
5 giocatori da seguire allo US Open 2023
Dal più al meno quotato.
È il momento Righeira: l’estate sta finendo, agosto volge al termine con il suo spleen temporalesco e con i pensieri che credevamo alle spalle ora appostati nei pressi dell’orizzonte. Con la routine ci salviamo dalla malinconia e con lo sport ci salviamo dalla routine. Adesso sono tutti giustamente presi dai - mancati - nuovi acquisti e dalle aste del Fantacalcio, però c’è anche dell'altro. No, non stiamo parlando di lavoro, patria e famiglia: stiamo pensando ai campi di Flushing Meadows, all'inizio dello US Open. Va in scena l’ultimo Slam dell’anno, a chiudere il sipario sui Major del 2023. New York, in questi anni di tennis sottomesso alla trinità che ben conosciamo, ha rappresentato l’illusoria frontiera del nuovo, il palco dove a tratti la tirannide si è lasciata scalzare per brevi istanti impensabili altrove. Non sono state rivoluzioni, ma le classiche eccezioni che confermano la regola. Dal 2008 a ieri, in quindici edizioni, abbiamo avuto dieci campioni diversi e nessun back to back dopo la cinquina di Roger Federer (2004-2008). È stato un campione di classe e di sfortuna a inaugurare la tendenza dissacrante: Juan Martin del Potro ha strappato lo scettro al re nel 2009.
Qui poi hanno vinto Cilic e Stan Wawrinka, Murray, e naturalmente Nadal e Djokovic con tre titoli a testa; nel 2020 Dominic Thiem ha spezzato le catene, toccando a un tempo l’apice della carriera e l’inizio dell’implosione. Tuttavia la più grande tragedia in salsa newyorkese è datata 2021, quando Nole sfidava la storia per mettere le mani sul grande Slam maschile che nessuno ha mai conquistato nell’era Open: quella sera, il villain per eccellenza ha rivelato la sua umana debolezza: coccolato e quasi portato in spalle dal pubblico, ha ceduto di schianto alla pressione più che all’avversario, interpretato dall’enigmatico Medvedev, uno dei pochi da tempo immemore a scendere in campo in uno Slam contro il serbo senza il peso di una sconfitta preventiva e ineluttabile. Anche l’edizione 2022 sarà ricordata a lungo, non tanto per la finale, quanto per il nome del vincitore. Quello dell’anno scorso è stato il primo Major sollevato da Carlos Alcaraz, la pietra inaugurale di una cattedrale le cui dimensioni possiamo solo immaginare. Qui negli ultimi anni Nole ha pagato anche il prezzo di vicende extra campo (la squalifica del 2020 per aver colpito una raccattapalle in un gesto di stizza a metà esatta fra lo stupido e lo sfortunato e l’esclusione nel 2022 per avere rifiutato il vaccino contro il Covid), ma la sensazione è che oggi voglia il riscatto.
Ci arriva in forma, forte della solita vocazione alla sofferenza: la vittoria di Cincinnati, in pieno stile Djokoviciano, ha restaurato ciò che Wimbledon aveva messo in dubbio. Dunque è molto chiaro che l’uomo da battere sarà lui, e a chi spetterà questo compito se non a Carlitos Alcaraz? E allora forse la novità dello Us Open sarà riscoprirsi ultraconservatore proprio nel momento in cui il ricambio generazionale pare cosa quasi fatta? In fondo non sarebbe nulla di strano, nel paese in cui Trump succede a Obama.
Noi, dal canto nostro, abbiamo selezionato cinque giocatori da tenere d’occhio per gli US Open 2023. I criteri sono gli stessi della selezione che abbiamo dedicato a Wimbledon qualche mese fa: abbiamo pescato al di fuori della top ten e della ristretta rosa dei favoriti (spoiler: non vinceranno, ma…).
