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Considerazioni sparse post Inter-Benfica (1-0)


L’Inter conquista tre punti fondamentali contro un Benfica anonimo, anche grazie a un Mkhitaryan “everything, everywhere, all at once”.

Se la sfida tra Inter e Benfica della scorsa primavera valeva l’accesso alla semifinale di Champions League, la partita di questa sera aveva già quasi il sapore da dentro o fuori per due squadre già condannate a vincere visiti i risultati sorprendenti di Real Sociedad e Salisburgo. Per fortuna dei nerazzurri ci pensa Marcus Thuram, alla prima rete europea con il club milanese, ad assicurare tre punti fondamentali in un girone equilibrato che vede la testa di serie Benfica con mezzo piede fuori dalla competizione europea già alla seconda giornata. Ma se l’intensità della partita odierna ha ricordato quella del doppio confronto di aprile, l’unico gol realizzato dal francese testimonia il fatto che i veri protagonisti del match siano stati gli incredibili errori di finalizzazione di Lautaro e compagni, che rischiano attivamente di non vincere la partita, non per meriti di un Benfica assolutamente anonimo, ma a causa dell’enorme tasso d’imprecisione in fase realizzativa ma anche (e soprattutto) in fase di rifinitura dei padroni di casa. La vittoria è comunque assolutamente meritata per l’Inter che, nel complesso, si conferma una squadra matura e a suo agio nelle notti che contano, quelle della massima competizione Europea;

La partita Inzaghi la vince a centrocampo, sfruttando perfettamente il vantaggio tattico e numerico che gli viene dal confronto tra i suoi titolarissimi Barella-Mkhitaryan-Calhanoglu e la mediana a due del Benfica. La prestazione dei tre centrocampisti è la migliore dall’avvio di stagione, per il modo in cui coniugano qualitativamente e quantitativamente la fase di interdizione con quella di costruzione: Barella si ritrova dopo una serie di partite di basso cabotaggio, risultando la scheggia impazzita che fa saltare le marcature dei portoghesi mentre Calhanoglu gioca oggi la partita che sublima la sua nuova identità tattica e diventa imprescindibile per la qualità nella gestione della palla davanti alla difesa e per l’enorme lavoro di filtro con cui annulla chi tra Neres e Rafa Silva agisce sulla trequarti lusitana. Buona prestazione anche della difesa grazie alla leadership di Acerbi, alla totalità del gioco di Benjamin Pavard ma soprattutto alla partita eccezionale di un Alessandro Bastoni che è più che mai la cartina tornasole delle prestazioni e dei risultati dell’Inter. Il migliore in campo è, ça va sans dir, l’Armeno che va come un treno: se la sua partita fosse un film sarebbe sicuramente quello che di recente ha vinto l’Oscar per il miglior film e che calza a pennello per riassumere in poche battute l’ennesima eccellente prestazione di un giocatore che con la sua totalità si rivela decisivo per il superamento della prima linea di pressing del Benfica e per la capacità di rovesciare immediatamente l’inerzia dell’azione e trasformare la difesa in attacco con una precisione fulminea. A sorpresa però, la Uefa lo snobba e assegna il premio di MVP a Lautaro Martinez;

Già, Lautaro Martinez. Lungi dal dire che la sua è una prestazione insufficiente, il Capitano dei nerazzurri avrebbe però potuto vincere, grazie anche solo a questa partita, la classifica marcatori di questa edizione di Champions e se l’Inter non chiude prima un match che rimane fino all’ultimo in bilico è principalmente per suoi demeriti. In realtà, la partita dell’argentino simboleggia perfettamente l’unico difetto di una partita quasi perfetta e che riguarda non solo lui ma tutta la squadra, da Calhanoglu in su. L’Inter commette troppi errori nelle fasi di rifinitura e di realizzazione, con un enorme numero di decisioni sbagliate, ultimi passaggi mancati, conclusioni poco efficaci e compagni non serviti. Ciò come detto riguarda tutta la squadra, da Dumfries a Barella passando per lo stesso Dimarco, ma trova negli errori di Lautaro una dimensione plastica. La pochezza della qualità delle decisioni nella fase conclusiva dell’azione porta l’Inter a rischiare di non vincere una partita assolutamente dominata facendo sì che, nel momento in cui la squadra necessitava di ritmi più blandi e controllati, la ricerca del secondo gol fosse necessaria per evitare brutte sorprese. Inzaghi dovrà necessariamente lavorare su questi due aspetti. Nel frattempo, qualcuno dirà che Lautaro abbia pagato pegno per il poker di sabato sera contro la Salernitana ma, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, rimane una partita di enorme sacrificio e lotta, che conferma la nuova dimensione collettivista del capitano dell’Inter;

Schmidt perde la partita già a partire dal calcio d’inizio, schierando una mediana a due estremamente leggera e rinunciando al riferimento offensivo rappresentato dall’ex Fiorentina Cabral o dal croato Musa. La prima scelta, come detto, consegna la partita nelle mani di Barella e soci che dopo una brevissima schermaglia iniziale rimangono ben presto padroni del campo; la scelta di affidarsi a due ragazzi come Neves e Kokcu si rivela sbagliata per l’inesperienza della coppia ma soprattutto per la loro incapacità di fare filtro alle penetrazioni centrali delle mezzali nerazzurre, lacuna che non viene colmata neanche da un’impostazione di livello. La delusione è soprattutto per il giovane turco, protagonista col Feyenoord nella scorsa stagione, che ha avuto un pessimo impatto con la Champions ma che ha tutto il tempo per rifarsi. La seconda decisione di privarsi di un punto di riferimento offensivo priva invece il Benfica di quei centimetri che sarebbero stati utilissimi per aprire gli spazi all’enorme qualità della trequarti portoghese, dove si segnala un Di Maria insolitamente sotto tono. I migliori in campo per i lusitani sono sicuramente il capitano Otamendi, il principale responsabile (assieme a Lautaro) della mancata disfatta biancorossa, e il danese Aurnes. Il 27enne è chiamato a fare un po' di tutto e lo fa discretamente bene, alternando il lavoro da centravanti a quello di libero razzolatore davanti e dietro la difesa, mostrando una completezza che farebbe più che comodo a qualche club nostrano. Consigli per gli acquisti;

La partita insomma è stata piacevole e intensa, con qualche gol in meno del previsto e con un tasso di fisicità e contrasti inaspettati alla viglia. Soprattutto i portoghesi cercano di sopperire alla loro inferiorità fisica con un’irruenza nei corpo a corpo che trova facile sponda nella pessima conduzione del direttore di gara Makkelie che, tra i tanti errori, non vede due cartellini decisivi per Neres e Otamendi. Da applausi invece il supporto di San Siro alla partita dei padroni di casa, accompagnati per tutti i 90’ da una quantità incessante di cori. La speranza è che la dirigenza nerazzura non si scordi di serate come queste quando dovrà prendere la decisione definitiva sulla capienza del nuovo stadio.


  • Classe '99, pugliese come il panzerotto, studia a Bologna e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio, cinema e musica. Ha sul comodino la foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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