Copertina Francesco Totti
, 27 Settembre 2023

Totti, di tacco


Un gesto tecnico senza tempo, epitome di uno dei più grandi talenti italiani.

"Perché buttare i soldi, abbiamo il ragazzino"
– Carlo Mazzone, rifiutando l'acquisto di Jari Litmanen

Fra tutte le inquadrature profondamente sconcertanti nel cinema di Federico Fellini ce n'è una che potrebbe essere considerata la capostipite del discorso sulla creatività. È una scena surreale, infantile, grottesca. Sicuramente la conoscerete. Un regista di mezza età – Guido Anselmi, alter ego di Fellini stesso – vive da mesi una crisi artistica che gli impedisce di portare a termine il suo nono film. Una sera, dopo essersi trasferito in una stazione termale per evadere dalla nevrastenìa, Anselmi si imbatte nello spettacolo di un mago che riesce a comunicare alla sua assistente il pensiero dei malcapitati.

Quando arriva il turno del regista, però, quello riesce a captare solo una frase contorta e forse insensata: Asa Nisi Masa. "Ma che cosa vuol dire?" arriva a domandarsi il mago, mentre Anselmi gli volta le spalle in uno stacco di camera violento. La realtà vera si disgrega di fronte al caos autobiografico dell'artista, ai suoi ricordi perduti e alle madeleine della sua infanzia. è stato innanzitutto questo: un'opera in cui Fellini indaga la potenza comunicativa del cinema, provando a squarciare il velo di Maya che illude gli esseri umani di essere in grado di conoscere la vera natura delle cose.

Non possiamo fare esperienza di tutto: c'è sempre qualcosa che ci appare insensato, inspiegabile, nascosto proprio nel momento in cui ci concentriamo a guardarlo. In questa concezione è la mente dell'artista, poi, a essere imperscrutabile di per sé.

Di Francesco Totti abbiamo visto tutto, sempre, ovunque. Fin dall'inizio – da quando, cioè, ha illuminato il decennio più mediocre della storia della Roma con un avvento semidivino – la sua carriera è stata divorata dall'istinto voyeuristico del pubblico italiano come le canaglie con il fegato di Prometeo. Quella di Totti è una storia che si è dipanata intorno a verità che sembrano menzogne e viceversa. Totti che festeggia il primo gol in Serie A mangiando un gelato nocciola e cioccolato; Totti invitato a cena da Madonna; Totti che risponde "non posso proprio" quando, in una delle prime interviste, gli veniva chiesto di recitare l'inno della Lazio; Totti che condivide il tatuaggio del Gladiatore con Claudio Amendola e un paio di amici. Sappiamo così tanto di lui da finire a parlarne come un parente lontano, un cugino che vediamo solo a Natale ma che rimane lì, fondamenta di un'istituzione familiare che vorremmo non passasse mai.

Il pubblico ha celebrato il suo matrimonio come quello di un sovrano populista, un evento così sfarzoso da essere trasmesso in diretta tv. Le telecamere hanno ritratto quasi tutte le vite emotive di Francesco Totti: il ragazzino timido degli esordi, l'uomo truce e innamorato della propria squadra del cuore, il re decadente. Oggi è un uomo di mezza età come un altro, e mentre i giornali parlano più della sua vita sentimentale che della legacy calcistica mi rendo conto che ci siamo fatti sfuggire qualcosa, che pur avendo concentrato i nostri occhi sbarrati sul suo modo unico di giocare a calcio per oltre 20 anni, per certi versi Totti è ancora una figura misteriosa.

Io non sono tifoso della Roma, né per questioni anagrafiche posso dire di aver visto l'arco completo della carriera di Totti. Ho vissuto i suoi ultimi gol, gli ultimi squarci nel buio con aperture inimmaginate fino al suo tempo, e persino quegli ultimi assist di tacco con l'onore delle armi che si deve a un avversario in declino, un vecchio generale logorato dagli acciacchi e perciò ancora più storico.

