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Houssem Aouar durante il suo esordio in Serie A con la Roma.
, 22 Agosto 2023

5 giocate sublimi della prima giornata di Serie A


Il campionato è ripartito e ci ha già regalato momenti da non perdere.

Per quasi tutti i novanta minuti le partite di calcio non sono che uno spettacolo soporifero, lento, a tratti robotico, in cui l'adrenalina degli spettatori scema azione dopo azione. In questo in Italia non siamo secondi a nessuno: ogni anno torniamo dalle vacanze per guardare la prima di Serie A, e nella maggior parte dei casi non succede niente di che. Niente per cui varrebbe la pena rinunciare alle altre attività della vita, cioè. Ci ammassiamo davanti al televisore o allo stadio, infiacchiti dal caldo di metà agosto, per guardare squadre accorte innanzitutto a non prenderle, a vincere contrasti sporchi, a combattere sulle seconde palle. Raramente vediamo giocate sublimi, e anche quando accade, queste rappresentano l'acme della liturgia calcistica. Esultiamo per un gol della nostra squadra, malediciamo il mondo per uno degli avversari. Il calcio vissuto in quanto compimento del dolore, di un'atrocità necessaria all'esistenza. Guardiamo le partite per esorcizzare la negatività delle cose.

Eppure questo tedio ha un suo valore: ci costringe a restare all'erta, a meravigliarci del più piccolo contrappunto sullo spartito di questo opprimente rigore tattico che domina la Serie A. Il sentimento che spunta dentro di noi davanti a un semplice dribbling riuscito – che esso contenga la grazia di una croqueta o l'umiliazione di un tunnel o ancora la fugacità di una veronica – non ha niente a che fare con la razionalità. O almeno non solo. Ci entusiasmiamo in quegli attimi non perché quelle giocate sono utili, ma solo perché sono belle. Perché forse, segretamente, guardiamo il calcio per saltare dalla sedia e meravigliarci della bellezza semplice e infinita che può comunicarci un corpo che si muove nello spazio, con ai piedi un piccolo graal da custodire.

Anche quest'anno la prima giornata di Serie A non è stata entusiasmante e tralasciando qualche upset impensabile è passata con una legittimità burocratica. Ci sono stati momenti di stupore, però, in cui abbiamo pensato che in fondo tre mesi senza campionato sono davvero troppi. Ne ho scelti cinque: ovviamente non c'è nessun gol, nessun assist o parata decisiva: sarebbe stato troppo facile. Ho scelto giocate piene di una magia che che solo la noia dell'incompiutezza può farci apprezzare a pieno.

Art for art's sake.

1. Le pennellate di Zielinski

Quante cose abbiamo pensato su Piotr Zielinski? È al Napoli da sette stagioni, e in questa si appresta a diventare uno dei giocatori con più presenze nella storia del club, ma la nostra percezione di lui è ancora acerba: un comprimario che sta per uscire di scena. A 29 anni, invece, Zielinski ha iniziato a splendere di un bagliore mai così vivido, così eccitante per chi lo guarda sterzare come un pattinatore impazzito sulla palla e far cadere gli avversari in una disperazione da quadro rinascimentale.

Zielinski è sempre stato un mago dei controlli orientati, quella specifica giocata con cui indirizzare la manovra della squadra da un lato all'altro con imprevedibilità. A differenza del 99% dei centrocampisti del mondo, per celare il suo prestigio Zielinski non usa la suola o l'esterno, e quindi la sua sensualità di tocco è meno appariscente di quanto sembra. La signature move di Zielinski è il colpo di tacco, che usa anche in porzioni congestionate di campo per riuscire a evitare la pressione avversaria. La giocata che ho scelto della sua prima giornata contro il Frosinone è proprio un colpo di tacco, un filtrante al volo per servire Simeone.

L'eccezionalità stavolta non ha a che fare solo con il gesto tecnico. È la sua visione periferica che ci fa comprendere la sua maturazione: Zielinski ormai legge i movimenti dei ventuno giocatori intorno a lui come se stesse fumando un sigaro a una cerimonia, mentre aspetta che il barman shakeri il suo Moscow Mule. La leggerezza con cui si inarca per saltare intorno alla palla e imbucare per Simeone dando le spalle alla porta non ha eguali. Non solo aveva visto l'inserimento dell'attaccante: Zielinski ha sfruttato la sua tecnica eterea con razionalità, capendo che c'era un solo modo per servire Simeone.

Zielinski ha sempre l'aria triste e vagamente timida, come quella di un poeta di fine ottocento alle prese con la mondanità di eventi in cui si sente a disagio. Eppure è anche quest'aria maledetta, che tradisce invece un gusto per il gioco raramente così raffinato, che lo rende speciale, forse esagero ma lo definirei anche inimitabile.

