I giocatori del Luton Town festeggiano la promozione in Premier League.
, 10 Agosto 2023

La rinascita del Luton Town


Gli Hatters debutteranno in Premier League al termine di una risalita durata quindici anni.

L’8 agosto del 2009 il Luton Town scende in campo in casa del Wimbledon; è la prima giornata del campionato 2009/10 della Conference Premier, la quinta divisione del calcio inglese, la prima fuori dal calcio professionistico. È una realtà insolita, alla quale nessuno dei due club è tecnicamente abituato. Il Wimbledon FC, infatti, ha militato per quasi trent’anni ininterrotti nelle divisioni professionistiche del calcio inglese prima che, nel 2003, la proprietà decidesse di trasferirlo a Milton Keynes – creando quindi gli MK Dons – e i suoi tifosi si trovassero costretti a rifondarla, ripartendo dalla nona divisione.

La storia del Luton, invece, ha un tono meno surreale ma non per questo meno deprimente per i suoi tifosi. Tutto origina nell'aprile del 2007, quando il presidente Bill Tomlins si dimette dopo l'apertura di un'indagine da parte della Football Association su dei pagamenti irregolari verso alcuni agenti. Questa notizia arriva a una squadra, allora nella Championship, già in forma tremenda e che pochi mesi prima aveva visto uno dei suoi difensori, Sol Davis colpito da un ictus durante una trasferta e che in generale era già ampiamente candidata alla retrocessione. Retrocessione che, puntuale, arriverà neanche dieci giorni dopo le dimissioni di Tomlins. Che sia successo qualcosa di grave si intuisce subito: nel novembre del 2007, per colpa dei debiti accumulati, la squadra finisce in amministrazione controllata e nell'aprile 2008 retrocede di nuovo.

Questo è il momento in cui tutto deflagra: nell'estate del 2008 l'indagine della FA si conclude con una penalizzazione di 10 punti che il Luton sconterà nella stagione 2008/09. Penalizzazione che diventerà di 30 punti – record per il calcio britannico – poco dopo, quando la Football League riscontrerà delle irregolarità nell'uscita dall'amministrazione controllata. La stagione del Luton, con un mercato fatto a stagione già iniziata per via dell'embargo posto sui trasferimenti da parte della Football League, è comunque straordinaria.

Gli Hatters raccolgono 56 punti, praticamente una salvezza tranquilla, se non fosse che la penalizzazione li rende appena 26, facendoli retrocedere per la terza volta in tre anni e, per la prima volta nella loro storia, fuori dal calcio professionistico. Mick Harford, allora allenatore del Luton, ricorda perfettamente il momento in cui la vittoria del Grimsby ha sancito la retrocessione: «L’ho scoperto alle cinque meno cinque. Ho guardato l’orologio nello spogliatoio e ho detto ai giocatori: “Ricordatevi questo momento: il 13 aprile alle cinque meno cinque. Questo è il momento in cui rinasce il Luton Town”».

Giocatori del Luton festeggiano il Football League Trophy 2008/09.

Nell'ultima stagione tra i professionisti, il Luton era anche riuscito a vincere il Football League Trophy, la coppa di lega per le squadre di League One e League Two. (Foto: Robbie G1)

Le parole di Harford non rimarranno vane: da quel momento il Luton rinasce veramente. Lo ha fatto prima molto lentamente, mettendoci cinque anni per tornare tra i professionisti, ma poi appena quattro per tornare in Championship e cinque per tornare in Premier League. A essere precisi, “tornare” in Premier League non è propriamente corretto: il Luton in Premier League non ha mai giocato. Ha votato a favore della sua creazione nel 1992, certo, ma è retrocesso proprio quell’anno, prima di potervi prendere parte. Alla fine, ci è riuscito grazie a un percorso di crescita continuo, un’eccezione per gli standard della Premier League e della stessa Championship.

La risalita del Luton è passata a lungo dalle mani di Nathan Jones, un ex giocatore gallese che negli anni Novanta era passato per qualche settimana dal club prima di andarsene in Spagna e poi farsi una carriera tra Brighton e Yeovil Town. Jones diventa allenatore del Luton nel gennaio 2016 dopo aver lasciato il suo posto da assistente di Chris Hughton proprio a Brighton. Al suo arrivo, trova una squadra in difficoltà, tornata due anni prima in League Two e che in quel momento stava cercando di difendere ancora una volta la categoria.