Ben Shelton
Stato di forma: 5/10
Possibilità di vittoria: 0/10
Mestieri alternativi: giocatore di football, animatore di villaggio, pupillo di uno degli autori
Partita dei sogni: dopo aver assistito a Bublik che si batte da solo al secondo turno, vince contro un fischiatissimo Rune facendo registrare 42 vincenti. Due giorni dopo perde in tre con Tommy Paul.
Dicono di lui: "Mai giocato contro qualcuno che tiri così forte" - Carlos Alcaraz
Il giudizio su Ben Shelton è probabilmente influenzato dalla stima che il sottoscritto nutre per lui. Rappresentante di una Next Gen non ancora sbocciata (quella che non si chiama Sinner, Alcaraz o Rune), sarebbe più giusto che in questo articolo lasciasse spazio a qualcun altro, più pronto e più costante; d'altronde è sempre uno Slam. Perché puntare proprio su Shelton allo US Open, allora?
Prima di tutto, per quanto appena detto: è un pupillo e proprio per questo va oltre ogni considerazione seria e razionale. L'altro motivo è che Shelton sembra nato per giocare sul veloce ed è capace di regalare exploit tali da mandare in estasi il pubblico, per altro di casa. Uno di questi è arrivato a inizio anno proprio sul cemento, quando alla sua seconda apparizione Slam ha raggiunto i quarti di finale dell'Australian Open.
Shelton ha un viso simpatico e paffuto, con una folta chioma riccia, gli occhi sottili e una carnagione tendente all'olivastro. Dalla tv sembra più piccolo di quello che effettivamente è, visto che è alto 1,93m. Da buon statunitense old style, i suoi maggiori assi nella manica sono il servizio, seguito spesso dalla discesa a rete, e il dritto, che fa viaggiare la palla a velocità supersoniche. E qualcuno dei suoi colleghi glielo ha già riconosciuto; dopo averlo battuto a Toronto, Carlos Alcaraz ha detto di non aver mai visto qualcuno colpire così forte. La nota stonata è sicuramente il movimento sul campo, ma da un ventunenne di oltre un metro e novanta non si può pretendere tutto.
La sfida con Bublik al secondo turno è stimolante e promette spettacolo; il kazako è favorito e proprio per questo Shelton ha buone chance. Al terzo turno lo aspetta Rune e in caso di impresa ci sarebbe Tommy Paul. Le possibilità di andare lontano rasentano lo zero, ma lo US Open, proprio come Shelton, è imprevedibile. Insomma, siete ancora in tempo per salire sul carro di Ben Shelton. Poi non dite che non vi avevamo invitato.
Grigor Dimitrov
Stato di forma: 5/10
Possibilità di vittoria: 1/10
Mestieri alternativi: modello, avvocato matrimonialista, attore Marvel
Partita dei sogni: agli ottavi di finale fa impazzire Sinner con il suo gioco vario e stratificato, sbandierando al mondo intero la netta superiorità della Old Gen.
Dicono di lui: "Il giocatore più attraente del circuito" - Novak Djokovic
Dimitrov è quel giocatore che un po' tutti tifiamo, quasi dispiaciuti che con tutto quel talento a disposizione abbia portato a casa poco, sempre se di poco possiamo parlare. Nel 2017, la sua stagione di gran lunga migliore, è arrivato in semifinale dell'Australian Open e ha vinto da totale sfavorito le ATP Finals, raggiungendo il suo best ranking di 3° al mondo.
Nel 2019 poi, un altro guizzo, fino ad arrivare alla semifinale proprio dello US Open, prima di perdere in tre set contro un giovane e in rampa di lancio Daniil Medvedev. Sempre 30 e mai 31, e poi infortuni, mancanza di attenzione, poca motivazione. Per questo tifiamo Dimitrov: perché avrebbe meritato di più.