2. Avete visto la partita di Kayode?

Quando lo abbiamo visto tra i titolari, ci siamo sorpresi. Anche se pochi mesi fa un suo gol ha laureato l'Italia Under-19 campione del mondo di categoria contro il Portogallo, non lo ritenevamo pronto. Con il bias conservatore e riluttante che accompagna il feretro del calcio italiano, Michael Kayode titolare al Ferraris in Genoa-Fiorentina ci sembrava un avvistamento alieno. Quindi può davvero giocare titolare, un terzino del 2004, ed essere determinante per una delle squadre migliori del campionato? La risposta l'ha data non solo la progressione ineluttabile in cui Kayode si lancia con il tacco che ho raccolto per questo pezzo. Un tacco seguito da un'accelerazione così brutale da tagliare le gambe a Jagiello e farlo cadere a terra come se fosse un bambino.

«Che personalità...ha 19 anni!» ha sottolineato subito dopo Stefan Schwoch in telecronaca. È una verità parziale: Kayode ha giocato al posto di Dodo, uno dei giocatori più influenti nel sistema di Italiano, ed è in quei movimenti senza palla che ha avuto carattere. Kayode ha giocato da classico terzino "invertito", andandosi a posizionare tra le linee di pressione del Genoa in una posizione ibrida, quasi da mezzala. Ha toccato 88 volte il pallone secondo Sofascore, completato 4 dribbling e vinto 9 contrasti. Una prestazione da top del suo ruolo, nonostante la scarsa esperienza.

È giusto sottolinearlo, perché Kayode non è solo un terzino potente. Il suo calcio è colmo di movimenti intelligenti, e le sue letture dell'azione sono più profonde di quanto ci aspetteremmo da un teenager. Anche l'inserimento sul lato cieco dell'area del Portogallo in finale del Mondiale dipende da questo stile di gioco. L'attitudine di Kayode per il dribbling è una qualità rara nel calcio italiano, soprattutto se pensiamo alla nostra scuola dei terzini, mestieranti più che creatori. Spesso ci lamentiamo dell'assenza di qualità, di tecnica legata alla creatività: beh, con Kayode, almeno su questo, possiamo stare tranquilli.

Non è riuscito neanche a crossare in mezzo, e possiamo aggiungerci che la difesa del Genoa aveva già subito quattro gol. Allo stesso tempo, però, non possiamo minimizzare la manifestazione dell'estro di Kayode, del suo approccio particolare a un ruolo che nella Fiorentina di Italiano è fondamentale, per l'uscita dal pressing avversario e per la costruzione di opportunità in area di rigore.

3. Aouar ha già cambiato la Roma

La Roma costruita in questi due anni da José Mourinho è una squadra verista, senza sfumature che la possano ammantare di prospettive colme di grandezza. Un coacervo di giocatori che lotta fino alla disperazione, ma che a volte sembra troppo pessimista nei propri mezzi per andare oltre le colonne d'Ercole del sesto posto che Mourinho aveva ereditato da Fonseca. Quest'anno il mercato ha portato innesti di qualità a centrocampo, però, e già contro la Salernitana non va sottovalutato il debutto di Houssem Aouar. Arrivato a parametro zero dal Lione per rafforzare il controllo tecnico della Roma sulle partite, Aouar ha giocato domenica nel ruolo di Pellegrini, da mezzala offensiva del 3-5-2: da quella posizione, col passare dei minuti, ha aumentato la sua influenza nel gioco della Roma senza giocate troppo appariscenti.

Alla fine ha completato 34 passaggi, di cui 3 sono stati "chiave" (cioè hanno portato a un tiro in porta), e non ha mai tirato verso la porta. Da un trequartista ci aspettiamo sempre giocate surreali, che trascendano la semplicità del gioco. Non è il caso di Aouar, che ha reso leggermente più fluida la manovra della Roma con veli e tocchi di prima che non rubano l'occhio. In questo ha incarnato lo Zeitgeist del numero dieci moderno, capace di dare la pausa e gestire i ritmi, che incide sulla squadra anche dal punto di vista mentale.

Avrei potuto inserire qualche altra giocata, ma quello che mi piace di questi tocchetti con la suola sulla linea del fallo laterale è proprio la loro incompiutezza. Aouar non riesce a evitare la rimessa per la Salernitana, ma mi piace l'immaginazione con cui ha giocato in quella situazione. Avrebbe potuto piantarsi sulla palla e spingere Mazzocchi o Kastanos a fargli fallo o a toccarla fuori. Non è già solo la sensazione di aver visto una magia a renderla tale? Secondo me sì, o almeno è quello che ho pensato guardando Aouar danzare sul pallone, anche se ha sbagliato.

4. Il nuovo (vecchio) Lecce di Corvino

Per i tifosi del Lecce è una delle estati più complicate degli ultimi anni. Se a maggio era arrivata una salvezza moderatamente tranquilla, con un trend negativo nel girone di ritorno, lo stesso non ci si poteva aspettare da questa stagione, in cui alle partenze di Samuel Umtiti in difesa, Morten Hjulmand a centrocampo ha fatto il paio l'addio di Marco Baroni in panchina. Roberto D'Aversa sembrava una scelta cervellotica, un allenatore bravo ed esperto ma con poca compatibilità con una rosa piena di calciatori tecnici. L'anno scorso il Lecce difendeva molto in alto in campo, e il suo pressing era uno dei più efficaci del campionato. Dove stava andando il progetto di Pantaleo Corvino?

