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Ben Shelton esulta facendo il gesto delle orecchie agli Australian Open 2023.
, 14 Settembre 2023

Ben Shelton va di fretta


Com’è arrivato dov'è oggi e perché il tennis ha bisogno di uno come lui.

La cronaca sportiva rimane spesso intrappolata nelle sue narrazioni e il tennis non fa eccezione. Oggi è opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che, da una ventina d’anni a questa parte, l'uso racchette più evolute e la crescente uniformità delle superfici abbiano prodotto un impoverimento tecnico-tattico generalizzato. Secondo questa visione, il circuito si sarebbe popolato di tennisti grigi e indistinguibili, puntualmente inquadrabili nel cliché del mazzuolatore ben piantato sulla riga di fondo.

Risultato: tanti giocatori molto capaci nel braccio di ferro a distanza, collocati nel continuum difesa-attacco che va dall’esasperato contenimento in tergicristallo di Medvedev alle repentine verticalizzazioni di Rublev, ma pochissimi in grado di scendere a rete senza sentire il campo franare sotto ai loro piedi. È pur vero che alcuni giovani o giovanissimi non si attagliano del tutto a questo identikit, ma il prolungamento degli scambi, la scomparsa del serve&volley sistematico e l'introduzione di allenamenti meno orientati di un tempo al training specifico del gioco di volo sono dati di fatto difficili da ignorare.

Persino Carlos Alcaraz, un tennista dotato di un bouquet di colpi magnificamente variegato e caratterizzato non tanto dalla varietà sincronica (molti tennisti sanno fare tante cose, basti pensare a Musetti), ma da una straordinaria persistenza nel tempo – non la sorpresa puntuale di un coniglio dal cilindro, ma la meraviglia protratta di un lunghissimo foulard estratto da chissà dove – è, stringi stringi, un perfetto esemplare della sua generazione: non un rivoluzionario bug di sistema, ma la massima espressione di un ramo evolutivo del gioco. Non a caso, Nole sostiene di scorgere in Carlitos una fusione delle migliori caratteristiche dei Big Three.

In questo scenario, Benjamin Shelton detto Ben, mancino classe 2002 originario di Atlanta, Georgia e figlio di Bryan Shelton (n. 55 al mondo nel 1992 e suo attuale allenatore), promette di sparigliare le carte, se non di ribaltare direttamente il tavolo da gioco.

Ben Shelton esulta per un punto durante gli US Open 2023
(Foto: USA TODAY Sports/Geoff Burke)

Alla vigilia dello US Open, un suo estimatore della nostra redazione inseriva l’americano tra i cinque giocatori da seguire nel corso del torneo, ammettendo che la scelta fosse (anche) dovuta a questioni di simpatia personale. Credeva di esagerare immaginandolo in un ottavo di finale, ma due settimane dopo quel pronostico sembra addirittura troppo prudente. L’approdo alle semifinali a 21 anni ancora da compiere, con annesso blitz in top 20, ha catapultato Shelton tra i tennisti più promettenti della sua generazione. A dire il vero, Ben non si è materializzato dal nulla:  è tornato a far parlare di sé a New York dopo un periodo di appannamento (una sola vittoria tra Roland Garros e Wimbledon e 9/28 in totale) successivo all’impresa dei quarti di finale Australian Open di quest'anno.

Il fatto che per lui la prima semifinale in uno Slam abbia coinciso con la prima semifinale in assoluto nel circuito ATP dice molto sulla particolarità della sua scalata. Soltanto tre tornei Challenger in bacheca ma già n. 19 del mondo: a livello di risultati Shelton ha conosciuto una progressione discontinua, non una maturazione costante, costruita di torneo in torneo, mattoncino dopo mattoncino, ma una crescita sostanziata da due exploit isolati e sbocciata in un’eclatante epifania.

Quest’improvvisa irruzione dell’americano ai vertici della classifica corrisponde all’avanzato grado di maturazione del suo tennis, sia fisica che tecnico-tattica. Fautore di canotte à-la-Alcaraz che contribuiscono a esaltarne lo strapotere muscolare, Shelton è un tennista esplosivo, dotato di un’esuberanza atletica che, nonostante una struttura da big server (193 cm x 88 kg), gli consente una brillantezza non scontata negli spostamenti, in avanti e laterali.

