Immagine dalla partita tra Italia e Nuova Zelanda del Mondiale di Rugby 2023.
, 29 Settembre 2023

Considerazioni sparse post Nuova Zelanda-Italia (96-17)


Nonostante le flebili speranze della vigilia, gli azzurri sono stati spazzati via.

- Ovalia da molto tempo discute del futuro del rugby, in bilico tra rafforzamento dell’élite e inclusione delle cosiddette tier 2 nel banchetto che conta. In questa discussione raramente si inserisce l’Italia che da tempo vive in un limbo. Lo potremmo definire tier 1.5: abbastanza ricca da non crollare più al piano di sotto, quello che le apparteneva fino all’ingresso nel Sei Nazioni, ma non abbastanza forte per affermarsi stabilmente nel tier 1. La differenza è tecnica? Fisica? Mentale? La risposta sarebbe una discussione sui massimi sistemi e non una considerazione sparsa. Però si può circoscrivere il quadro a questa partita. La prestazione dell'Italia contro gli All Blacks a Lione va ascritta soprattutto al piano mentale. Una squadra forte mentalmente non esce dal campo dopo la seconda meta avversaria. Soprattutto dopo che Beauden Barrett sbaglia clamorosamente un calcio di ripresa del gioco, segnale non da poco di una pressione che i tutti neri avevano addosso. In quel minuto dopo la seconda meta, la partita perde di significato. La terza meta nasce da una corsa di Ardie Savea che attacca uno spazio vicino al punto d’incontro, con due giocatori di mischia che avrebbero tempo e spazio per placcarlo. Lamaro sull’angolo esterno lo manca proprio, Negri sull’interno resta immobile. È una situazione difficile? Nasce da una struttura di gioco che crea grandi incertezze alla difesa? Nient’affatto. Eppure, l’Italia si sfalda ed esce dal campo.

- Che sia una questione mentale lo dimostra l’inizio del secondo tempo. Le prime azioni azzurre sono di grande qualità, da squadra che gestisce bene il multifase e legge bene la difesa avversaria. Avanzante sia con gli avanti, per fissare il gioco, sia con i trequarti, creando seconde linee d’attacco e loop efficaci. La meta di Capuozzo è il frutto di un’azione molto ben eseguita, nei posizionamenti e nelle linee di corsa, a partire da una touche vicino alla meta neozelandese. Era la terza volta che l’Italia si trovava in quella situazione, nel giro di pochi minuti, e solo alla terza volta ha proposto un classico del rugby: a pochi metri dalla meta non lanci sull’ultimissimo blocco. Cerchi la soluzione più semplice e sicura perché l’avversario generalmente te la lascia giocare, ti aspetta a terra e contrasta la maul. Tutto il resto risponde a una regola aurea della palla ovale: ti rispetto sul campo giocando al massimo fino all’ultimo secondo. Non ti presenti in campo? Subisci 101 punti, come accadde nel 1999, e li prendi tutti. Oggi sono stati 96, non fa una grande differenza.

Facciamo un passo indietro: quest’Italia poteva davvero battere gli All Blacks, come si scriveva in maniera sfumata e si sperava nel mondo rugbistico italiano? Sì, poteva batterli. Non perché il pallone ha mille rimbalzi e si parte da 0-0. Le due squadre arrivavano alla partita in condizioni psico-fisiche quasi opposte: l’Italia poteva contare sulla confidenza nelle proprie strutture di gioco, nelle qualità dei singoli e la serenità di affrontare un girone “impossibile”. Tutto questo l’ha rafforzato con due prestazioni convincenti con Namibia e Uruguay, quelle che fa una squadra tier 1. La Nuova Zelanda non è arrivata con queste certezze, né dal punto di vista del gioco né come qualità dei singoli. C’è molta perplessità in patria e si è seduta sul tavolo delle favorite solo perché dietro le grandi (Francia, Sudafrica e Irlanda) c’è il vuoto: le partite finora intraviste lo hanno dimostrato. La gara inaugurale contro la Francia ha visto in campo una Nuova Zelanda opaca, eccezion fatta per Tele’a, e scomparsa dal campo col passare dei minuti.

- Questi elementi sono fattuali, sono ciò su cui le squadre di alto livello si affrontano e si misurano. Sfruttando un momento positivo e approfittando di un momento negativo altrui, quando parti da una posizione vantaggiosa. Oppure rovesciando il tavolo e il pronostico, dando un segnale di forza se sei in difficoltà. Qui si inserisce la mentalità di una squadra di alto livello, è quello lo step fatto, negli anni scorsi, dal rugby argentino con due apici: la semifinale mondiale del 2015 e la finale dei Jaguars nel Super Rugby 2019. Qui c’è la grande mancanza della nazionale italiana maschile dal 2000 a oggi - le donne quello step lo hanno fatto. Qui c’è l’obbligo che l’Italia di Crowley ha davanti a sé: battere la Francia. E anche se perdesse di un punto, giocando un match favoloso, avrebbe perso due volte, perché significherebbe avere le qualità per vincere contro i colossi ma non saperle sfruttare quando serve. La vera lezione degli All Blacks è questa: l'Italia deve imparare a superare un momento difficile, con pressione conseguente, giocando alla grande.

- È finito il tempo dell’orgoglio o degli exploit, va colto quello del successo: è questa l’eredità che l'Italia deve portarsi dalla gestione Crowley. Quella di un allenatore che, quando sfiorò l’impresa a Thomond Park con la Benetton, disse che una sconfitta del genere era "difficile da digerire". E perse di due punti, non di ottanta come oggi. L'Italia può riscattarsi già dal 6 ottobre, senza scaricare responsabilità alla gestione Quesada e alla speranza di trovarsi un girone più abbordabile nel 2027. L’Italia può ancora passare il turno, battendo bene la Francia. Può scrivere ancora la sua storia, fare quello che stanno provando a fare le Fiji. Sta tutto nella testa dei giocatori, soltanto lì.


  • Mille cose e contemporaneamente nessuna. Tra le altre collabora con Radio Onda d'Urto e SalernitanaLive

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