
Considerazioni sparse post Sinner-De Minaur (6-4 6-1)
Dopo due finali perse, Sinner ha vinto il suo primo Master 1000 in carriera.
- Prima o poi doveva succedere. Noi non avevamo dubbi, e per noi intendiamo quelli che hanno preso posto sul carro Sinner anni fa, per poi osservare un andirivieni costante di occasionali e criticoni. Abbiamo orecchiato il suo nome quando cominciava, ampiamente minorenne, a fare stragi nei Challenger e l’abbiamo subito cercato - perché a quei tempi per vederlo dovevi proprio cercarlo, mica lo trovavi negli spot di Fastweb e Lavazza - perché uno che si chiama “Peccatore” merita fiducia incondizionata. L’abbiamo visto con quei suoi riccioloni bagnare un esordio pazzesco al Master 1000 di Roma e poi girare solingo per i Challenger americani prima di farsi battezzare da Grande Anima Stan Wawrinka agli Us Open. Ne abbiamo viste tante e di più, da questo carro spesso semivuoto. La sofferenza non è mancata per Sinner, ma nemmeno la fiducia;
- Il tennis intesse trame e incrocia destini fatti di corsi e ricorsi, occasioni e rimpianti. Così dall’altra parte della rete si trova Alex De Minaur; non sarà una rivalità da libri di storia ma ha contraddistinto tappe cruciali nell’epopea sinneriana. Ovviamente la finale del Next gen di Milano 2019, l’investitura ufficiale di Jannik, ma c’è dell’altro. Rovistando tra i precedenti (4-0 Sinner), troviamo altri turning point minori ma non troppo, come lo scontro del 12 novembre 2020 a Sofia, che ha aperto la strada al primo sospirato titolo Atp dell'altoatesino. Anche gli ottavi degli Australian Open 2022 hanno segnato un momento di svolta, l’ultima vittoria sotto la guida di Coach Piatti e la difficile decisione di cambiare, dopo la successiva serva sconfitta con Tsitsipas;
- Diciamolo subito: non è un match per esteti ma un braccio di ferro visibilmente condizionato dalla tensione. Ne nasce un primo set infarcito di break in cui Sinner va spesso avanti per poi dissipare il vantaggio a causa di una seconda di servizio poco efficace; De Minaur lotta come sempre e conquista per sfinimento gli scambi più lunghi mentre l’altoatesino resta padrone quando riesce a imporre la propria voce con poche accelerazioni imperiose. Jannik deve ringraziare la sua santa risposta se dopo 54 minuti può chiudere il primo parziale con il punteggio di 6-4, strappando per la terza volta il servizio all’avversario. Nel secondo set Jannik è più sciolto ed esplora nuove possibilità con qualche palla corta e qualche scherzo dei suoi con il rovescio lungolinea. Il break arriva come una conseguenza naturale e per la prima volta Jannik riesce a confermare il vantaggio, mettendo le mani sul match (4-1). Poi non lascia la presa, anzi spinge come un forsennato, si guadagna la possibilità di servire per il match, e chiude senza tremare più di tanto;
- Game, set, match. La gioia si mischia al sollievo, perché Sinner partiva favorito e in qualche modo pareva che non potesse permettersi un’altra sconfitta. Per uno strano paradosso, questo ragazzo era da molti derubricato come un incompiuto, un sopravvalutato, uno che sta per perdere il treno. Insomma, doveva dimostrare qualcosa. È follia, ma anche la follia fa parte della vita e soprattutto, parlando di tennis, sappiamo quanto conti la psiche e sì, con tutte le cautele del caso, questo era il momento, questa era l’occasione da non perdere. L’esultanza di Jannik è composta, non solo per il rapporto che lo lega a De Minaur, compagno di doppio in questo torneo. Sinner è felice, ha gestito la pressione nel modo migliore e ha fatto il proprio dovere, sfruttando il varco spazio temporale aperto nel tabellone. Vediamo il suo sorriso obliquo sotto la pioggia di coriandoli e ne percepiamo l’emozione frenata, perché è piuttosto evidente che questo traguardo non sia una fine ma solo un inizio;
- Cosa significa davvero questo Master 1000 di mezz’estate, arrivato nel silenzio come un fulmine a ciel sereno? Gli avversari sono stati buoni ma non eccelsi anche come momento e stato di forma (Berrettini, Monfils, Paul e De Minaur per tacere del forfait di Murray), in un tabellone aperto dalle dipartite precoci di Medvedev e Alcaraz, però le occasioni vanno sfruttate e Sinner l’ha fatto. C’è qualche parallelismo con l’ultimo Wimbledon, un’autostrada fino allo scontro con Nole: lì l’obbligo era arrivare in semifinale, qui addirittura sollevare il trofeo; sappiamo benissimo che nel tennis è molto difficile tenere fede alle aspettative e che la pressione può schiacciare chiunque, anche gente più scaltra e più forte di Sinner. Questa vittoria avrà due principali effetti: cresceranno sicurezza e fiducia da un lato, dall’altro l’asticella delle attese si alzerà, perché sopra il 1000 c’è soltanto lo Slam. In realtà non sarà facile né automatico, rimangono diversi nodi da sciogliere sul fronte Major. Molti fanno notare - e non a torto - che per vincere uno Slam bisogna per forza affrontare più top player in sequenza, mentre Sinner pare pagare eccessivamente lo sforzo di una singola battaglia (vedasi la finale di Miami, persa con le tasche vuote dopo la vittoria costosa con Alcaraz). Inoltre alcuni giocatori appaiono ancora ben difficili da battere, vuoi per l’esperienza vuoi per caratteristiche tecniche (tolto l’ovvio Nole, in cima a questa lista troviamo Medvedev, ma anche Tsitsipas, che viaggiano a velocità di crociera superiori, salvo cataclismi). No, uno Slam non è la stessa cosa. Ma "l’uomo di montagna" ha sollevato l’ottavo trofeo in carriera, ha raggiunto il sesto posto nel ranking Atp (quarto nella race) e sta ancora studiando. Il 16 agosto ne farà 22, il che significa che c’è tanto da imparare. Non sono ancora note le decisioni su un eventuale ritiro da Cincinnati ma di certo il mirino adesso è puntato sugli Us Open, vista anche l’ultima eliminazione ai quarti con relativo match point sprecato: cose che non si dimenticano.
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