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, 15 Agosto 2023

Quello che le dimissioni di Mancini non dicono


Da due anni la nazionale italiana vive una stagnazione preoccupante.

L'Italia è il paese del Gattopardo, lo sappiamo, di un conservatorismo strenuo anche quando da conservare c'è poco o niente. Il paese di 60 milioni di CT e allo stesso tempo quello in cui le due nazionali maggiori, maschile e femminile, non hanno un allenatore. Le recenti dimissioni di Roberto Mancini dalla panchina della Nazionale, rese ufficiali in una domenica pomeriggio di metà agosto, a un mese da due delicate partite di qualificazione ai prossimi Europei, non sono una storia così diversa da quella raccontata da Tomasi di Lampedusa o da Giorgio Gaber. Anzi, i presupposti che conoscevamo e i dettagli che stiamo apprendendo in queste ore – un po' dai giornali, un po' dalle interviste rilasciate da Mancini stesso – non fanno che esacerbare il volto di un immobilismo congenito alle nostre istituzioni, e perciò rendono ancora più avvilente il caos che da un paio d'anni attanaglia la FIGC a ogni livello.

Mancini non ha perso tempo a spiegare a più fonti i motivi del suo gesto, ritenuto inconsulto dalla maggior parte dei media e dell'opinione pubblica. C'entrano gli scontri con il presidente Gabriele Gravina sulla scelta dello staff tecnico – una rivoluzione che ha privato il CT di alcuni suoi storici collaboratori: da Evani a Lombardo –, eppure quando Mancini parla delle tempistiche delle sue dimissioni lo fa toccando l'argomento più delicato: la clausola che ne avrebbe previsto l'esonero in caso di mancata qualificazione a Euro 2024. Mancini aveva chiesto a Gravina di estirpare quest'ultimo vincolo, così da «lavorare tranquillo» in vista degli impegni che la nazionale affronterà tra meno di un mese. È una visione delle cose, appunto, perfettamente italiana.

Può sembrare crudele, ma è bene sottolinearlo: per la seconda volta consecutiva la nostra squadra maschile non ha giocato i Mondiali, mentre l'Under 21 non ha superato il girone all'ultimo Europeo, e la stessa sorte è toccata alla nazionale femminile ai Mondiali. Malgrado il successo di Wembley nel 2021, viviamo tempi duri, senza prospettive incoraggianti: l'Italia sta remando verso la periferia del calcio europeo, e invece di interrogarci su quanto questo progressivo declino ci cambierà, o se c'è almeno un tentativo che possiamo fare per non rassegnarci del tutto, pensiamo a conservare, a schierarci contro il futuro.

Giocatori della Macedonia esultano dopo il gol contro l'Italia nelle qualificazioni al Mondiale del 2022

È emblematico che il CT in carica si preoccupi quindi di salvaguardare i propri privilegi. Il 4 agosto la federazione aveva nominato Mancini coordinatore di tutte le selezioni dall'Under 20 in poi. Dopo nove giorni quello se n'è andato. Come va interpretata allora quella incoronazione? Mancini era davvero diventato il demiurgo dell'Italia, l'incarnazione del genio rinascimentale a cui fare affidamento in quest'epoca burrascosa, o era solo l'ennesimo scarico di responsabilità istituzionali più profonde?

Il classico quadro neorealista della disperazione in Italia: quando le cose vanno male e la paura inizia a cimentarsi nei ranghi più influenti, la risposta è la delega dei poteri, la rinuncia a qualsiasi forma di autodeterminazione. Perché doveva essere Mancini l'unico artefice di un percorso così dirimente per il futuro del panorama calcistico italiano? Perché proprio l'allenatore spento e confuso degli ultimi mesi, quello che schierava in campo una formazione e se la rimangiava all'intervallo prima e ai microfoni poi, come ha fatto in Nations League contro la Spagna?

Affidare tutto il potenziale tecnico e progettuale a Roberto Mancini avrebbe avuto comunque il suo significato, se solo fosse stato sugellato da una vera dimostrazione di fiducia. Dare a Mancini il ruolo di supervisore cambiando quasi tutto lo staff tecnico contro il suo volere ha invece avuto l'effetto contrario. La FIGC si è mostrata un coagulo di contraddizioni e ripensamenti, che da un lato apriva le sue porte a un accentramento vorticoso di autorità al CT campione d'Europa, e dall'altro lo commissariava scegliendo autonomamente i nuovi ingressi nel suo ristretto collegio decisionale.

Nelle ultime ore è circolato il nome di Luciano Spalletti per il futuro della nazionale. In merito a queste voci il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha scritto un lungo comunicato sulla questione della clausola che la federazione dovrebbe pagare al club per tesserare Spalletti. Ciò che sorprende, in mezzo agli sproloqui semi-imperalistici e francamente ridicoli del messaggio, è la ferma posizione di De Laurentiis nella condanna alla FIGC, accusata di non saper «gestire un'impresa in modo sano» per non aver saputo mantenere i rapporti con Mancini né comunicativamente né legalmente.

In qualunque modo si scelga di valutare la prospettiva di questo vuoto di potere lasciato da Mancini in federazione, il punto di vista non può che essere cupo.