Eppure sono convinto che abbiamo finito per perderci una sfumatura del suo talento. Vivendo Totti con un sentimento così forte e polarizzato – in fondo c'è ancora chi sostiene che sia rimasto a Roma per pavidità e non per fede – non abbiamo riflettuto sulle cose che lo rendevano così unico, l'unico calciatore italiano cercato da una bottega dell'opulenza come il Real Madrid di inizio anni Duemila. Tra tutte quelle che è stato capace di rinnovare negli anni, la signature move più pura di Totti è il colpo di tacco. Certo, ci sono i cambi di campo giocati con la vista del pensiero, i cucchiai intimidatori, le punizioni potenti della senilità. Il colpo di tacco di Totti, però, è stato il gesto tecnico più longevo: un'arma tecnica e spirituale, come se attraverso quella singola giocata Totti ci regalasse l'espressione del suo vero sé. Anche negli anni in cui il minutaggio si era ridotto all'osso, nessun giocatore accarezzava la palla con il tacco usando la cura metafisica con cui Francesco Totti adornava un tunnel o un semplice passaggio.

Ci siamo concentrati così tanto sulla carne di Totti da non provare a comprenderne il processo creativo mentre usava il tacco come un pennello attaccato al corpo.

Oltre a essere il gesto tecnico che più ha a che fare con l'ispirazione artistica su un campo da calcio – già solo per la cecità omerica a cui è costretto il giocatore che lo tenta, offrendo le spalle alla palla – il colpo di tacco è intrinsecamente rischioso. Espone chiunque lo tenti a una potenziale umiliazione da parte del pubblico e degli avversari: chi prova un tacco che non riesce diventa subito un narcisista evitabile, un tronfio egomaniaco più elegante nel pensiero di sé che nella materialità. Totti ha trasformato questa visione pessimistica del tacco in una spontaneità divina: il suo stile di gioco, che poi consisteva nell'irradiare il campo scoperto a chi non ne scrutava possibili margini liberi, trovava naturale anche giocare con la parte meno sensibile del piede.

Il tacco, per Totti, era un modo come un altro per cercare un nuovo grado di libertà. Se da un lato i difensori potevano intimidirlo con le gomitate o saltando più in alto di lui, a volte persino falciandolo da dietro, non avrebbero potuto nascondergli il gioco alle sue spalle. Totti era immarcabile perché giocava un calcio dell'invisibilità: vedeva senza guardare, come se le sue cognizioni del mondo esterno – e i processi intellettivi correlati a quell'intuito: un'apertura di prima, un lancio in profondità, un banale appoggio – fossero originate dalla sola percezione del movimento dei compagni.

Ciò che mi ha indotto a scrivere questo pezzo, però, ha a che fare con la continua ricerca da parte di Totti di un colpo di tacco che fosse uno specchio. In 25 anni di Roma ha cambiato allenatori, compagni di squadra, ruoli in campo. È stato un numero 10, un centravanti, il regista occulto ed esposto della squadra, ma Totti non ha mai smesso di colpire la palla con il tacco. Ecco perché ho scelto i dieci passaggi più belli che abbiamo visto dal 1994 (anno in cui ha iniziato a giocare con continuità nella Roma) al 2017: ognuno a suo modo diverso, speciale, identitario.

Il tacco come estensione di sé (1994-2000)

È difficile guardare ai primi scampoli di gioco di Francesco Totti con la Roma attraverso lo sguardo che nutriamo oggi nei suoi confronti. All'inizio del 1995 aveva già debuttato in prima squadra – e segnato a Foggia il primo gol in Serie A – ma la presenza di Totti in campo era meno ovvia di quanto immaginiamo. Nella Roma operaia di Mazzone trovava spazio dietro Balbo e Fonseca, e, come i numeri dieci degli anni precedenti alla periodizzazione tattica, Totti godeva di privilegi posizionali pressoché totali: poteva svariare per il campo, intuire le zolle da cui incidere con il pallone.