Da quel momento inizia una crescita praticamente costante: il Luton chiude la stagione 2015/16 all'undicesimo posto e quella seguente al quarto, perdendo al primo turno dei play-off contro il Blackpool. Quello degli Hatters è un trend costante, tanto che nella stagione 2017/18 la promozione in League One arriva senza neanche passare dai play-off. A segnare il gol promozione è Olly Lee, un centrocampista che il Luton aveva preso svincolato nel 2015, facendogli firmare inizialmente un contratto di quattro mesi.

In quella stessa stagione, Olly Lee aveva segnato questo gol da oltre 60 metri.

La prima stagione del Luton in League One dopo dieci anni ha un'incredibile somiglianza con quella appena conclusa in Championship. La squadra è in crescita e a metà stagione si trova in piena corsa per un possibile doppio salto in Championship. A gennaio, però, Jones decide di anticipare i tempi e tentare il salto da solo, firmando con lo Stoke appena retrocesso dalla Premier League. Al suo posto, il Luton richiama, ormai dieci anni dopo la retrocessione dalla League Two, proprio Mick Harford, che subentra come manager ad interim. I risultati di Harford sono però talmente positivi – vince cinque delle prime sei partite – che la società lo conferma. Quella del Luton si rivela una scelta visionaria: a fine stagione la squadra viene promossa in Championship vincendo il campionato e Harford lascia la panchina con il premio di manager dell'anno della League One.

Al tempo stesso, l’esperienza di Nathan Jones allo Stoke è un disastro: delle 21 partite rimanenti nella sua prima stagione ne vince appena 3. Non va troppo meglio nella stagione seguente, in cui, nonostante un restyling profondo della rosa, la media delle vittorie rimane praticamente la stessa. A novembre 2019, quindi, lo Stoke decide di licenziarlo, dopo due vittorie in 14 partite. La storia del Luton però ha un qualcosa di ciclico in molti suoi aspetti: infatti, da neopromossa in Championship, la squadra fatica enormemente e quando il campionato viene sospeso per la pandemia, si trova in zona retrocessione a 10 punti dalla salvezza, e durante lo stop la società decide di mettere alla porta l'allenatore Graeme Jones. La svolta arriva a fine maggio quando, con i campionati prossimi al ritorno, il Luton annuncia di aver richiamato proprio Nathan Jones.

Come accaduto quattro anni prima, l'arrivo del gallese in panchina segna una svolta immediata: nelle ultime nove partite della stagione, il Luton ottiene 16 punti, recuperando tutto il margine sulla salvezza e confermando la permanenza in Championship per la prima volta dal 2006.

Il peso di Nathan Jones sul gruppo del Luton lo ha spiegato bene Sonny Bradley, ex difensore del club: “È arrivato portando forze fresche. Non abbiamo giocato benissimo ma abbiamo ottenuto i risultati e la salvezza è stato un traguardo incredibile”. Tutti i giocatori che hanno lavorato per lui nel Luton ne parlano, effettivamente, come una figura molto coesiva, che sa interfacciarsi bene con i giocatori quasi come un Antonio Conte delle serie inferiori inglesi. Proprio come l’ex allenatore della Juventus, Jones ha sofferto un contesto disfunzionale – nello specifico quello dello Stoke – ma ha saputo crearne uno incredibilmente solido e funzionale a Luton.

Quello che più fa impressione del percorso del Luton negli undici anni che separano l'esordio contro il Wimbledon in Conference Premier dalla salvezza in Championship, è che in questo periodo il Luton non ha mai dovuto fare i conti con una retrocessione. Il progetto tecnico messo in piedi dalla cordata che ha rilevato il club nel 2008 è stato segnato da una crescita sempre costante per quanto a tratti lenta. Un trend che si è confermato anche nelle stagioni seguenti, con una salvezza molto più tranquilla nel 2021 e la qualificazione ai play-off per la promozione in Premier League nel 2022.

