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, 20 Settembre 2023

Provedel e il valore della pazzia


Non sempre il calcio è raziocinio, e il suo gol ce lo ha ricordato.

È difficile rimanere sgomenti di fronte a una partita di calcio contemporaneo. L'evoluzione tattica, e la sua relativa periodizzazione, ci hanno portati ad attestare uno sport forse meno creativo, fideistico e irrazionale. Stanno scomparendo i numeri dieci, ci si ricorda a volte, quei giocatori lunatici eppure pregni di un'eleganza controculturale, in grado di dare la pausa alla squadra, di convogliare in sé il flusso mellifluo degli eventi del gioco. Allo stesso tempo, però, siamo spettatori di partite sempre più intense, in cui succedono più cose interessanti: in questa enorme partita a scacchi tra allenatori, in cui i giocatori diventano pedine olistiche di un'ideologia collettiva, ci annoiamo di meno.

Ieri è stata una serata ancora più eccitante. Un po' perché è iniziata la competizione che più di tutte si promette di combattere la noia degli appassionati di fronte a 90' frammentari - la Champions League, che tra un anno cambierà format in teoria proprio per agevolare la spettacolarità delle partite - e un po' per l'eccezionalità del gol di un portiere, Ivan Provedel, all'ultimo minuto di gioco di Lazio-Atletico Madrid.

L'Olimpico traboccava di gente, un'intera tifoseria che riaccoglieva la Lazio in Champions dopo tre anni di assenza, e alla fine gridava un solo nome: quello del portiere della squadra. È stato un momento assurdo, nella definizione che ne dà Albert Camus: una breve porzione di partita in cui le coordinate con cui guardiamo il calcio hanno perso di significato in luogo dell'illogico, del distacco dalla realtà di Provedel.

Si è scritto molto dell'istinto per il gol di Provedel. Della memoria genetica che deve essergli rimasta appiccicata addosso per i tempi in cui giocava da attaccante nelle giovanili del Pordenone. Già solo per questo è difficile non empatizzare con la sua storia. In Italia poche cose sono sacre, intoccabili, immarcescibili: nel calcio c'è la nostra scuola dei portieri, un'istituzione antropologica prima che tecnica. Gli italiani nascono portieri, crediamo, e infatti i migliori della nostra storia erano considerati fenomeni già da adolescenti.

Zoff, Buffon, Donnarumma: ai portieri italiani chiediamo di essere sacerdoti di un diritto divino, di un ruolo che ha a che fare con la nostra cultura. Provedel non è un predestinato. Ha smesso di essere un giocatore di movimento nel 2009, poco prima di diventare un professionista, e fino al suo arrivo alla Lazio si parlava di lui più per il suo gioco coi piedi che per le sue reali doti in porta.

Anche se, ironicamente, un gol può dire di averlo già fatto.

Contro l'Atletico Madrid lui ha dimostrato ancora una volta che è molto di più. Fino al 29' la Lazio aveva palleggiato sul perimetro dell'area dei Colchoneros, e con un tiro da fuori Luis Alberto era anche riuscito a sfiorare il vantaggio. All'Atletico di Simeone, però, basta una singola sbavatura per sbucciare la difesa avversaria. Così un tiro secco di Barrios, deviato da Kamada nell'angolo sinistro della porta della Lazio, ha inchiodato Provedel al centro: fragile, immobile, come se stesse per cadere in mille pezzi. Provedel epitome della fragilità dei portieri, incarnazione di una solitudine esistenziale.

Alla fine del primo tempo, negli studi di Sky, Di Canio aveva criticato la mancata reazione di Provedel, parlando di "mancanza di cattiveria" oltre che di "situazioni che si allenano". È un punto di vista cinico, tipico della cultura dell'errore che mettiamo in pratica quando parliamo di calcio in Italia. Provedel avrebbe potuto tuffarsi, è vero, ma sarebbe davvero cambiato qualcosa?

Ivan Provedel è uno dei migliori portieri italiani da almeno un anno, eppure a volte fatichiamo a parlare di lui. Viene sottolineata la sua capacità di gioco con i piedi, che lo rende un punto di riferimento per la costruzione della Lazio - e infatti l'anno scorso era terzo in Serie A per distanza media nei passaggi. Ma il discorso non può finire qui. Anche tra i pali Provedel è un grande portiere: sui tiri da fuori è estremamente reattivo, si tuffa con l'agilità di un gatto da un palo all'altro - e spesso finisce per deviare in calcio d'angolo tiri anche molto precisi, mirati negli angoli alti - ma anche in uscita la sua reattività trasuda classe. Negli ultimi anni è cresciuto negli interventi bassi.

