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Considerazioni sparse su "Scugnizzi per sempre"


Un necessario prodotto RAI, con pregi e difetti annessi.

- Piccole coordinate logistiche per inquadrare il contesto di riferimento per la fruizione di "Scugnizzi per sempre": i 6 episodi sono disponibili integralmente dal 21 luglio su RaiPlay, ma il pubblico di riferimento vuole chiaramente essere quello della televisione generalista: nel corso di 3 prime serate di Rai2 (21, 24 e 25 agosto), la regia di Gianni Costantino ha ripercorso i tratti fondamentali della gestione della famiglia Maggiò della JuveCaserta, società cestistica campana, dall'investimento iniziale sino ai problemi finanziari che ne hanno determinato la recente caduta in disgrazia. Il focus, chiaramente, è fissato sul primo decennio (1980-1991), conclusosi con l'unico Scudetto della storia della pallacanestro italiana andato più a sud di Roma. Questa postilla, in astratto non necessaria, è in realtà la più grande eredità simbolica lasciata dalla visione: l'incipit, nel quale la sfida di finale con Milano viene presentato secondo la retorica oscillante tra il vittimismo della piccola società del Sud contro la potenza economica del Nord e la rivendicazione di ergersi a emblema dei denigrati (la prima frase di un membro della società casertana è "La gente non ama i rivoluzionari!"), prepara sin dall'inizio la tela per una rappresentazione dei campionati di Caserta come un novecentesco Masaniello. La scelta più che legittima e comprensibile: chi è interessato al prodotto ha probabilmente vissuto in prima persona la favola bianconera quindi, essendo narrati eventi di almeno 32 anni fa, è uno spettatore interessato a mantenere cristallizzata la memoria di quei tempi, ancorato alla convinzione che il vero basket (ammesso e non concesso che ne esista uno falso) si giocava solo in un certo continente e in una certa epoca;

- Se da un punto di vista narrativo la direzione è estremamente chiara e coerente, col piccolo neo del primo episodio in cui non sono chiaramente definite le coordinate temporali dell'ordine degli eventi tra il 1980 e il 1982, è da quello "paratestuale" e stilistico che emergono alcune contraddizioni, magari dettate dal gusto personale. La scelta delle musiche a supporto delle immagini, dalla sigla di inizio a quella di chiusura, è semplicemente perfetta. "Yes I Know My Way" di Pino Daniele, col sempre affascinante misto tra napoletano e inglese, dipinge il valore eterno della storia di Gentile, Esposito e degli scugnizzi, mentre come sottofondo dei titoli di coda si è scelto "Vittoria" di Vladislav, ponte tra la realtà attuale e ciò che si può imparare anche senza aver concretamente vissuto certi giorni e persone. In aggiunta, tutta la colonna sonora rispecchia fedelmente l'atmosfera degli anni '80, con quella lieve sensazione di tastiere elettroniche e luci stroboscopiche che rimane adesa al palato. Se fosse possibile muovere una critica, tuttavia, sarebbe da fare per quanto riguarda la veste grafica;

- Cosa potrebbe infastidire di più uno spettatore televisivo? Lo stacco tra un 4:3 con gli angoli smussati a un 16:9 a seconda che si proiettino immagini di repertorio o scene che si racconta essere avvenute (ci torneremo più avanti)? Diverse scene presenti sino all'inizio dell'ultimo episodio in cui attori del presente recitano azioni e dialoghi raccontati dagli intervistati (spesso non aderendo completamente alla dichiarazione, tra l'altro) con la stessa teatralità e modalità di Oggi le comiche o di uno sceneggiato di un fotoromanzo? Le grafiche aggiunte in postproduzione ove non fossero presenti nel video originale (le immagini di repertorio, qualora non possedute dalla RAI, sono prelevate dagli archivi di Tele+2, TeleLombardia, Teledieci, Koper Capodistria: un'epoca dove, di pallacanestro e di sport, se ne vedeva pochissimo ma ovunque), coi loghi attuali delle varie società senza considerarne eventuali rebranding o sostituzioni? Le fiamme che compaiono dal nulla con l'obiettivo di rappresentare il tragico incendio doloso appiccato al PalaMaggiò il 14 giugno 2021, applicate probabilmente con ClipChamp? Sono dettagli ai quali il singolo spettatore può assegnare un peso specifico differente, soffermarsvisi di più in quanto ostacoli al ritmo delle interviste o persino non accorgersene, impegnato a voltarsi verso il compagno di visione per sospirare "Ti ricordi...?". Perché in fin dei conti è quella, la storia, l'unica che dovrebbe contare se si nominano Caserta e pallacanestro nella stessa frase;