Un'identità chiara

La crescita del Luton ha trovato poi una legittimazione piena proprio nell'estate del 2022 quando, come confermato anche dal centrocampista Allan Campbell in un’intervista a The Athletic, la squadra si è presentata all'inizio della stagione con l'obiettivo condiviso del ritorno in Premier League. Il percorso che ha portato la squadra a competere per raggiungere il campionato più ricco del mondo è stato un progetto fortemente identitario, che nei principi di Nathan Jones ha trovato una sua espressione ben codificata a tutti i livelli della piramide calcistica.

Principi, questi, che non sono stati derogati nemmeno nel momento di costruire la squadra che avrebbe lottato per la Premier League. Il Luton si è costruito su tanti moduli diversi ma sempre sugli stessi principi di gioco. Jones ha impostato la sua fase di non possesso su un blocco medio, con un pressing estremamente intenso – è stata una delle squadre con il più basso valore di PPDA, che implica quindi un recupero molto veloce del pallone – e l'uso della zona centrale del campo come zona prediletta per recuperare il pallone. In possesso il Luton è invece molto diretto, con i centrali e il portiere che cercano spesso i due giganteschi centravanti Elijah Adebayo e Carlton Morris – quest'ultimo acquistato nel 2022 per £1.3 milioni, allora cifra record per il club.

Il gol con cui il Luton ha inchiodato il Derby County nel febbraio 2022 nasce proprio da un lancio diretto sulle punte e seguente attacco della seconda palla.

Il Luton di Jones, però, cessa di esistere verso la fine del 2022, quando la squadra è a un paio di punti dalla zona play-off. Poche settimane prima della pausa per il mondiale, il Southampton decide infatti di licenziare Ralph Hasenhuttl e proprio in Nathan Jones individua suo erede ideale. Il Luton si trova quindi costretto a intervenire e già alla pausa sulla panchina del club c’è un altro gallese, il quarantenne Rob Edwards.

La storia di Edwards si sovrappone in modo quasi perfetto con i momenti della storia recente del Luton: è diventato allenatore quando il Luton stava lottando per tornare in League Two; ha esordito in Championship come manager ad interim del Wolverhampton – sostituendo per giunta Walter Zenga – quando Jones è diventato manager del Luton e, infine, ha conquistato la sua prima promozione – dalla League Two con il Forest Green Rovers – quando il Luton di Jones è arrivato a giocarsi i play-off nel 2022. Nell'estate del 2022, come Jones, anche Edwards aveva provato il salto immediato di categoria, firmando con il Watford per cercare di riportare la squadra in Premier, salvo poi venir licenziato dopo dieci partite deludenti. A novembre, quindi, il Luton, che con il Watford vive una rivalità storica, ne approfitta e lo sceglie per sostituire Jones.

Sul piano tattico, il Luton di Edwards non ha grandi novità rispetto a quello di Jones: giustamente l’ex mananger del Watford decide da subito di non intaccare troppo un sistema già molto funzionale e che aveva di fatto indirizzato la costruzione dell'intera rosa. Su questo impianto, però, Edwards riesce ad aggiungere qualche concetto in più in termini di riaggressione – sfruttando anche la grande intensità dei suoi giocatori, già mostrata in passato – e di occupazione degli spazi. Il Luton che affronta il finale di stagione, quindi, è ancora una squadra molto britannica, molto intensa e votata a un gioco diretto; ma ha anche elementi di modernità, è capace di creare occasioni pure facendo circolare il pallone e non solo alzandolo ripetutamente e ossessivamente.

Il Luton di Edwards costruisce occasioni usando molto la verticalità ma giocando anche più sul corto, come si vede nel secondo gol contro l'Huddersfield nel gennaio 2023.

Dall’arrivo di Edwards, il Luton recupera tutto il terreno perso nelle prime giornate: in 24 partite raccoglie 49 punti, arrivando al terzo posto in classifica e qualificandosi per i play-off con quattro giornate di anticipo.

Nel frattempo, invece, Nathan Jones viene licenziato di nuovo, con il Southampton ormai avviato alla retrocessione dopo una sola vittoria in Premier League in 8 partite ma, curiosamente, pure una semifinale di Coppa di Lega raggiunta eliminando il Manchester City. Non va tanto meglio al Watford, che dopo aver licenziato Edwards si ritrova a fare un campionato di metà classifica, mancando anche la zona play-off nonostante una rosa tra le più forti del campionato – con, tra gli altri Ismaila Sarr, Joao Pedro e Ken Sema.