Erano anni difficili, però, in cui la Roma faticava a reggere il passo delle migliori squadre in campionato. Nel 1995 tornava nelle coppe europee dopo due anni – una parentesi così nefasta da portare Mazzone a dichiarare in conferenza: "Qui rischio di diventare meno dell'ultimo spazzino, ma dobbiamo salvarci" – e l'intenzione di Totti nel marchiare quell'epoca era già chiara.

vs Brøndby, 21 novembre 1995

Il primo colpo di tacco che rientra in questa classifica è quello con cui regala a Carboni l'assist per il 3-1 negli ottavi di finale di Coppa UEFA di quell'anno, giocati contro il Brøndby. Era già un momento spartiacque: all'andata la Roma aveva perso 2-1 e nonostante l'Olimpico tracimasse di entusiasmo per quella squadra amabile e scapigliata all'84esimo a Bjur era bastato un pallone vagante al limite dell'area piccola per trascinare virtualmente la partita ai tempi supplementari.

Quattro minuti dopo, il Brøndby temporeggia sulla fascia sinistra. Abel Balbo va in pressing e riesce a recuperare un pallone generoso, che dopo un paio di scambi finisce nella zona della trequarti a Francesco Statuto. Quello ha solo il tempo di fare dei piccoli passi, conducendo la palla con l'esterno, prima di finire murato ai 16 metri. In quel momento vede Totti in area e gli offre il peso delle responsabilità come se si liberasse del masso di Sisifo. Totti aggancia la palla voltando le spalle alla porta, ed è forse la prima volta in cui effettua un passaggio sensitivo, uno di quelli che sembrano fatti con il vigore dello spirito e non della vista. Dopo aver arpionato il pallone se lo avvinghia sotto il corpo usando la suola, prima di riuscire a prolungarlo per l'inserimento di Carboni, che segna con un bel tiro di interno.

Non aveva ancora la spontaneità dei suoi anni migliori, ma già con questo colpo di tacco Totti ci aveva mostrato la sua luce. Con gli anni ha mutuato le tecniche e gli approcci al colpo, migliorandone la meccanica, ma anche quest'imbucata senza guardare è speciale.

È un assist unico, che negli anni Totti ha trasformato in una giocata necessaria per il suo stile di gioco. In quel momento non aveva ancora neanche il numero 10 sulla maglia, ma era già diventato un giocatore che sapeva elevarsi sul contesto collettivo. Quello più forte in campo, il più carismatico, il più decisivo. In quella stagione segnò solo 4 gol, 9 anni dopo veniva premiato come migliore marcatore nella storia della Roma.

vs Francia, 2 luglio 2000

La storia di Totti con la Nazionale non è mai stata facile. Se da un lato oggi ricordiamo la sua corsa contro il tempo per rientrare tra i convocati nel 2006 – poche settimane dopo l'infortunio alla caviglia – non possiamo trascurare gli anni in cui la sua centralità veniva messa in discussione. Totti con l'Italia è stato ferro ed è stato piuma: è stato il genio del cucchiaio a van der Sar e contemporaneamente l'ingenuo che perde l'ultimo pallone prima del gol di Wiltord che ci ha trascinati al golden goal.

Ho scelto il colpo di tacco contro la Francia in finale – una giocata che oggi definiremmo secondary assist o hockey pass, il passaggio che viene prima dell'assist – proprio come compendio dei suoi controversi anni in Nazionale. In quegli anni dell'ascesa verso la maturità, il colpo di tacco per Totti era diventato come l'ultima sigaretta: un vizio insopprimibile della sua psiche (guardatelo provare a giocare con il tacco nelle zone più spente del campo), ma soprattutto l'estensione del suo modo di vedere il calcio, la fotografia delle sue impressioni. Totti lo usava per uscire dal pressing dei difensori, talvolta per rendere più bella un'azione personale, o anche perché era l'unico mezzo con cui poteva liberare un compagno senza perdere un tempo di gioco.