- Sarebbe stato troppo facile dedicare un omaggio alla stagione 1990/1991 raccontando solo la stagione 1990/1991. Costantino, coadiuvato da un parterre di intervistati direttamente coinvolti in quel ciclo, da allenatori ai giocatori, dai dirigenti ai giornalisti passando per tifosi e parenti vari, riesce a dare un senso al "Per sempre" del titolo. Dalla fondazione della squadra a Caserta nel 1951 alla presidenza Maggiò, dalle finale di Coppa delle Coppe persa col Real Madrid di Drazen Petrovic alle 3 finali in 8 anni con l'allora Philips Milano, dall'infortunio di Enzino Esposito nella decisiva gara 5 del Forum al toccante chiarimento tra coach Marcelletti e Oscar Schmidt tra le macerie del palazzetto abbandonato. Quella della piccola realtà di provincia del Sud, trattata con amore e con odio dai giganti economici e cestistici del Nord, è una di quelle favole che si pensano realizzabili solo in un film e che, una volta che la realtà ha ingannato la cinematografia, si è corsi ai ripari mettendola su pellicola con 3 decenni di ritardo. Buoni che diventano cattivi (Oscar Schmidt, "sacrificato" da Gianfranco Maggiò come manifesto del cambiamento necessario da compiere per salire l'ultimo gradino nel 1990), cattivi che diventano buoni (Charles Shackleford, la cui combinazione canottiera-catenona-cuffie-orecchino è l'ideale per scandalizzare ed etichettare ma che si rivelerà tassello fondamentale col "Professore" Tellis Frank per la conquista del Tricolore), protagonisti che vivono un romanzo di formazione tra cadute e riprese (Nando Gentile e Vincenzo Esposito, sfrontati e con la faccia tosta per nascere già imparati e insegnarlo alla pallacanestro italiana ed europea): ogni personaggio risulta perfettamente rappresentato, senza esasperarne le luci e minimizzare le, inevitabili, ombre;

- "Scugnizzi per sempre" è una serie necessaria, perché è giusto che il maggior numero possibile di persone possano ricordare o scoprire tutti gli aneddoti e le curve della storia della pallacanestro italiana e la televisione e il suo linguaggio, che piaccia o meno, è quello ancora migliore per farlo. Serve calcare la mano sui torti arbitrali e sulle polemiche con la stampa sportiva che hanno impedito, a detta di chi ha vissuto Caserta durante gli anni da Indesit, Mobilgirgi e Phonola, che "l'esempio imprenditoriale del Mezzogiorno" sconfiggesse Milano o Pesaro nelle stagioni precedenti o il Real nella finale persa al supplementare. Serve rinfocolare le querelle tra Dan Peterson e Tanjevic sugli insulti al Tupamaro Lopez o quella tra Boscia e Marcelletti sulla decisione dei Maggiò di non adeguare il contratto degli americani a quello percepito da Schmidt. Serve la scena finale in cui tutti i protagonisti della Phonola si ritrovino in un finale in teoria forzato ma in realtà perfettamente bilanciato, che mette tutti i pezzi a posto, anche il rapporto tra Oscar e il resto del gruppo, sostanzialmente troncato dopo l'anno a Pavia in A2 mentre gli ex compagni alzavano la coppa. Perché quello della JuveCaserta, dei suoi uomini e del suo popolo è un legame speciale. Un "legame diverso", come detto da Marcelletti nell'ultima ripresa dell'ultimo episodio. Un legame che meritava questa serie.


  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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