Malcorra segna il gol che decide l'ultimo Clasico di Rosario tra Central e Newell's.
, 3 Ottobre 2023

Vivere il Clásico a Rosario


Racconto di una città in fibrillazione prima dell’ultimo Central-Newell’s.

Sì, so che adesso salterà fuori qualcuno che dirà che siamo stati dei figli di puttana per quel che abbiamo fatto col viejo Casale, lo so. Non manca mai gente così. Ma adesso è facile parlare così, facile. Dovrebbe parlare chi c’è stato a Rosario, in giorni così, per capire il destino fatale, vecchio mio. Perché a parlare ora, con le mani in mano, sono bravi tutti”.

Inizia così “19 dicembre 1971”, fra le più celebri historietas di Roberto Fontanarrosa, umorista, disegnatore e scrittore argentino. Anzi, rosarino. Tocca specificarlo in conformità con l’intero spirito del racconto, volto a restituire ad un pubblico di parte tutta la specificità di questo pezzo di Argentina affacciato sull’immenso Paranà. Un fiume che fiume non sembra e infatti in lingua guaranì “Paranà” significa “parente del mare”.

Città orgogliosamente priva di fondatori, che comincia a contarsi gli anni solo intorno al porto, agli arrivi dall’Europa, con una popolazione residente al 50% di discendenza italiana. Città onesta, non nei costumi, secondo una certa cronaca di mafia che le ha cucito addosso la fama di “Chicago del Sud”, ma certo nella franchezza con cui si presenta: un centro in cui svettano spietate le sedi delle potenti industrie agroesportatrici connesso da un damero di strade a quella vena aperta dell’America Latina (penserebbe qualcuno che ha fatto troppe letture romantiche sul continente) che è il parente del mare di cui sopra.

Sulle sue rive, nello stile di alcune costruzioni puntellate di mattoncini rosse, il segno della dominazione coloniale commerciale per eccellenza: la mano è quella di chi si è preso la briga di inventare il gioco calcio e la guida a destra. Partono merci, arriva manodopera, controllano gli inglesi. Fino ad un certo punto. Perché se c’è qualcosa di quel controllo esterno che gli argentini hanno profondamente risignificato, questo è il fútbol, che infatti si scrive così.

Non è un caso se il clásico (e non il derby) rosarino si gioca fra una squadra che si chiama Rosario Central e un’altra che sulla carta ha il nome di Newell’s Old Boys, ma che tutti pronunciano orgogliosamente Ñuls

Genealogia dello scontro

La rivalità affonda le sue radici nella leggenda. Secondo una storia non del tutto verificata, erano gli anni Venti quando le due formazioni cittadine furono invitate a giocare una partita di beneficenza i cui fondi sarebbero stati destinati al lebbrosario locale. Il Central rifiutò, guadagnandosi il titolo di “canaglia”, rivendicato e sbandierato da ormai un secolo dai suoi tifosi, i quali cominciarono a dare pure dei “lebbrosi” agli storici nemici che, a loro volta, accolsero di buon grado l’accusa e ne fecero identità. Leprosos y canallas.

Rosario da sempre vive una storia a parte. Tenta di fare il suo gioco: nonostante la sua importanza, tanto nei commerci quanto nella cultura e nella storia del paese, non è neanche capitale della provincia (di Santa Fe) e da Buenos Aires è in molti sensi assai distante. Come lo è, di conseguenza, dal potere e dai fondi che potrebbero ossigenarne le periferie, oltre a restituire lustro alla sua orgogliosa non identità. E anche lo scorso sabato pomeriggio le è stato destinato un terreno a parte, distinto da tutti gli altri classici argentini che sarebbero seguiti la domenica (Boca vs River per Buenos Aires, Colón vs Unión per Santa Fe, Estudiantes vs Gimnasia per La Plata, Talleres vs Belgrano per Córdoba).

Di Loco in Loco

Fontanarrosa lo spiega bene: non si tratta mai solo di un giorno, ma di giorni, se non settimane, per la città ed entrambe le identità che la attraversano. Mentre lo scontro si avvicina, crescono in strada le camiseta distintive. Le reti locali trasmettono a ripetizione previsioni sulla formazione, gli esiti, quello che è in gioco. Attualmente, non tantissimo per quanto riguarda il campionato nazionale. Il Rosario Central è ultimo in zona A (ottavo in classifica), il Newell’s si trova qualche posizione più in alto. 

Una mattina qualsiasi di un mese di elezioni in cui il paese, per l’ennesima volta sull’orlo del collasso economico, si gioca più o meno tutto, all’ombra  del possibile trionfo del loco Milei (il candidato più votato alle primarie, “ultra-liberale”, il che in genere non è una parolaccia e infatti siamo finiti con questo che vuole dollarificare un’economia priva delle riserve di dollari necessarie e rendere legale il commercio di organi), al notiziario campeggia l’apprensione per i dolori muscolari di Ignacio Malcorra, ala sinistra del Central.