Questo è un colpo di tacco importante innanzitutto per il valore performativo. Totti con i capelli lunghi e la fascia a legare i ciuffi vispi che gli spuntano ai lati delle tempie, con la maglietta dell'Italia leggermente attillata e i polsini: esiste un'immagine così iconica di quegli anni? Il simbolismo di questo colpo di tacco è dovuto anche all'armonia con cui Totti libera il taglio di Di Livio: fate caso a come inarca la schiena per proteggere la palla prima di voltarsi e prendere uno slancio controintuitivo rispetto alla sfera.

Per anni abbiamo preteso da lui ogni goccia di perfezione. Eppure in quegli anni Totti giocava con una libertà infantile e matura insieme: quella che a ogni partita dell'Italia faceva alzare in piedi milioni di persone per lo stupore. Al calcetto di metà settimana o in spiaggia prima del bagno, abbiamo interiorizzato quel modo originale di vedere il calcio. Senza saperlo, nelle sconfitte ci siamo avvicinati ancora di più a Totti, alla sua maledizione da perdente di successo.

Inondandoci di una luce così vivida per più di 20 anni, Totti è diventato un membro delle nostre comitive, il paesaggio umano che soggiace la nostra passione per il calcio.

La telepatia con Cassano (2001-2005)

Ci sono alcune partite, o quantomeno spezzoni di partita, che a guardarli oggi fanno sembrare Totti un progenitore dei migliori calciatori del mondo di quest'epoca. Era un regista offensivo o una seconda punta? Un centravanti di manovra o un 9 e ½? Totti era capace di concentrare tutte queste anime in una sola: un giocatore che faceva salire la squadra senza sporcarsi nei duelli aerei o nelle protezioni claustrofobiche dei centravanti di fine anni '90, ma sfruttando quella preveggenza che gli faceva sapere la posizione dei compagni senza conoscerla. Le cose più belle che Totti ci ha regalato in campo sono cinte da una nube di candore fanciullesco. Totti giocava a calcio ai massimi livelli – quasi sempre essendo il migliore giocatore in campo per la squadra che tifava da bambino – come avremmo voluto fare noi, dando fondo a tutta la creatività che un essere umano può possedere.

vs Juventus, 1 dicembre 2002

Totti era moderno nella sua completezza, e possiamo trovare un esempio di questo discorso in un Roma-Juventus di fine 2002. È la partita dell'assist a Cassano, ma anche del primo gol di Totti. Un gesto tecnico che non ci aspetteremmo da un giocatore come lui. Totti usa il petto come un lazo per afferrare il pallone che stava scappando via – sovrastando un avversario molto più grosso di lui come Paolo Montero –; Totti usa la testa per orientare il pallone nello spazio di fronte a Buffon; Totti usa il piede sinistro per incrociare nell'angolo basso. Pochi giocatori usavano tutte queste parti del corpo.

Ovviamente in quella partita c'è un altro momento esaltante. Al 44' del primo tempo Totti viene a raccordare il gioco dentro il cerchio di centrocampo: ha appena rallentato per proporsi quando Samuel lo prende quasi alla sprovvista con una rasoiata in verticale. È un pallone forte e teso: e il poco tempo in cui Totti riesce a coordinarsi, piegando la caviglia per colpire la palla che gli sta arrivando sotto il corpo con il tacco esterno, è eccezionale. Totti camminava spalle alla porta, nella direzione opposta alla porta di Buffon: quando aveva visto il taglio di Cassano?

O meglio: Totti ha mai visto quel taglio o lo ha solo immaginato?