Un percorso sano

Il percorso del Luton verso il ritorno in prima divisione è stato un percorso segnato da alcune rivincite ma anche e soprattutto da mosse attente e ben ragionate. Tra le ventiquattro squadre della Championship, il Luton ha il ventunesimo monte ingaggi – circa 7 milioni di sterline – e tra i titolari di riferimento, solo Marvelous Nakamba e Cody Drameh, entrambi arrivati in prestito a gennaio, hanno delle modeste esperienze in Premier League. Il Luton, insomma, è quasi un glitch nel sistema: così come lo è il Coventry, suo avversario nella finale dei play-off di Championship e che, tra le altre cose, è proprio una delle tre squadre con un monte ingaggi minore di quello degli Hatters.

In questo contesto si capisce perché proprio l’allenatore del Coventry, Mark Robins, abbia definito questa una finale “romantica”. Perché ci sono arrivate due squadre con risorse economiche modeste, che nel loro percorso hanno eliminato due squadre dal peso storico ben più grande, come Sunderland e Middlesbrough, e che cinque anni prima erano ai margini del calcio professionistico inglese. Il percorso che ha portato il Luton a quella finale e quindi alla Premier League si è basato quasi totalmente sulla sua identità tattica: la rosa di Edwards non ha, appunto, grandi nomi spendibili per il livello della Premier ma forse neanche per la Championship. Tuttavia, con un collettivo solido e un'identità chiara, il Luton ha messo dietro di sé squadre molto più ricche di talento ma al tempo stesso anche molto più dissestate a livello finanziario – Watford e West Bromwich su tutte.

La sua compattezza si è vista in modo chiaro nei momenti iniziali della finale dei play-off, quando Tom Lockyer, capitano e miglior difensore della squadra, è stato portato fuori per un malore e trasferito di corsa in ospedale. Un episodio del genere avrebbe potuto far crollare le certezze della squadra ma non lo ha fatto. “Dopo averlo visto uscire così, i giocatori hanno mostrato una grande forza mentale”, ha detto Edwards dopo la partita, scoppiando in lacrime quando i giornalisti di Sky gli hanno mostrato la foto di Lockyer che festeggiava la vittoria dal letto dell’ospedale.

Le parole di Edwards si spiegano bene con quanto successo dopo l’uscita di Lockyer. I suoi compagni si riuniscono in cerchio e riprendono a giocare con la loro solita intensità, tanto che dopo neanche un quarto d’ora dall’interruzione, il Luton segna proprio con un’azione tutta in verticale tipica della squadra di Edwards. Doughty, infatti, lancia in verticale dal lato sinistro della propria area. Adebayo si allarga verso sinistra e, quando il pallone sta per uscire, lo recupera facendo un sombrero al centrale, Kyle McFadzean, che era scalato su di lui, se la ritocca per tornare sull’esterno e arriva al limite dell’area, dove manda a terra il povero McFadzean con una Ronaldo chop e appoggia per l’arrivo del centrocampista Jordan Clark. A Clark basta quindi allungarsi la palla per aggirare l’intervento dell’altro centrale, McNally, e scaricare il suo sinistro in porta.  

Il gol del Luton è strameritato e per tutta la seconda metà del primo tempo la partita sembra essere pienamente in mano degli Hatters. Le sponde di Morris e Adebayo sembrano ingestibili per il Coventry e proprio i due centravanti sfiorano il secondo gol intorno alla mezz’ora. In teoria riuscirebbero anche a trovarlo, grazie a un tiro sporcato di Doughty che entra dopo una serie di rimpalli, ma Adebayo la tocca di mano – o meglio, Callum Doyle, il terzo centrale, gliela rinvia sulla stessa – e il gol viene annullato.

Tanto positiva è stata la partita del Luton che, alla fine, il Coventry riesce a pareggiare grazie a un bellissimo gol di Gustavo Hamer; lo stesso Edwards, nel post partita, ammetterà di aver pensato in quel momento che semplicemente non fosse aria. Per sua fortuna, però, le sue sensazioni erano sbagliate: una volta arrivati ai rigori, il Luton riuscirà a imporsi, certificando la felice chiusura di un percorso durato quasi quindici anni.