L'armonia e la bontà stilistica dentro il campo rispecchiano esattamente la sua bellezza fuori, quella in superficie. In fondo glielo ha detto anche Djokovic, "il giocatore più bello del circuito" lo ha definito, forse anche quando gioca. Perché con Federer che ha (ci) lasciato, Dimitrov è uno dei pochi che ancora fa rigirare gli occhi, al pubblico e, se in giornata, anche all'avversario, costretto a star dietro a un tennis vario e imprevedibile, dove guizzi e lampi di genio non sono mai abbastanza. Un ottimo dritto e uno splendido rovescio, sia in top che in drop, sono le specialità della casa, mentre sarà fondamentale il rendimento con il servizio.
Dai primi turni capiremo quale Dimitrov avremo di fronte. Il bulgaro ha bisogno di trovare continuità e fiducia nei suoi colpi fin da subito, con vittorie e prestazioni convincenti. Il suo più grande limite è sempre stato la testa; mancava la convinzione di potercela fare. Ecco, un Dimitrov convinto è un Dimitrov pericoloso per chiunque, che sia Molcan al primo turno o addirittura Alcaraz ai quarti. L'eventuale Round 2 contro Andy Murray promette spettacolo, in uno spicchio di tabellone con anche Zverev che ha il sapore di nostalgia.
In poche parole: tenete d'occhio Dimitrov. Se vi va bene assisterete al trionfo sportivo più romantico degli ultimi anni, uno US Open che racconterete ai nipotini. Se va male avrete semplicemente un motivo in più per continuare a preferire il rovescio a una mano. Noi non vediamo perdita.
Hubert Hurkacz
Stato di forma: 8/10
Possibilità di vittoria: 3/10
Mestieri alternativi: tanatoprattore, serial killer, cabarettista
Partita dei sogni: incarta Medvedev ai quarti e non sorride perché la missione è ancora lunga, ma capisce di potercela fare.
Dicono di lui: “Spero di non incontrarti mai più” - Aleksandr Bublik
A dispetto della sua aria anonima e impiegatizia, intorno al caro Hurkacz si accendono dibattiti e il mondo piccolo ma pugnace della nostra redazione si spacca: c’è chi lo odia e lo definisce un giocatore fragile, inaffidabile e addirittura saltuariamente sgraziato e viceversa c’è chi lo ama, lo stima e lo trova anzi bello da vedere. Ora, è vero che la sua espressione patibolare non dà fuoco alle polveri dell’entusiasmo e che il suo pallore mortale mette una certa ansia perché sembra la premessa di collassi e svenimenti; è altrettanto certificata la sua discontinuità: a parte l’avversione per la terra rossa, Hubi a volte scende dal letto con il piede sbagliato e allora non c’è niente da fare; l’incarnato diventa simbolo del suo gioco, lo sguardo privo di guizzi si arrende alla giornata storta e ogni passo si fa goffo e maldestro.
Oltre a questo, Hurkacz ha anche dei difetti, ma se ne parliamo male è solo per evidenziare il contrappeso che ne fa un giocatore con picchi deliziosi se non straordinari. Quest’uomo ciondolone e pacato ha una conoscenza profonda del tennis e l’acume tattico raro di chi è in grado di muoversi leggero tra lo spazio/tempo del campo e i meandri mentali di chi lo aspetta dall’altra parte della rete. Un servitore sopraffino - non di pura potenza, ma di precisione, di lettura, di situazione - e un ottimo colpitore da fondo - anche qui: non un mazzolatore seriale ma uno che cerca soprattutto la profondità ed è in grado di ucciderti dolcemente con le sue palle senza peso - ma soprattutto un giocatore direte morbido che sembra provenire da un passato indefinito. Queste caratteristiche lo rendono un erbivoro doc ma anche sul cemento ha fatto grandi cose: ne sa qualcosa il nostro Jannik che è finito alla sua scuola a Miami 2021, in finale.
In quest’estate americana, Hubi ha mostrato cose più che buone, alla sua maniera; entrambi i suoi Masters 1000 si sono conclusi al cospetto di Alcaraz ma senza la deferenza arrendevole dovuta al numero uno, anzi in ambo i casi Hubi si è rivelato una specie di cubo Rubik, un enigma popolare e arcinoto che alla prova dei fatti è sempre tosto da risolvere. Nel mezzo ha portato a casa match sofferti - buon segno per lui - contro Kecmanovic, Kokkinakis e Coric e altri tendenzialmente dominati (ma sempre con garbo) con Bublik, Popyrin e soprattutto Tsitsipas. I grandi appuntamenti gli vanno a genio, lo dimostrano le sconfitte tiratissime con Alcaraz e quella di Wimbledon con Nole, gare interpretate letteralmente al meglio, salvo sbavature nei momenti più scottanti - quelli in cui gli altri due diventano alieni irraggiungibili - perciò è lecito aspettarsi un buon US Open da lui.
Sarà fondamentale mantenere la concentrazione nei momenti iniziali e intermedi, perché il percorso fino ai quarti teorici con Medvedev, autorizza un buon feeling. Al terzo turno dovrebbe esserci Kachanov - un po’ in ombra ultimamente - e agli ottavi uno tra Rublev e Berrettini. Niente è impossibile per uno che in passato ha già messo nel sacco - o meglio, in scacco - anche l’ex numero uno nato in Russia; nemmeno uscire al primo turno, certo, ma noi preferiamo pensare in grande per questo US Open.
Aleksander Zverev
Stato di forma: 8/10
Possibilità di vittoria: 3,5/10
Mestieri alternativi: poeta maledetto, dj underground, autista di limousine
Torneo dei sogni: dopo aver sofferto ai primi turni, seppellisce di ace Jannik Sinner agli ottavi e gli ruba l’anima; da lì a mettere in riga Alcaraz, Medvi e Nole, il passo è breve.
Ipse dixit: “Non c’è niente di perfetto nel tennis, tranne Roger Federer”
Se ti metti a empatizzare con questo ragazzone teutonico è garantito che non ti annoierai, anche se stare bene è un’altra cosa. È un tipo sturm und drang, perseguitato da una specie di drammone che scuote dall’interno. Zverev arriva spesso sul crinale che lo separa dall’onnipotenza, lascia intravvedere in controluce lo spietato dominio della migliore versione di sé e poi si perde nei meandri della propria mente. Nell’ultimo anno ha lottato duramente per ritrovarsi dopo il pesante infortunio patito durante la semifinale del Roland Garros 2022 contro Nadal - un altro di quei momenti in cui era “sul punto di”, stroncato questa volta da un trauma fisico, uno scavigliamento di quelli che fanno male solo a vederli e che costringe a pensare che sì, forse quella era davvero la volta buona.
Ci è riuscito con risultati alterni, a tornare se stesso, anzi forse questi sbalzi certificano che è proprio lui, né più né meno. Capace di menare duro Djokovic per - quasi - un set per poi perdersi e perderlo in un bicchiere d’acqua e di mandare in campo nel secondo parziale il gemello depresso, quello che le spara tutte fuori di un metro… eh già: se ci fossero soltanto due Zverev la lettura sarebbe quasi facile; invece anche il gemello scorso può artigliarsi al match come una piattola e breakare Nole che serve per il match - così de botto, senza senso - per poi arrendersi nuovamente al destino mesto che lo attendeva. Sì, è sempre lui, quello dei doppi falli e degli ace di seconda, quello che fa esplodere le palline e poi si affloscia come Dorando Petri. Chi si presenterà a New York? Quello che ha fatto fuori Medvedev a Cincinnati o quello che si è smarrito con Nole? Quello che vince i primi due set o quello che perde il terzo, il quarto e il quinto o, ancora, quello che a Parigi sembrava pronto per fare in conti in tasca al destino e a riprendersi ciò che gli spettava ma si è fatto schiaffeggiare da Ruud con tanto di bagel?