Ho scelto questo assist non tanto per il gesto tecnico – ne vedremo altri persino più belli – quanto per lo stupore che genera in chi lo guarda. Persino i difensori della Juventus, che erano usciti in pressing su Totti, vengono presi in controtempo, e infatti rimangono immobili come sfingi, catturati da un evento incomprensibile. Come se con quel colpo di tacco Totti avesse scritto sul prato Asa Nisi Masa, rivelandoci la sua attitudine alla creazione di tempi e spazi che nessuno prima di lui era in grado di percepire. Totti manipolava le tre dimensioni come il Tesseract di Interstellar.

vs Perugia, 9 maggio 2004

Di quegli anni avrei potuto scegliere altri colpi di tacco fenomenali, come quelli che collezionava sulla riga del fallo laterale nei derby o quello geniale al Real Madrid. In tutti i casi, però, non erano colpi di tacco che si nutrivano di un legame speciale. Quelli in cui Totti è in compagnia di Antonio Cassano sono i miei preferiti. Un po' per la genialità frenetica con cui sembravano giocare entrambi: mossi non tanto dall'urgenza del risultato – in una Roma che dopo lo Scudetto si era rifocillata di giocatori ancora più forti – quanto da una necessità espressiva.

Gli scambi tra Totti e Cassano erano sovversivi per il calcio italiano. La loro capacità di giocare a occhi chiusi, trovandosi anche dove non sapevano di essere, e spesso giocando il pallone con un solo tocco, era pura creatività. Totti e Cassano sembravano due trequartisti sudamericani che giocavano per cambiare il modo, come se cercassero una morale nuova nel rigore militaresco della tattica di quegli anni.

Il tacco volante con cui Totti manda in porta Cassano, un anno dopo la partita di cui parlavamo contro la Juventus, è la dimostrazione di quell'amore platonico ed esistenziale. È dal punto di vista estetico il più bello nella carriera di Totti, e in qualche modo la sua inutilità (nonostante il gol di Cassano, la Roma perde 1-3 in casa con il Perugia) me lo fa apparire come ancora più bello. Il tacco di Totti tracima nella sensualità. Quando il pallone arriva nella sua zona inarca la coscia, flettendo la caviglia in aria per arrivare sul rimbalzo anomalo che la sfera aveva preso. Se ci aggiungete lo stop di petto con cui Cassano ferma i giri della palla, quest'azione potrebbe già finire qui. È completa nel suo movimento eterno, come una scultura futurista. Il gol che Cassano segna pochi secondi dopo ha un'importanza relativa.

Totti e Cassano come i protagonisti di una performance di Marina Abramović, quindi. Profeti dell'artisticità nel calcio, un messaggio che il calcio italiano ha spesso provato a castrare, ripugnando il talento. "È il giocatore che mi ha fatto divertire di più", ha detto qualche anno fa Totti. "Antonio ha sprecato quasi tutto il suo talento, era il numero uno".

Non è solo estetica (2006-2010)

vs Ucraina, 30 giugno 2006

Quello che arriva al Mondiale in Germania è un Totti annaspante, pieno di insicurezze. Il suo corpo si è quasi spezzato pochi mesi prima e se c'è una giocata che richiede il massimo dalla sua biomeccanica è il colpo di tacco. Negli anni Totti ha brevettato colpi diversi: ha aperto il gioco saltando sulla palla e colpendola all'altezza del cranio; ha finto di cadere prima di indirizzarla con il tacco; l'ha colpita al volto, in controbalzo. Sono tutte giocate che possono sembrare naturali, ma non lo sono. Totti ha dato tutto sé stesso per giocare sull'inaspettato, prima che il difensore intercetti la sua volontà.

E anche contro l'Ucraina il suo colpo di tacco si basa proprio su questi presupposti. Sulla ricerca della credulità del difensore, sull'offrirgli una soluzione facile, per poi squarciargli le illusioni in un vortice di sadismo. Questo assist per Zambrotta è una perla del Mondiale di Totti – in realtà l'unica propriamente detta, se escludiamo il rigore contro l'Australia in cui la palla non era in movimento.

vs Inter, 18 aprile 2007

Il primo ciclo di Spalletti a Roma si è concluso in bacheca con una Coppa Italia e due Supercoppa. A guadarla così può dare l'idea di un quadriennio tutto sommato mediocre, ma la grandezza di quella Roma va ben oltre i risultati – e in ogni caso non va dimenticato lo Scudetto perso all'ultima giornata per mano di Zlatan Ibrahimovic. Come Warhol e Hamilton hanno fatto con la pop art, provocando una rottura nello sguardo che riserviamo alle opere d'arte, la Roma di quegli anni ha sfidato apertamente gli standard del calcio italiano. Ha mostrato che anche in Italia si può giocare con l'ambizione di dominare il possesso, mettendo al centro dell'attacco una mezzapunta che apriva le difese usando la tecnica, intesa come dialettica corpo-pallone, e non solo i mezzi atletici.