Un fine conoscitore del gioco che ha portato Guido Monaco a parlare di Shelton con i toni usati per un inedito supereroe Marvel: «Ha una fisicità incredibile, un ammasso di muscoli in totale controtendenza rispetto a quanto proposto dal tennis negli ultimi anni». Verissimo, eppure l’americano è un tennista non privo di compostezza, una sintesi di vitalità e grazia che più di un Hulk con racchetta può ricordare, anche per i lineamenti vagamente efebici, un atleta dell’antichità classica come l’Apossiomeno di Lisippo, il Discobolo, o uno di quei ginnasti olimpionici dipinti sulle grandi anfore da simposio.

Ben Shelton mostra il proprio fisico statuario
(Foto: USA TODAY Sports/Geoff Burke)

Il suo bagaglio di colpi è già notevole: servizio supersonico (una bordata terrificante che supera senza sforzo i 230 km/h con picchi a 239), dritto in top violentissimo, rovescio bimane ancora perfettibile, propensione alla rete e discreta proprietà nel tocco. Nei suoi momenti migliori, per esempio nei match vinti contro pronostico a Flushing Meadows contro i connazionali Paul e Tiafoe, Shelton è sembrato imbracciare una faretra piena di frecce pronte per essere scagliate con brutalità.

Una macchina da vincenti perfetta per il cemento outdoor, capace di estromettere gli avversari dal campo non con le martellanti geometrie di un Sinner, bensì con la potenza caotica dell’onda d’urto. «Mi piace andare a rete, poter usare il tocco e alcune delle mie abilità atletiche, e salire a prendere la palla (per colpire lo smash) è una delle cose che preferisco fare», diceva l’anno scorso dopo la vittoria al debutto a livello ATP contro Ramkumar Ramanathan ad Atlanta, casa sua.

Shelton è in una fase della carriera in cui ogni singola partita sembra aiutarlo a migliorare qualcosa del suo gioco. Si era da poco laureato campione NCCA (National Collegiate Athletic Association, lega nazionale di tennis college statunitense) quando, al torneo di Cincinnati del 2022, a soli 19 anni, ha superato Lorenzo Sonego al primo turno per poi sorprendere il n. 5 del mondo Casper Ruud. Quindi l’ingresso tra i professionisti, i tornei vinti a livello Challenger, l’approdo tra i primi 50 con lo splendido Australian Open 2023, che era anche il suo primo torneo fuori dai confini americani. Se si confronta il Ben di oggi con quello del match perso poche settimane fa contro Alcaraz a Toronto, l’impressione è che già ora potrebbe esserci più partita.

Non c’è dubbio che Shelton sia ancora un diamante grezzo. Nei momenti peggiori, la violenza creativa del suo gioco si tramuta in semplice caos, e i suoi colpi appaiono slegati, estranei al contesto tattico in cui dovrebbero svilupparsi. Quando si fa prendere la mano, il suo tennis istintivo diventa banalmente confusionario. Nella semifinale di New York tali crepe sono divenute voragini sotto la lente impietosa di Novak Djokovic, un tennista capace di mettere a nudo ogni minimo difetto – di proiettare l'avversario in un vuoto pneumatico, da solo con le sue paure.

La partita contro il serbo, poi vincitore del torneo, non è mai stata davvero in discussione. Tolti un avvio arrembante (spento dal Djoker dopo un paio di game) e un sussulto alla fine del terzo set – in cui Shelton ha annullato match point, recuperato il break di svantaggio e trascinato Nole al tie-break – l’americano non ha mai dato la sensazione di poter impensierire il suo avversario, un veterano specializzato nel troncare sul nascere i sogni di gloria di giovani colleghi. A dire il vero, il match non è stato granché: non è mancato un po’ di show, ma nel complesso Djokovic non ha dovuto nemmeno sudare.

Di fronte alla miglior risposta della storia e al solito muro di gomma, al posto del bazooka (anche il suo ex coach a Florida University, Scott Perelman, ha parlato del servizio di Ben in termini bellici: «È come un razzo che decolla da terra»), Shelton si è ritrovato in mano una pistola giocattolo. L’impotenza al cospetto di un ribattitore seriale come Djokovic non può gettare ombre sulle prospettive di crescita del ragazzo - stiamo pur sempre parlando di un ventenne. Al contempo, è lecito chiedersi se Shelton riuscirà a dar seguito a questa sfavillante ascensione senza bruciacchiarsi le ali. Il suo US Open è stato il volo di Icaro oppure l’antipasto di una carriera luculliana?