E non è certo il dibattito televisivo tra i candidati, programmato per lo stesso fine settimana del clásico, a svettare in cima all’ordine del giorno fra le priorità dei  tifosi del Newell’s che, due giorni prima della data X, riempiono gli spalti dello stadio intitolato ad un altro loco, Marcelo Bielsa, in occasione del Banderazo. È la tradizione e cade di giovedì, come una lavanda dei piedi: i leprosos si presentano lì, sventolano i sigilli, sfoderano i tamburi, le sciarpe, le trombe e tutta l’epica dei cori, proprio come se la partita stesse per cominciare, solo che non comincia. Caricano i calciatori per qualcosa che succederà solo due giorni dopo e ritornano a casa, sigillando una promessa d’amore che non ha bisogno di finalizzarsi nell’evento, ma lo prepara.

Il "Banderazo" dei tifosi del Newell's. (Foto: El Grafico)

A prepararsi è pure, assolutamente nell’angolo di questo racconto, il ministro della sicurezza di Santa Fe, Claudio Belloni. Mancano sette giorni alla partita quando annuncia la presenza di 700 unità di polizia intorno al Gigante de Arroyito, lo stadio del Central che la ospiterà, ed altri 300 agenti pronti ad intervenire in punti critici della città. Con l’autorevolezza del sindaco di Napoli, dirama pure un ban ai fuochi di artificio per i festeggiamenti. (Chi scrive, per privilegio di nascita, ha il diritto di ironizzare). Divieto che, proprio in omaggio a latitudini diverse ma rispettatissime, sarà disatteso ore prima del calcio di inizio dallo spettacolo dei tifosi gialloblu.

Di padre in padre

Ma di che parla il racconto di Fontanarrosa? Mica l’ho messo là perché mi mancava un’introduzione a effetto. È la storia di un gruppo di amici, tutti canallas, che partono da Rosario alla volta di Buenos Aires per andare a vedere il clásico giocarsi al Monumental. Decidono arbitrariamente di portarsi dietro il viejo Casale come amuleto: un uomo abbastanza anziano e pieno d’acciacchi che, quando allo stadio, non ha mai visto perdere il Central. Superate le resistenze iniziali, dovute soprattutto a motivi di salute, lo trascinano in gradinata, laddove avviene la trasformazione. Il vecchio Casale, abbandonate le preoccupazioni per il proprio destino materiale, “cantaba, puteaba, chupaba mate e scendeva in campo avvolto nella bandiera”. Quando, a secondo tempo inoltrato, Aldo Pedro Poy si innalza in volo e segna di testa per l’1-0 decisivo, la voce narrante perde di vista il suo amuleto vivente, trascinato com’è in tutte le direzioni dall’orgia di gioia collettiva.

Davanti ai loro occhi si è appena realizzata la “Palomita de Poy”, la quale verrà celebrata ogni 19 dicembre da ogni canaglia che si rispetti di lì in avanti e darà origine al coro “Aldo Poy, Aldo Poy, el papá de Ñuls Old Boys”: Poy, col suo volo da palombella, ha impartito una dura lezione mutandosi così, ad honorem, in padre di tutta la hinchada dei lebbrosi. Non solo. Il match apre le porte della partita finale del campionato al Central, che quell’anno si laurea campione d’Argentina per la prima volta nella sua storia.

Ce lo insegnarono i latini, ce lo confermò l’irruzione sul set di Beautiful di Massimo Marone nei panni del padre biologico di Ridge più di qualche primavera fa, è solo la madre ad essere certa. I rosarini cominciano a scoprirlo tre anni più tardi in casa loro (proprio come Eric), al Gigante de Arroyito, disputando una finale di campionato con gli eterni rivali. La poco montessoriana lezione è impartita dal sinistro di Marco Nicasio Zanabria, la zurda de Zanabria per l’appunto, che segna il trionfo dei lebbrosi proprio sul campo più amato. I trionfi storici del Newell’s non si fermano qui.

Quasi vent’anni più tardi, l’8 marzo del 1992, non è solo la giornata del clásico, ma anche la vigilia di un importante appuntamento della Copa Libertadores in Cile per i NOB. C’è un volo di mezzo e pochissime ore a separare i due incontri. Il Loco Bielsa in panchina, però, non si chiama così a caso. Decide di schierare in campo 9 ragazzini della Tercera, cui viene affidato l’enorme compito, di quelli preceduti da un Banderazo, di disputare un appuntamento storico cui buona parte dei tifosi tiene molto di più che alle competizioni continentali. Clamorosamente, i ragazzi vincono. Gli unici due convocati che giocano anche la partita del giorno dopo, Bielsa li prende da parte per avvertirli: “Nessuna scusa per non correre”. Correranno e vinceranno anche in Cile. 

Beffato il nemico, i supporter del Newell’s rovesciano la querelle della paternità e dichiarano l’8 marzo “la festa del papà dei lebbrosi”, inibita, come ricordano ancora oggi nei loro cori, alle canaglie. Chi è che non può festeggiare la festa del papà?

Chi è che non può festeggiare la festa del papà?

