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Theo Walcott in campo con l'Arsenal.
, 23 Agosto 2023

Theo Walcott non era solo veloce


E la sua carriera ce lo ha dimostrato.

Un po' in silenzio rispetto a tanti altri giocatori, il 18 agosto Theo Walcott ha deciso di ritirarsi. Lo ha fatto a 34 anni, dopo più di 500 partite da professionista di cui quasi 400 con l'Arsenal e nella stessa estate in cui Ibrahimovic, sette anni più grande, e Buffon, undici, hanno deciso di fare altrettanto. Forse sono tutte quelle partite in un lasso di tempo apparentemente breve a farmi credere che oggi, Walcott, di anni ne abbia tre o quattro volte tanti.

Da quando è arrivato all’Arsenal, nell’inverno del 2006, Walcott ha vissuto molte vite e molte carriere, anche prima di passare all’Everton e poi al Southampton: da sbarbatello sedicenne, l’attaccante è diventato una grande promessa del calcio inglese e poi un elemento chiave dell’ultimo Arsenal di Arsène Wenger e di quel British Core che, nell’immaginario del manager alsaziano e dei suoi tifosi, avrebbe dovuto riportare l’Arsenal ai fasti che furono, prima dell’invasione dei rubli di Abramovich e dei petrodollari.

Il condizionale qui è d’obbligo, perché quella visione non si è mai materializzata e quel progetto, per quanto ben costruito, non ha mai raggiunto il proprio potenziale. Come per gli altri elementi di quel gruppetto di giovani scelti da Arsène Wenger per rilanciare il club – prima di Walcott ha già smesso Wilshere a neanche 30 anni e Aaron Ramsey, appena tornato al Cardiff, sembra vicino a fare altrettanto – Walcott ha dovuto fare i conti con tanti infortuni durante la sua lunghissima permanenza all’Arsenal e non ha potuto contribuire come avrebbe voluto e potuto. Eppure, prima di chiederci cosa avrebbe potuto essere, forse dovremmo concentrarci su cosa è stato Theo Walcott.

La velocità, croce e delizia

Quando sei così mostruosamente veloce, è facile che tutti parlino sempre e solo di quello. Walcott, fin dai primissimi allenamenti con la prima squadra del Southampton – all’epoca guidata da Harry Redknapp – aveva impressionato i compagni per la sua incredibile abilità nel lasciarsi dietro gli avversari, tanto da spingere il manager a farlo esordire poco dopo il suo sedicesimo compleanno e schierarlo a stretto contatto con l’ultimo difensore avversario. La velocità, tuttavia, non può essere sufficiente a farsi rispettare in un campionato come la Championship e se un giocatore appena sedicenne riesce a farcela è anche perché le sue qualità fisiche, tecniche e mentali, mai nascoste neanche da giovanissimo, sono di primissimo livello.

Proprio Redknapp per lui ha coniato l’espressione più azzeccata che io conosca: "Questo ragazzo può correre attraverso una pozzanghera e non fare schizzi." Lo ha fatto esordire perché ne ha notato la calma e la maturità, il carattere sempre sempre in bilico tra arroganza e fiducia nei propri mezzi, mai impaurito dall’idea di scendere in campo contro avversari più prestanti e più navigati. Arsène Wenger lo ha portato all’Arsenal perché sapeva che Walcott poteva essere decisivo anche negli ultimi metri e ha avuto pienamente ragione. Insomma, Walcott è sempre stato molto più che velocità pura. È stato un attaccante completo.

Basta dare un’occhiata ai suoi gol ai tempi del Southampton per intuire il potenziale offensivo del giocatore e capire che l’etichetta di speed merchant appicciatagli addosso era ingiusta già dall'inizio. Nel video qui sotto, pubblicato dal canale ufficiale del Southampton, si vede chiaramente quanto Theo Walcott fosse già maestro nell’attaccare gli spazi nei tempi e nei modi giusti, una qualità che ha poi affinato sotto la tutela di Arsène Wenger, e della calma in fase di conclusione nonostante la giovanissima età.

La velocità, usata come mezzo e non come fine, ha contraddistinto la carriera di Theo Walcott ancor prima di diventare un giocatore di primissimo piano con l’Arsenal e con la nazionale inglese, ma la varietà dei suoi colpi è sempre stata colpevolmente sottovalutata a causa di quella benedetta (o maledetta) velocità. Tra i gol che si vedono nella prima parte del video, quella che ripercorre gli esordi, c’è un pallonetto poco dopo il primo minuto che è tanto audace quanto preciso e che riassume in sé tutto ciò che era il Theo Walcott sedicenne: sfrontato, sicuro di sé e capace di colpi sensazionali.

L'hype

Quando Wenger decide di investire 12 milioni di sterline su di lui, Walcott diventa uno dei giocatori con più hype del calcio europeo. Un hype che cresce ancora di più quando Sven Goran Eriksson decide di convocarlo per il Mondiale di Germania nonostante Theo non abbia ancora neanche un minuto di Premier League nelle gambe. Un hype che Wenger gestisce con calma, aspettando quasi sei mesi prima di regalare a Walcott la prima partita ufficiale con l'Arsenal.

Al diciassettenne Walcott bastano meno di quindici minuti per lasciare il segno, il tempo necessario per firmare l'assist per il primo gol dell’Arsenal all’Emirates Stadium e consentire alla squadra di Arsène Wenger di evitare la sconfitta nella partita inaugurale del nuovo stadio. Dopo quattro giorni, Walcott diventa il più giovane esordiente del club in Champions League e mette a segno subito il secondo assist, dando la vittoria all'Arsenal nel preliminare contro la Dinamo Zagabria di un giovane Luka Modric.

Ancor più della sua velocità in campo, tuttavia, dovrebbe essere la precocità ad impressionare: negli anni Walcott è diventato così spesso “il più giovane a” che è difficile farne un elenco completo. Al Southampton è stato il più giovane ad esordire sia con la squadra riserve che con la prima squadra e il marcatore più giovane nella storia dei Saints; è stato il più giovane marcatore della nazionale inglese under 21 ma anche il più giovane esordiente e il più giovane a segnare una tripletta con la nazionale maggiore.

Quello di Walcott è stato da sempre un percorso da predestinato ma accompagnato però da una narrazione controversa, che lo ha dipinto come un giocatore mai pienamente espresso nonostante sia ottavo per presenze (397) e quinto per gol segnati (108) nella storia dell'Arsenal. Forse colpa dell’hype e delle aspettative impossibili dei tifosi e della stampa, che per Theo Walcott avevano previsto un futuro da Thierry Henry – come se raggiungere il livello del fenomeno francese fosse anche solo immaginabile.

Stagione dopo stagione e senza troppi proclami, però, Theo Walcott è diventato un titolare fisso dell’Arsenal e un esterno d’attacco capace di partire largo per accentrarsi tagliando alle spalle del terzino per sfruttare al massimo la propria velocità supersonica e creare luce tra sé e la difesa avversaria. Quando il giochetto riusciva, spesso grazie alle imbeccate sublimi di Cesc Fàbregas, non c’era più modo di recuperarlo, e a quel punto doveva solo far scivolare il pallone oltre il portiere in uscita o appoggiare ad un compagno a centro area per il più comodo dei tap-in. Il bias che ha accompagnato a lungo la carriera di Walcott è stato quello del centometrista prestato al calcio e per questo povero di soluzioni offensive, nonostante la sua carriera ci abbia mostrato un giocatore capace di segnare in tanti modi diversi, da qualsiasi posizione e in qualsiasi frangente, anche nella fase della sua carriera in cui il suo passo bruciante è declinato per via dell'età e degli infortuni.