La prima giornata ha confermato i pattern di gioco dell'anno scorso. Il Lecce è ancora in costruzione – e il fatto che D'Aversa sia stato costretto a giocare con Strefezza finto centravanti ne è la prova più evidente – eppure ha già dato spettacolo, giocando un calcio intenso e propositivo. L'azione che ho scelto è arrivata all'undicesimo del primo tempo: la Lazio non aveva ancora sbloccato la partita, e sarebbe stato lecito aspettarsi un Lecce rintanato nella propria trequarti. Non è stato così. Guardate la fluidità con cui il Lecce porta cinque uomini nell'area della Lazio, e soprattutto la sensibilità degli agganci al volo di Almqvist e Rafia, candidati già a diventare giocatori di culto della parte medio-bassa della classifica di Serie A.

In particolare vorrei soffermarmi sulla giocata da foca che compie Almqvist per addomesticare il pallone e farlo arrivare a Rafia, che poi è bravo a girarsi in pochi metri e servire Strefezza per il tiro in porta. Il vero significato di questo pezzo lo danno idee del genere: un colpo di testa semplice solo nell'esecuzione, che però è in grado di farti saltare dalla sedia per la sua genialità. Almqvist avrebbe potuto stopparla con il petto e rientrare sul mancino, un piede carico di effetto come ha mostrato nel gol dell'1-1, e invece la sua lettura è più profonda. Una giocata con cui ci ha mostrato il acume tattico.

È un altro momento in cui va al centro dei riflettori l'approccio di Corvino al mercato, visto che fino a qualche mese fa Rafia giocava in Serie C, al Pescara, e Almqvist è arrivato in prestito dal Rostov. Il Lecce è una delle poche società italiane a mantenere una coerenza progettuale indipendente, o quasi, dai risultati. E il fatto che con pochi soldi costruisca sempre squadre fieramente indie, piene di giocatori ammalianti non fa che renderla ancora più attraente agli spettatori neutrali.

5. Leao vs Posch, o della classe nell'efferatezza

Stefan Posch è stato uno dei migliori terzini in Serie A nella scorsa stagione. Già solo questa frase potrebbe sembrare comica: un difensore centrale arrivato da pochi mesi che brutalizza gli esterni del campionato, anche se gioca per le prime volte in carriera in un nuovo ruolo. La sua fisicità, unita a un controllo tecnico del pallone che possiedono pochi difensori, è stata essenziale per il gioco impostato un anno fa da Thiago Motta.
Posch è molto aggressivo e sa difendere bene anche in avanti; la sua velocità ha permesso al Bologna di alzare il baricentro e affidarsi alle marcature preventive. È tutto questo che riassume l'ultima giocata che ho scelto per riassumere la prima giornata, anche se va parlato anche della supremazia mostrata da Leao pochi secondi prima.

Un dribbling di classe: Leao aveva fintato di fermarsi spalle alla porta per attirare la pressione di due difensori del Bologna, prima di far scomparire il pallone con la suola come quei padri che si divertono a umiliare i propri figli ancora piccoli. Era una giocata a cui Leao ci ha abituato, la sua funzionalità era legata comunque a uno schernimento dei marcatori, a una sorta di presa per il culo. È il bello del calcio di Leao, questa spontaneità che si concretizza in divertimento puro, creatività fine a se stessa.

Il duello tra Posch e Leao è stato meno avvincente del previsto, anche perché il Milan non è più dipeso dal suo nuovo numero dieci. L'arrivo di giocatori come Reijnders e Pulisic ha dato una nuova vivacità alla manovra rossonera e, soprattutto, l'ha resa meno prevedibile. Spesso il Milan ha attaccato da destra, dove Pulisic e Calabria hanno combinato bene i loro movimenti alle spalle della difesa del Bologna. In quei pochi momenti in cui Posch e Leao si sono trovati di fronte, l'uno contro l'altro come in un racconto di Borges, il tempo è sembrato fermarsi. È successo appunto al 23esimo, quando la scivolata di Posch ha spezzato la conduzione artistica di Leao.

Spesso ci soffermiamo – l'ho fatto anche io all'inizio di questo pezzo – sull'estetica di un dribbling o di un tiro in porta. Su un controllo ben fatto con la suola o con il petto. E invece ci dimentichiamo della dimensione sporca del calcio, del ruolo di chi quei dribbling deve fare in modo che non avvengano mai. E quindi, di conseguenza, i difensori come nemici dello show, di un calcio più competitivo ma meno spettacolare. Stefan Posch non è d'accordo e ci ha ricordato quanta bellezza può esserci in un gesto efferato, violento perché spezza un altro atto altrettanto bello.

Anche la rottura è una forma d'arte.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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