Così il gioco oracolistico di Totti si è avvicinato alla porta, diventando il primo esemplare di finto-centravanti – e questo ci dice anche qualcosa su Spalletti come antesignano dell'innovazione posizionale nel calcio. Rinunciando al supporto di un vero attaccante con cui dialogare, lo spazio di manovra di Totti tra il 2006 e il 2010 si è drasticamente ridotto. I difensori sapevano che gli sarebbero dovuti saltare addosso appena possibile, così da spezzare ogni velleità della Roma, vista anche l'abulìa realizzativa di esterni offensivi come Taddei e Mancini.

Anche in questo caso Totti si è adattato, nel senso più evoluzionistico del termine, a un nuovo stile collettivo. Ha rinunciato alla libertà di cui godeva da seconda punta e il suo spazio è rimasto confinato al corridoio centrale del campo, ma non per questo ha iniziato a giocare in modo meno rischioso. Anzi, in questa fase il gioco con il tacco di Totti è diventato più maturo: da gesto che rifletteva la sua aura artistica si è trasformato in un'arma tattica per far salire la squadra senza costringerlo a snaturarsi e cercare il contatto fisico con i difensori.

Qui la sciabolata con cui lancia in profondità Menez a primo acchito può sembrare folle. Eppure è l'unica scelta che Totti poteva compiere: il pallone che gli era stato dato era sulla figura, come Totti amava riceverlo, ma alto e pieno di giri. Semplicemente inafferrabile con un controllo classico. È in questo, in fondo, che sta la grandezza di Totti: essendo isolato in avanti, senza mezzi atletici che gli permettevano di fare a sportellate con i difensori o di vincere un duello aereo, ha lavorato da artigiano sugli effetti da imprimere al pallone e sulle parti del corpo da usare per riuscire a farlo filtrare.

Totti ha continuato a colpire la palla con il tacco perché solo così poteva diventare un centravanti vero, sempre disposto a offrire un appoggio ai centrocampisti in difficoltà. Quello che faceva da giovane come vezzo metafisico del suo talento, della sua diversità rispetto al contesto della Roma, Totti ha iniziato a farlo lucidamente. Ha trasformato l'istinto in raziocinio per continuare a giocare a calcio ad alti livelli, e anche questo spirito di sopravvivenza è ciò che lo ha reso così longevo. Totti ha dominato per 20 anni perché è stato almeno cinque o dieci giocatori diversi: non si è arreso alla concezione del tempo come usurpatore, l'ha piuttosto abbracciato come un vecchio amico.

vs Lecce, 19 aprile 2009

Mi ero ripromesso di mantenere una proporzione tra colpi di tacco classici, cioè passaggi apparentemente inutili e che comunque non hanno condotto a un gol, e assist canonici. È stato un compromesso difficile da mantenere, soprattutto per l'elevato numero di assist di tacco nella carriera di Totti, ma gesti tecnici come questo contro il Lecce mi sono venuti in soccorso.

Il primo segnale di maturità che si può rivelare nella silhouette di Totti sono i calzettoni abbassati sulle caviglie. Ormai è una vera e propria esigenza di coolness, e sono sempre di più i calciatori che giocano così. Prima era diverso: i calzettoni di Totti trasudano stanchezza, contrasti persi, falli subiti. Dopo l'infortunio del 2006 aveva già perso una frazione di secondo, ma è con l'addio di Spalletti che inizia per Totti la fase più felice dell'invecchiamento. Fa ancora in tempo a sfiorare uno Scudetto, poi vinto dall'Inter del Triplete, e a dare prova del suo rosicare per una stagione che poteva essere perfetta con un violento calcio a Balotelli nella finale di Coppa Italia.