Prendiamo il salvataggio che fa su Samuel Lino al 71°. È un'azione importante: nel secondo tempo l'Atletico Madrid ha recuperato campo e sembra palleggiare meglio della Lazio. Va più volte vicino al gol, con un'altra deviazione di un difensore biancoceleste che manda sul palo un tiro di Morata. Lo 0-2 metterebbe fine alla partita, e sarebbe un colpo difficile da assorbire per la debolezza psichica della Lazio di Sarri.

Cosa avranno pensato i laziali nel momento del tiro di Samuel Lino? Quante ombre hanno attanagliato l'Olimpico? A quel punto, rendendosi conto di essere in una situazione disperata, Provedel esce sui piedi di Lodi alla meglio. Una parata sgraziata: Provedel colpisce il pallone con il gomito, senza particolare intenzionalità. Contemporaneamente è un salvataggio cruciale per il destino della partita, e forse dell'umore dei prossimi giorni, della Lazio. Una parata da leader, cioè, in cui Provedel assurge al ruolo ultimo del portiere: essere un ostacolo tra l'attaccante e la porta, vedere la faccia dell'avversario contorcersi in un moto di rabbia, di desolazione.

Ma torniamo per un attimo alla pazzia. Al momento in cui Provedel ripone il suo spirito-armatura da portiere in una teca d'acciaio, lasciandosi guidare dal caos.

Non è tanto il fatto che abbia segnato un portiere: in Champions League è già successo - Butt, Enyeama, Bolat - quanto il gesto che porta Provedel al gol a renderlo leggendario. Appena il pallone arriva nei piedi di Luis Alberto, nessun giocatore della Lazio pensa a tagliare l'area di rigore, cercando disperatamente un ultimo tocco, un'ultima occasione. Provedel si muove con l'istinto che a volte con un po' di pigrizia definiamo da centravanti vero, con la voracità di chi ha letto in anticipo la traiettoria della palla e lo spazio giusto in cui impattarla. A differenza dei tuffi disperati di Brignoli o Enyeama, questo è un gol rivoluzionario perché non è baciato dalla fortuna: un gesto tecnico perfetto, che Provedel si è costruito - e ha ottenuto - con la pura forza di volontà. Non c'è nessuna forma di angoscia. È un colpo di testa bellissimo, che prende vita da un avvitamento eccezionale del collo: una singola movenza che a qualcuno ha ricordato le elevazioni essenziali di inizio anni duemila di Hernan Crespo.

Lo stacco feroce di Provedel mi ha fatto pensare a un episodio di The Bear. Un uomo di mezza età - Richie Jerimovich - viene spedito a seguire un corso di aggiornamento culinario. Il motto del ristorante in cui sta in prova è inquadrato ossessivamente dalla macchina da presa: "Ogni secondo conta". È una riflessione che si muove dalla particolarità della vita distrutta di Richie. In pochi mesi è stato lasciato dalla moglie e ha perso il migliore amico per suicidio, ma il discorso vale per la vita in cucina. Richie impara a diventare liquido nella frenesia del tempo, a lasciare il suo segno in quei pochi istanti. Provedel ha fatto esattamente questo. Ha concentrato i pochi istanti in cui poteva influire sulla partita nell'area dell'Atletico, rinunciando alla reattività che spesso associamo ai portieri. Provedel è stato un giocatore attivo, pur indossando i guanti.

I gol dei portieri sono un glitch nel sistema del calcio. Non dovrebbero esistere, cioè: sono delle disconnessioni dello spazio-tempo, dei buchi neri di irrazionalità dentro cui veniamo trasportati una volta ogni paio di anni. Se non fossero attorniati da questa coltre di leggendarietà istantanea - in fondo quanti gol segnati da un portiere ricordate di aver visto nella vostra vita? - giudicheremmo i portieri che segnano come esseri umani in preda a raptus di follia, degli irresponsabili che non fanno il loro lavoro.

O almeno dev'essere così che li vedono gli allenatori. Negli ultimi anni è stato chiesto ai portieri di cambiare il loro status in campo, di uscire più in alto, di giocare con i piedi. Smetteremo persino di stupirci, tra qualche anno, se in una mischia il portiere diventa un vero e proprio giocatore di movimento, un incursore improvvisato?

Non sappiamo cosa gli sia passato per la testa in quei pochi istanti, né se ha tuttora realizzato l'assurdità di quell'occasione. "Ho studiato Immobile" ha scherzato Provedel dopo la partita. È stato bellissimo essere spettatori della sua pazzia, di un lucido distacco dal razionalismo che domina solitamente le partite di calcio. Abbiamo passato molto tempo a riflettere sui suoi punti deboli, su cosa avrebbe dovuto migliorare per diventare un portiere d'élite. Invece Provedel è arrivato a esserlo preservando la sua visione spericolata e spuria del ruolo del portiere.

Forse persino conservando dentro di sé il corredo genetico dei centravanti.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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