Sicuramente non il viejo Casale, infine ritrovato a morire d’infarto alla fine del clásico 1971. Ma avreste dovuto vedere come!, ci informa Fontanarrosa. “Continuare a vivere perché? Per vivere altri due o tre anni come stava vivendo? Chiuso in un armadio, trattato come spazzatura dalla moglie e dalla famiglia. Vale di più morire così, fratello! Morì saltando, morì felice, abbracciato ai ragazzi, all’aria aperta, con l’allegria di aver devastato l’orto alla lepra per i prossimi secoli! Doveva morire così, tanto che lo invidio, fratello, te lo giuro! Perché se uno può scegliere il modo di morire, io scelgo questo, fratello, scelgo questo”.

Questo sabato di settembre ci restituisce le canaglie, al netto dello sfottò nemico, festeggiare anche a questo giro. Con la buona pace del ministro della sicurezza Baldini, fra i fuochi di artificio, già mezz’ora prima del calcio di inizio, il quotidiano “La Capital” dirama la notizia dell’attacco subito dal gruppo di dirigenti del Newell’s all’ingresso allo stadio, fermato solo dall’intervento delle forze dell’ordine. L’orologio dell’arbitro segna i 30 minuti, quando la tifoseria rossonera tenta di aggirare il divieto di ingresso nello stadio avversario a mezzo di un drone e palloncini colorati a sostegno della propria squadra. Il dispositivo cade, le canaglie lo attaccano con violenza per poi esporlo come trofeo in bella mostra sulla gradinata.

Ad un quarto d’ora di gioco dal contestato volo, è un rotolo di carta igienica scagliato dalle tribune a fermare il gioco e ad accendere la contesa fra Vangioni, difensore del Central e Ortíz, indignato per il comportamento dei supporter rivali. Due cartellini gialli segnano l’avvio del secondo tempo. Lo stesso è squarciato da un tiro su punizione dell’infortunato Malcorra, la cui convocazione aveva tanto turbato la pace rosarina, che si occupa di decidere il risultato di questo clásico.

Esito prevedibile, rivendicano i gialloblu, statistiche sullo scontro diretto alla mano e, in più, imbattuti in casa loro da 23 partite. I numeri, tuttavia, numeri sembrano poca cosa rispetto ad un’epica che è iscritta nella storia della città, destinata a rinnovarsi giorno dopo giorno, rispetto alla ritualità del Banderazo del giovedì. In città, a contare è il palpabile 50 e 50 che si spartisce canaglie e lebbrosi ad ogni angolo occupato dall’improvvisato agonismo di chiunque indossi una camiseta e abbia qualcosa da farsi rotolare vicino ai piedi. Tanto ai margini dei quartieri dove i bidoni della spazzatura sembrano avere i piedi e si spostano come in un cartone animato, animati dalla ricerca metodica di padri madri di famiglia lasciati sul lastrico dalla crisi economica, quanto nei parchi del centro, all’ombra dei boulevard alberati.

Ignacio Malcorra, numero 10 del Central, esulta dopo il gol decisivo nell'ultimo Clasico. (Foto: El Grafico)

E le stelle stanno a guardare

Cala la notte e Rosario sta per addormentarsi. Le stelle sembrano serene e so pure che la Luna è in Ariete. Lo so perché Juan Cruz Sirius, l’astrologo che aveva previsto il trionfo ai mondiali in Qatar, dopo aver studiato le carte natali delle due squadre, ne ha parlato come di un fatto rilevante. Dal 1970, dieci classici si sono giocati con la Luna in Ariete: sei finiti in parità, i restanti quattro vinti due per uno. È la luna che più tende alla parità. Quindi pareggio. Le stelle si sono sbagliate, penso rientrando a casa dopo il mio primo asado, il mio primo “Fernandito” (quel mix di Fernet e Coca-Cola che fa impazzire gli argentini), il mio primo mate, insomma dopo aver inanellato tutte le pratiche per la cittadinanza in questo posto che mi accoglie e che amo.

È quasi primavera, il clima è soleggiato di giorno e un po’ più fresco di sera: perfetto. Nemmeno una nuvola in cielo durante il pasto consumato coi miei amici all’aperto. Ritorno a quanto raccontatomi da una di loro vedendomi sorridere davanti al grande sole. Nella sua famiglia, di salda fede radicale (e quindi politicamente agli antipodi), davanti a giornate così non manca mai chi esclama: “iQué día peronista!”. Mi piace, penso mentre dalla finestra continuo ad ascoltare i cori di tifosi del Central, non paghi di festeggiare anche a pochi passi dallo stadio Bielsa, dove vivo. Del resto è stato un giorno peronista: c’era allegria, organicismo più che unione, partecipazione… e qualcosa di non spiegabile.

Il giorno dopo si scopre pure un morto ammazzato. Ivana Paula Garciliazo Bellón, tifosa del Central colpita da sassate. Indossava la camiseta e tre persone, di fede calcistica opposta alla sua, sono state arrestate. Incomprensibile, infine. Come solo un giorno peronista poteva essere.


  • Rosa Scamardella, 27 anni, dottoranda in Studi internazionali presso l’Università di Napoli L’Orientale e in Relazioni Internazionali presso l’Università di Rosario Argentina. Appassionata di Storia, América Latina e crisi economiche, quindi anche di calcio.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni

Newsletter

Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu