il più alto stipendio, guadagnare X per 10 anni è molto diverso che farlo per 20 anni. Anche solo un anno è un anno in più di stile di vita decisamente più libero da vincoli e pensieri.

Nel tuo presente e nel tuo passato hai incontrato anche sportivi professionisti che hanno conosciuto in prima persona gli studi del comportamento alimentare? L'esempio più vicino alla realtà italiana è quello di Martina Trevisan ma, avendo tu lavorato esclusivamente all'esterno, hai conosciuto esperti che hanno avuto a che fare con questo? Come vi rapportate se per esempio c'è un calciatore che ha un problema in famiglia?

Fortunatamente non mi è ancora capitato di lavorare a un livello così marcato da ritenerlo clinico: come lavoro e come educazione sono un performance nutritionist, tutto riguarda lo stato ottimale per un atleta in salute, mi occupo di come portarlo al top. Ciò ciò che riguarda uno stato di salute che è subottimale, clinico, nel caso lo delegherei a una figura più preparata, con un background più specifico. Ci sono casi che non potrei chiamare disturbi ma preferenze alimentari non ottimali: molti ragazzi e ragazze hanno paura, veicolata anche dai social media, di mangiare troppi carboidrati ma dipende tantissimo in base a che tipo di input riceve dal proprio circolo di persone più care.

Nei social si cominciano a creare diverse idee, non supportate scientificamente ma più attraenti, per cui si comincia a testare a modo proprio per vedere se funzionano o meno. È molto importante riuscire a intervenire il prima possibile ma anche nella maniera più opportuna, non dicendo "No, è completamente sbagliato!" ma riuscendo a rapportarsi a livello umano. Se hai un rapporto di fiducia già costruito nel tempo, allora è molto più facile essere diretti e dire ciò che è più o meno opportuno, le conseguenze che ci sono, che tipo di conseguenze. Se è qualcuno che viene da fuori e ha idee prefissate nel tempo allora è più difficile, ci deve essere un lavoro interdisciplinare con altri specialisti.

Il più allertato in questi casi è lo psicologo sportivo: il suo non è un caso clinico, ma comunque ci possono essere temi che trattiamo insieme - che comunicazione e dialogo avere, se sia meglio intervenire più diretti o più soft. Ci sono stati casi in cui avere una fiducia da parte del club e dell'organizzazione nel prendere le cose con calma si sono rivelate molto proficue, siamo riusciti a risolvere la situazione avendo avuto più tempo: mi sono chiesto se fosse stato magari in Italia o in altre realtà in cui non viene dato tanto tempo per lavorare, magari le cose sarebbero andate molto peggio...

Perché secondo te in Italia mancano i tempi? Cosa intendi nel concreto?

È una questione di performare per la domenica: tutto ciò che è possibile per riportarti in campo nel più corto tempo possibile deve essere fatto. Non solo in Italia ma anche in altre realtà come Francia, Portogallo e Spagna. Non c'è sviluppo a lungo termine, ma il calciatore è visto a livello contrattuale: è lì per solo 2 o 3 anni, perché si deve investire a lungo termine per rimanere in salute il più a lungo possibile? Ovviamente sto generalizzando, non so se nell'ultimo decennio il panorama sia cambiato, ma mi è sufficiente vedere il caso degli allenatori per intuire come i cambiamenti non siano così marcati da quando ho lasciato l'Italia.

Nelle ultime 5 partite la squadra non vince, non gioca bene, si comincia già a pensare a un cambio; più o meno funziona anche con i calciatori: se uno è costantemente infortunato o non ha prospettive che ripaghino il club si cominciano a valutare nuovi scenari.

Da un punto di vista nutrizionale è diverso, perché non c'è così tanto tempo da dare a un calciatore per formarsi anche a livello personale. Tanto del lavoro educativo lo faccio andando a cucinare coi calciatori della prima squadra: non è solo dire "Questi cibi contengono i carboidrati, questi altri contengono proteine", come fosse un workshop, ma è proprio un lavoro pratico, manuale. Facciamo sessioni di cucina a casa loro o nelle cucine del club, a livello individuale: c'è molto più tempo investito anche al di fuori della società, più a livello personale.


  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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