Dei tanti gol che ha segnato, i due che riassumono alla perfezione le sue innegabili qualità nella lettura del gioco sono quelli segnati contro Villarreal e Shakthar Donetsk – entrambi in Champions League. Nel primo, Walcott è il più veloce ad intuire la giocata sensazionale di Cesc Fàbregas e attaccare la profondità, girarsi in corsa per rimettersi in equilibrio ed effettuare un ottimo pallonetto sul portiere in uscita, andando ad esultare in meno di cinque secondi.

Un tale livello di coordinazione e rapidità di pensiero non è comune, così come la lettura della giocata del compagno di squadra.

Contro gli ucraini, invece, Theo Walcott scappa alle spalle della difesa facendo il vuoto dietro di sé ma è particolarmente bravo a prendere in controtempo il portiere, anche se per fare ciò deve calciare da posizione relativamente lontana rispetto a quanto si potesse immaginare. Ancora una volta, la velocità è un’arma importante per Theo Walcott ma non è l’unica e, dettaglio importantissimo, serve unicamente per preparare una conclusione da attaccante di altissimo livello.

Big game player

Sarà per il carattere schivo, sarà per la faccia da bravo ragazzo, sarà perché c’erano altre personalità molto più ingombranti nello spogliatoio, ma Theo Walcott non è mai stato considerato un elemento centrale nell’XI di Arsène Wenger. Così, mentre tutti gli occhi erano puntati su Henry, Adebayor, van Persie, Özil o Sánchez, Walcott passava quasi inosservato e con lui i gol e le giocate decisive nelle partite più importanti.

Il suo primo gol lo segna al Chelsea di José Mourinho nella finale di Carling Cup 2007, poi persa per la doppietta nel finale di Didier Drogba, e negli anni sarà regolarmente decisivo nei derby contro il Tottenham, così come nelle sfide contro le due squadre di Manchester, contro il Chelsea schiacciasassi e contro il Liverpool – mentre in Europa riuscirà a segnare a Barcellona, Bayern e Milan. Curiosamente, però, la sua giocata più spettacolare, quella che lo fa conoscere anche a chi segue il calcio solo distrattamente, arriva in Europa ma contro un’avversaria inglese in una sorta di sublimazione del concetto di big game player.

In quella corsa a perdifiato, degna di un running back di football americano, sono condensate tutte le qualità che fanno di Theo Walcott un calciatore completo e non un semplice velocista. Per attraversare tutto il campo di Anfield come ha fatto lui non basta essere velocissimi, bisogna anche resistere ai contrasti, evitare i placcaggi, restare in piedi e arrivare fino in fondo; siccome però non si tratta di football americano ma di football tout-court, non c’era nessuna end-zone ad attenderlo all’altra estremità del campo ma tre difensori, altrettanti compagni di squadra e un portiere. Soprattutto, ad attenderlo c’era la grossa differenza tra una giocata storica o un’occasione persa e Theo Walcott, nonostante la corsa, le botte e la fatica, ha avuto la freddezza di trovare Emmanuel Adebayor all’altezza del dischetto del rigore e metterlo nelle migliori condizioni per segnare un gol memorabile.

Per quanto sia impossibile dissociare il concetto di velocità dal suo nome, insomma, è importante ricordare che Walcott ha sempre unito la velocità di pensiero a quella fisica, e che la sua accelerazione era un mezzo, non un fine. Fin dagli inizi con il Southampton, ha saputo usare la propria mostruosa velocità per crearsi le occasioni da gol e la sua innata capacità di vedere la porta per finalizzarle, al contrario di altri velocisti puri, le cui lacune in quello che gli inglesi chiamano end product hanno impedito loro di elevarsi a giocatori di primissima fascia. Theo Walcott non era solo veloce.


  • Classe 1983, parmigiano d'origine, cresce col mito del Milan di Sacchi e col culto di Wenger. Gooner da tanto, troppo tempo.

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