Di certo su di lui convergono aspettative a svariati livelli. In un’epoca di crescente omologazione, la naturalezza delle discese a rete di Shelton appare addirittura messianica a chi vorrebbe veder rinverdita la tradizione del serve&volley. In un paese particolarmente sensibile ai record quali sono gli Stati Uniti, che non conoscono un n. 1 del mondo dai tempi di Andy Roddick, Ben appare già più futuribile dei vari Fritz, Tiafoe o Paul: tennisti nelle prime 10-15 posizioni del ranking, ma già fatti e finiti.

Ancora, in un circuito che spesso ama prendersi terribilmente sul serio (ce n’è per tutti i gusti tra lo stacanovismo un po' mesto di Ruud, le lamentose scaramucce di Tsitsipas e Rune, la compostezza cerimoniale da bravi ragazzi delle partite tra Alcaraz e Sinner, per non parlare degli psicodrammi da accumulo di tensione di Kyrgios, Rublev e Zverev), l’approccio scanzonato di Shelton è una boccata d’aria fresca di cui non c’eravamo neppure accorti di aver bisogno.

Si tratta di un’allegria genuina, che non sfocia mai negli atteggiamenti buffoneschi di un Tiafoe o di un Bublik, vittime delle loro stesse maschere. Nella conferenza stampa dopo il match, interrogato sull’esultanza polemica di Djokovic (che prima della stretta di mano ha scimmiottato il gesto del telefono con cui Ben aveva celebrato la vittoria su Tiafoe), Shelton ha fornito un esempio della sua leggerezza calviniana, che non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore: «Da bambino mi hanno sempre insegnato che l’imitazione è la forma più sincera di “ammirazione”, quindi questo è tutto quello che ho da dire a riguardo».

Una maturità mostrata fin dai suoi primi incontri nel circuito: «Sono solo un ragazzo del college che si diverte. Non metto troppo stress nelle mie partite. Sono concentrato e voglio fare del mio meglio, ma per me non è una questione di "do or die"», ha detto una volta.

Djokovic imita l'esultanza di Ben Shelton durante la semifinale degli US Open 2023
(Foto: AP/Manu Fernandez)

Il tennis sa essere crudele e imprevedibile e nessuno ha la palla di vetro. Pare lecito, tuttavia, supporre che buona parte della futura carriera di Shelton (la questione sembra essere non se, ma quando entrerà in top 10) passerà proprio per la gestione delle aspettative e delle complesse dinamiche campo/extra-campo, così come per la capacità e la disponibilità di Ben ad affinare la componente tattica, travasando parte del suo tennis dalle braccia al cervello. D’altronde, e non ce ne vogliano i nostalgici, viene spontaneo caricare di attese ogni promessa di novità in uno sport in cui il campo è rettangolare, le palline sono gialle e gli Slam li vince sempre Novak Djokovic (7 degli ultimi 10 giocati).

Così, di fronte al trauma di una Next Gen già in soffitta – il Djoker solo quest’anno ha vinto più titoli Slam (3) di Medvedev, Thiem, Zverev, Rublev, Tsitsipas, Ruud, Berrettini, Kyrgios ecc. in tutta la loro carriera (2, come quelli già collezionati da Alcaraz) – la Z Generation del tennis accoglie tra le sue file un nuovo rappresentante: è un ragazzone americano che va di fretta, arrivato tra i grandi da poco, ma con tutta l’aria di volerci rimanere per più tempo possibile.


  • Nasce a Firenze nel 1996, pochi giorni dopo il mitico “Irina, te amo!” di Gabriel Omar Batistuta. Ama la letteratura americana, il Fantacalcio e citare a sproposito i film di Nanni Moretti. Tifa per la Fiorentina come forma di psicoterapia. La sua idea di paradiso è un campo da tennis cinto di palme, illuminato da un tramonto losangelino. Nella vita reale fa il docente, ma parte ancora dalla panchina.

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