Mancini ha vinto un Europeo storico, ed è anche l'artefice della striscia di imbattibilità più lunga nella storia delle nazionali, i suoi cinque anni hanno vissuto di bagliori raramente così vividi. Nessuno contesterà i suoi successi. Non possiamo però neanche trascurare i punti di stagnazione che il suo ciclo ha toccato dal 2021 a oggi. Se i rigori sbagliati da Jorginho potevano apparirci come il risvolto dell'aleatorietà demoniaca alla base del calcio, la sfiga che doveva essere il contraltare al Dio benevolo che ci aveva guidato qualche mese prima all'Europeo, lo stesso non si può dire delle scelte – tecniche, umane, progettuali – che Mancini ha compiuto dalla sciagurata eliminazione contro la Macedonia del Nord in avanti. Abbiamo parlato della denuncia che l'ex CT ha rivolto a se stesso dopo la sconfitta contro la Spagna, ma il discorso è più complesso.

Da mesi le convocazioni di Mancini avevano qualcosa di assurdo. Innanzitutto perché escludevano ciclicamente i migliori giocatori italiani per rendimento – cosa dobbiamo fare per vedere Udogie, Tonali e Zaccagni con la maglietta dell'Italia? – dando così adito a una carenza di rinnovamento che per una squadra campione ma logora come la nostra era diventata essenziale. Per non dimenticare certe dichiarazioni qualunquiste su Pafundi, un 16enne dal talento speciale ma senza alcuna esperienza tra le squadre di club: quello era solo l'inizio del caos nella visione che Mancini aveva della nazionale.

La sensazione che alla fine unisce le due nazionali maggiori e l’Under 21 maschile è sempre di essere davanti a qualcosa di lasciato a metà. Per preparare la rosa che è andata in Australia e Nuova Zelanda, Milena Bertolini ha lasciato a casa la capitana Sara Gama e reso Cristiana Girelli una seconda scelta. Il ringiovanimento della rosa che era perfettamente auspicabile ha finito per realizzarsi in tempi e modi sbagliati, lasciando la nazionale priva di riferimenti tecnici e caratteriali e di fatto esposta al naufragio non appena la Svezia l’ha messa davanti ai suoi difetti, di fatto sollecitando una reazione che non è arrivata.

E sempre il cambio generazionale è appunto sembrato la condanna della squadra maschile, che ha visto il suo CT legarsi mani e piedi a un gruppo di giocatori capaci sì di raggiungere un risultato storico ma che lo ha fatto con un colpo di coda in una generazione che già aveva iniziato a esaurirsi – basti pensare che gran parte del gruppo che ha vinto a Wembley due estati fa era presente, a vari gradi, nel percorso di qualificazione a Russia 2018 e nella partita con la Svezia che ci ha visto perdere la qualificazione. Dopo quell'Europeo Mancini ha commesso in parte lo stesso errore di Ventura, un po’ affidandosi eccessivamente ai suoi giocatori e un po’ caricando la sua figura di un ruolo non suo, quasi ad alfiere di un movimento italiano che si voleva riprendere il mondo non accorgendosi delle sue crepe.

Inoltre, entrambi i disastri delle due nazionali hanno finito per trascinare dietro di sé discorsi triti e ritriti sullo stato del movimento, sulla sua crisi, sulla mancanza di talenti o sul fatto che questi non giocano più da bambini. Eppure, basterebbe scorrere la lista dei giocatori che ha fatto l’ennesima brutta figura all’Europeo Under 21 per vedere che il talento c’è e al massimo è sotto o male utilizzato. Cercare di trovare una spiegazione a un movimento che produce centrocampisti capaci di fare i titolari nel Milan e di impattare con la Premier League in modo devastante come Tonali, di giocare nella Juventus come Miretti e Fagioli o che probabilmente lo faranno nella Lazio come Rovella. Senza poi citare due attaccanti come Scamacca e Raspadori, sacrificati sull’altare di Retegui che, per quanto valido, forse era semplicemente superfluo.

A questo punto, vedendo anche i risultati raggiunti dall’Under 20, finalista Mondiale, e dall’Under 19, campione d’Europa, viene da chiedersi se forse il problema delle nazionali italiane non sia tanto nel movimento che esprime poco talento ma nella direzione di chi questi talenti deve selezionarli e valorizzarli. La scelta di puntare su un profilo come quello di Spalletti potrebbe rivelarsi intelligente: l'ex allenatore del Napoli potrebbe rivitalizzare l'ambiente grazie anche allo status che ha assunto la sua figura oggi che è campione d'Italia, ma soprattutto garantirebbe una continuità tecnica con i migliori anni del ciclo di Mancini. Ma forse stiamo correndo troppo: in questo momento per l'Italia sarebbe una notizia anche soltanto riuscire ad avercelo, un commissario tecnico.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

  • Nasce a Roma nel 1999. Chimico e tifoso di Roma e Arsenal,
    dal 2015 scrive di calcio inglese e dal 2022 conduce il podcast Britannia. Apprezza i calzettoni bassi e il sinistro di Leo Messi.

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