Nella Roma di quegli anni Totti era l'unico faro possibile, e a dispetto dell'età il giocatore più immarcescibile dell'attacco. L'arrivo di Ranieri rende la Roma una squadra più modesta tatticamente: l'ambizione di dominare il gioco si fa eterea, e Totti ha più responsabilità nella gestione dei pochi palloni puliti che la squadra gestisce in avanti. In questo colpo di tacco contro il Lecce, ecco la prova di quanto detto: Totti riceve decentrato a sinistra, a ridosso dell'area di rigore, e punta il terzino. Non ha più la prontezza per rientrare sul destro e calciare in porta, come la parte giovane di sé avrebbe fatto.

Per Totti il colpo di tacco non è mai stata una questione estetica. Sensibilizzare tutte le parti del piede, fino a trovare quella più idonea al suo stile di gioco, ha permesso a Totti di aggirare il decadimento atletico sopraggiunto intorno ai trent'anni. Colpendo la palla con il tacco quando gli avversari non se l'aspettavano, e rendendola un'arma tattica affine al suo gioco come attaccanti più classici colpiscono bene la palla con la testa o con l'interno del piede, Totti ha esteso il suo regno tecnico e carismatico sulle partite della Roma. Pochi tifosi si sono accorti della progressiva asportazione che il tempo ha compiuto ai danni del suo corpo, perché in campo trovava ancora la luce.

La gioia nella senilità (2011-2017)

vs Inter, 17 settembre 2011

Per tutti i Duemila, Francesco Totti è stato il riassunto della grandezza del talento calcistico italiano, un trequartista vivace, libero, infermabile. Eppure c'è qualcosa di strano – una specie di contrarietà del calcio di Totti allo scorrere del tempo – che mi fa amare ancora di più i colpi di tacco che ha tracciato nell'età adulta, che in questo sport confina con l'anzianità. Quando ripenso al Totti di 35 e più anni, la prima immagine che mi viene in mente è la bandierina del calcio d'angolo. Pur non essendo un armadio, uno di quegli attaccanti che non ti fanno vedere il pallone perché prima ti hanno accecato con una gomitata mirata alla faccia, Totti era un maestro della protezione della palla, e lo dimostra anche in questa partita contro l'Inter.

In questi pochi secondi c'è tutto quello che Totti ci ha mostrato nella seconda parte della sua carriera. Dal primo controllo orientato è facile notare quanto si fosse ridotto il compasso delle sue gambe, infatti la pressione di Ranocchia lo costringe a toccare il pallone una volta in più. La magia di Totti, però, stava anche in quei pochi secondi passati vicino alla lunetta dell'angolo: una fugace porzione di tempo che ai difensori che provavano a rubargli palla doveva sembrare un'eternità.

Per congelare le persone intorno a lui, Totti fermava il pallone con la suola, piantando il culo sull'avversario per fare perno e ruotare il proprio corpo senza aggiungere una forza che non poteva avere più. Con gli anni il gioco di Totti è passato dalla giovialità della creazione alla necessità di una via d'uscita alle macerie del tempo: la sua intelligenza calcistica ha assunto un livello superiore, e anche quelle capacità preveggenti nelle aperture alla cieca si sono trasformate in una conoscenza antologica dei rimbalzi del pallone, dei tempi quantistici in cui liberarsene o conservarlo.

vs Chievo, 8 marzo 2015

Non si può parlare dell'invecchiamento di Totti senza tornare a parlare dell'importanza tattica dei suoi colpi di tacco. Qui c'è una bella azione in cui combina con Destro sulla trequarti, riuscendo a far respirare la squadra che annaspava tra lo spigolo dell'area di rigore e il fallo laterale. "Tacco di Totti, spettacolo al Bentegodi" urla il telecronista ed è una frase che sarebbe potuta diventare cult per la carriera di Totti, per la gioia che quel singolo gesto tecnico ha elargito.