Eppure nel suo folle viaggio lisergico c’è una tendenza, quasi una crescita: fino a qualche anno fa Zverev era letteralmente inadatto al tre su cinque e finiva ogni Major a spaccare racchette in un angolo, poi ha più o meno spezzato l’incantesimo, raggiungendo perfino la finale proprio agli US Open, persa da Thiem dopo averla dominata a lungo, oltre a due semifinali parigine. Di sicuro mancano la tenuta mentale e la serenità ma forse Sasha può giovarsi una volta tanto dell’assenza di pressioni eccessive: se dovesse ingranare, incontrerebbe Dimitrov al terzo turno e poi Sinner agli ottavi; i bookmakers lo daranno costantemente sfavorito, posizione che lo metterà a proprio agio. Su questa superficie può dire ampiamente la sua, abbastanza veloce per valorizzare il suo poderoso servizio ma non complessa come l’erba, insomma adatta anche alla sua capacità di spingere e rilanciare da fondo con estenuanti scambi di sportellate, soprattutto dal lato rovescio. Il tabellone è improbo e ingrato ma un tipo controintuitivo come lui può trasformare il problema in opportunità.
Tommy Paul
Stato di forma: 9/10
Possibilità di vittoria: 4/10
Mestieri alternativi: surfista, bartender, personal trainer
Torneo dei sogni: arriva serenamente in semifinale, sconfigge Djokovic al quinto set trascinato dal pubblico e in finale realizza il sogno americano battendo Alcaraz.
Dicono di lui: "Il mio giocatore preferito" - JJ Wolf
Tommy Paul è inaspettatamente l'uomo del momento. Come se a ventisei anni e dopo più di 200 partite nel circuito ci fossimo per la prima volta accorti di lui. E in effetti è proprio così, perché dopo il clamoroso exploit di inizio anno in Australia, Paul ha raggiunto il suo best ranking (14°) proprio nel mese di agosto. L'odore del cemento gli piace particolarmente, così come l'aria che si respira al di là dell'Atlantico, visto il livello di tennis mostrato sia a Toronto che a Cincinnati.
Non è finita qui. Perché una cosa bisogna dirla: escluso Novak Djokovic, Tommy Paul è il tennista che in questi ultimi mesi ha dato più filo da torcere a Carlos Alcaraz. I due si sono incrociati due volte nel giro di due settimane e lo spagnolo per vincere è stato costretto a due tie break, dopo solo sette giorni da un'inaspettata sconfitta in tre set.
Paul è un tennista serio, poco pubblicizzato e perennemente sottovalutato. Essenzialmente per una ragione: l'americano può contare su colpi solidi, come il dritto e il servizio, e su un'ottima mobilità, ma nessuno di questi è tanto spettacolare e sopra la media da rubare l'occhio dei più superficiali. Non è un tennis appariscente il suo, un po' come quello di Casper Ruud, ugualmente sottovalutato e bistrattato.
All'inizio del torneo si presenta come uno dei giocatori più in forma in tabellone, tralasciando ovviamente i due marziani della finale di Wimbledon. Dopo lo scomodo Safiullin al secondo turno, il primo ostacolo è rappresentato da un in formissima Davidovich Fokina. Archiviato lo spagnolo, ci sarebbe poi Rune agli ottavi e uno tra Ruud e Tiafoe ai quarti di finale. Il cammino che lo porta a Djokovic è tortuoso, sì, ma tutto sommato poteva anche andare peggio.
Il fattore casa non è da sottovalutare: Tommy Paul è ormai la punta di diamante del tennis statunitense, il classico ordinary man protagonista dei classici film americani, quelli motivazionali e con il lieto fine, per intenderci. E allora non possiamo fare altro che metterci comodi e prendere i popcorn, perché all'azione manca pochissimo.
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