Il debutto del Luton in Premier League e la marea di liquidità che questo porterà con sé si presenta quindi come il giusto premio per un progetto ambizioso, costruito con un contesto sano e funzionale che è raro da trovare nelle serie minori inglesi. Ad aver vissuto tutta la scalata sin dall'inizio è rimasto un solo giocatore, il giamaicano Pelly-Ruddock Mpanzu, arrivato dalle giovanili del West Ham con la squadra in Conference Premier e che al suo esordio in PL diventerà il primo calciatore in grado di giocare in tutte le prime cinque divisioni inglesi con lo stesso club. “Penso di aver completato il calcio. Ora posso ritirarmi”, aveva detto, scherzando, dopo la promozione.

Quello che più ha impressionato del percorso di Mpanzu, però, è che il suo livello è cresciuto insieme a quello di tutta la squadra, adattandosi gradualmente a tutti i campionati sino ad arrivare, quasi trentenne, a essere un centrocampista di spessore in Championship e a essere uno dei giocatori più forti del Luton. Chiaramente, tutto il percorso del Luton è quasi miracoloso per le svolte che ha saputo trovare nei momenti più difficili ma ci dice anche il gap tecnico tra le serie inferiori inglesi non è ancora totalmente insormontabile per chi arriva dal basso. Non lo stesso si può dire del salto tra la Championship e la Premier League, dove molte squadre hanno dovuto investire centinaia di milioni per adeguarsi e lottare per la salvezza. Il Luton, in misura molto minore, ha operato in modo simile: ha già polverizzato più volte il suo record di spesa e acquistato otto giocatori, spendendo in totale quasi 20 milioni di euro.

Quello dei giocatori però non è il tema più importante nel breve termine. Come prima cosa, la dirigenza ha già dovuto investire 10 milioni di sterline per ristrutturare lo stadio e renderlo adeguato alle regole della Premier League. Il vecchio Kenilworth Road, infatti, è uno stadio microscopico, senza una tribuna e incastrato – letteralmente – tra le case del quartiere, con i lavori di ristrutturazione che erano stati programmati già quando la squadra si è qualificata per i play-off. Di questo stadio, inevitabilmente, si è parlato molto. Lo si è iniziato a fare quando si è paventata la possibilità che diventasse uno stadio di Premier, ma anche quando un tifoso è riuscito a tirare un pugno a Diallo del Sunderland durante la scorsa semifinale dei play-off.

Per rendere l’idea di quanto, effettivamente, lo stadio sia piccolo.

Sul tema, il CEO Gary Sweet si è espresso molto chiaramente: in un’intervista a The Athletic si è detto convinto che Kenilworth Road sarà una risorsa da sfruttare in Premier. Si è anche lamentato dei meme che hanno accompagnato le immagini dello stadio sui social, in particolare dell’ingresso al settore ospiti, che passa all’interno dei cortili delle case circostanti, come a rivendicare – giustamente – la sua identità: “Haaland non entrerà da lì. Entrerà da uno degli altri schifosi ingressi che abbiamo. Qua non ci sono grandi ingressi. Accettatelo”. Purtroppo però, l'auspicio della dirigenza di vedere lo stadio pronto per la nuova stagione è già stato deluso, visto che i lavori sono ancora in corso e hanno costretto il Luton a chiedere il rinvio dell'esordio casalingo contro il Burnley, previsto per il 19 agosto.

Ciononostante, vedere il Luton e il suo stadio in Premier League servirà a ricordare a tutti che nel calcio ancora esistono progetti sportivi sani, solidi e funzionali. Qualcosa di ancora molto raro in Europa e ancor più in una realtà, quella della Championship, dove la qualità della programmazione è finita spesso vittima della smania dei club di mettere rapidamente le mani sui soldi della Premier League.


  • Nasce a Roma nel 1999. Chimico e tifoso di Roma e Arsenal, dal 2015 scrive di calcio inglese e dal 2022 conduce il podcast Britannia. Apprezza i calzettoni bassi e il sinistro di Leo Messi.

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