Totti aveva già 38 anni: era entrato nell'ultima sfera della sua decadenza, quella che lo avrebbe portato di lì a qualche mese a non essere più in grado di giocare da titolare in Serie A. Anche nella stagione 2014/15 il suo contributo era stato importante, però: in 27 partite, 8 gol e 6 assist. Merito della nuova posizione da centravanti di manovra che Rudi Garcia gli aveva cucito addosso.

Giocando con Gervinho e Florenzi (o Iturbe) ai suoi lati, Totti rappresentava il gancio ideale per caricare la molla delle transizioni della Roma. Negli ultimi due anni passati da titolare, il suo gioco era diventato essenziale: ripuliva palloni sulla trequarti, apriva la luce sul lato cieco per il taglio dell'esterno offensivo. E continuava a usare il tacco come arma per far risalire il campo, per avvolgere il pallone nel mantello dell'invisibilità, così che non finisse nei piedi sbagliati.

vs Astra Giurgiu, 29 settembre 2016

L'ultima stagione di Totti da calciatore è anche quella in cui lo abbiamo visto di meno. Non aveva più la furia dell'imperatore congiurato, quella che un anno prima lo aveva portato a lamentarsi dello scarso impiego in un'intervista al Tg1: intorno a Totti l'aria si era fatta truce e radicalizzata. Chi sosteneva la necessità dell'addio, un giocatore di 40 anni suonati che non correva più; chi invece citava la doppietta al Torino di qualche mese prima o l'assist alla Sampdoria come prova della vita eterna di Totti. A fine anno in Serie A Totti racimola 363', quanto basta per mettere in bacheca 2 gol e 3 assist. Eppure è in una partita di Europa League che è finita la carriera di Totti.

Lo scenario è un soporifero Roma-Astra Giurgiu del girone. Totti riceve l'imbucata di Fazio e senza girarsi sceglie di colpirla di tacco per prolungare la traiettoria. È il colpo più minimale della playlist, il colpo di tacco più senile nella carriera di Totti. Il suo corpo si è svuotato di ogni agilità: l'impatto con la palla è pesante, e anche se alza il piede solo per qualche centimetro, appena ricade a terra l'impatto di Totti con l'erba è elefantiaco.

In questo colpo di tacco mi inquieta l'immobilità di Totti. Dov'è finito il numero 10 pazzo che si portava il tacco all'altezza della tempia per verticalizzare di prima? Quello che vediamo con la fascia di capitano al braccio e i calzettoni abbassati è ancora Francesco Totti? Usa il tacco per manipolare gli eventi in campo, certo, ma lo fa con la placidità di una colonna del Partenone: Totti è ancora in piedi tra le macerie, mentre i suoi compagni più giovani e belli attraversano il suo invecchiamento, mentre lui fa scorrere ai suoi lati l'acqua del tempo, rifiutandone l'arrivo – "maledetto tempo" è la locuzione più memata del suo addio al calcio – eppure in un certo senso abbracciando un cambiamento spirituale.

Totti ha fatto il primo assist di tacco a Carboni, l'ultimo a Salah: tra l'uno e l'altro sono passati 21 anni. Si è discusso a lungo della finitudine del suo corpo, l'unica rivelazione della realtà che Totti non ha mai accettato, si sono riempiti libri dei litigi con Spalletti, del finale triste che è venuto fuori da una carriera invece felicissima. Eppure oggi non possiamo avere nessun rimpianto per Francesco Totti. Ci ha rivelato i suoi impulsi artistici per una quantità di anni spropositata: nel frattempo lui è cambiato, noi siamo cambiati. È stato un rapporto reciproco nella sua irreciprocità.

E anche se nessun tifoso della Roma, né tantomeno uno spettatore neutrale, può dire di conoscerlo davvero o di sapere cosa gli passasse per la mente mentre giocava e colpiva la palla con il tacco, per chi lo ha visto giocare Totti non sarà mai un estraneo.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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