, 8 Agosto 2023

Héctor Bellerín, molto più di un calciatore


Una persona abituata a esporsi su temi sensibili, come ambiente, capitalismo e diritti civili.

Nelle ultime settimane la scena politica spagnola è stata egemonizzata dalle elezioni generali. Svoltesi il 23 luglio per volontà dello stesso Pedro Sánchez – sconfitto nelle amministrative di maggio - le elezioni si presentavano come tra le più polarizzate nella storia di Spagna, con l’eterno duello fra PSOE e PP. La novità di questa tornata elettorale è stata la presenza e il peso che gli analisti hanno attribuito a Vox, partito neofranchista e ultraconservatore, molto vicino a Fratelli d’Italia, che per la prima volta nella sua storia avrebbe potuto contare su una percentuale di voti capace di convertirlo nell’ago della bilancia al momento di formare il nuovo governo. 

Le elezioni hanno avuto un esito sorprendente per quanto riguarda i partiti “minori”. Infatti, se l’esito generale ha rispecchiato quasi totalmente le previsioni, con il PP vincente ma impossibilitato a formare un nuovo governo e il PSOE appena dietro, ciò che ha stupito di più è stato proprio il risultato di Vox, che ha ottenuto il 12.3 % – nel 2019 aveva superato il 15% – perdendo diciannove seggi fra senato e parlamento.

Al momento molti analisti reputano improbabile la formazione di un governo, e si potrebbe quindi tornare alle urne già in autunno in un contesto particolarmente delicato per la Spagna, che a breve inaugurerà il suo semestre di presidenza al Parlamento Europeo. 

Il modo “più semplice” per formare un governo senza ricorrere di nuovo al voto sarebbe quello di un governo con il PSOE appoggiato dai partiti indipendentisti baschi e catalani, fra cui Junts, il partito di Carles Puigdemont che, dopo il referendum per l'indipendenza dell'ottobre 2017, è fuggito in Belgio per evitare l'arresto. Nonostante l'esilio di Puigdemont potrebbe terminare per via del mandato di cattura internazionale sulla sua testa, il suo partito non ha chiuso totalmente ad un governo Sánchez, pur non avendo neanche formalizzato le condizioni per cui supporterebbe un tale esecutivo.

Tra le varie opzioni ci sarebbe quello di offrire un appoggio al governo in cambio dell'indipendenza della Catalogna ma questo scenario è improbabile per vari motivi; d'altronde è estremamente improbabile che un governo spagnolo si regga, o riesca a reggersi, sulla fiducia data da un partito che con l’indipendenza non farebbe più parte delle istituzioni spagnole; più verosimile è una richiesta di amnistia che cancellerebbe il mandato di cattura di Puigdemont per i fatti del 2017: qualora si verificasse questo scenario sarebbe quasi impossibile per Sánchez giustificarsi di fronte ai cittadini spagnoli e alle opposizioni, stessa sorte che peraltro toccò a Zapatero quando – nel 2005 – intraprese i dialoghi con gli indipendentisti baschi dell'ETA

Lo sport spagnolo ha preso parte

Queste elezioni sono state caratterizzate da un alto grado di polarizzazione fra sportivi, personaggi famosi e calciatori. Per esempio, il torero Vicente Barrera è stato candidato – e poi eletto – a vicepresidente della Generalitat Valenciana con Vox. Anche una vecchia conoscenza della Serie A come Pepe Reina non ha mai fatto mancare il suo appoggio ad Abascal, leader di Vox, nella sua anacronistica lotta per creare una Spagna centralizzata e xenofoba. Al contrario, Piqué – per esempio – si è sempre speso in prima persona per l’indipendenza della Catalogna facendo campagna elettorale attiva già a partire dal referendum del 2017.

Questa volta, però, il tema centrale delle elezioni non è stato tanto l’indipendenza di Catalogna o Paesi Baschi quanto la spaccatura che si è creata in merito ai diritti civili e alle questioni economiche, come per esempio l’emergenza abitativa o il salario minimo. Se da una parte il blocco progressista si è speso per il mantenimento e il miglioramento del salario minimo, per leggi contro la violenza di genere e il femminicidio sempre più forti e per un messaggio di tolleranza e rispetto verso qualsiasi espressione della propria sessualità, i conservatori hanno spinto molto sul tema immigrazione che – secondo Vox in particolare – renderebbe le città spagnole sempre meno sicure, arrivando al punto di negare l’esistenza stessa della violenza di genere e cercando di cancellare tutti i progressi fatti sul piano dei diritti civili dalla Spagna dal 2004 ad oggi. 

Vicente Barrera, torero e ora vicepresidente della Comunitat Valenciana.
Vicente Barrera si è presentato come "rappresentante di tutti i valenciani".

Anche su questi temi la società e lo sport spagnolo si sono spaccati. All’indomani delle elezioni, per esempio, Dani Parejo ha pubblicato una story su Instagram dai toni patriottici nella quale metteva in dubbio l’esito delle elezioni, il tutto corredato da inno e bandiera spagnola. Altri giocatori hanno utilizzato i social network per sensibilizzare e mobilitare i loro follower, il caso più eclatante è stato quello di Héctor Bellerín.

Il terzino destro, recentemente tornato al Betis dopo due esperienze non felicissime al Barcellona e allo Sporting Lisbona, ha pubblicato una storia nella quale invitava a votare contro l’odio ed in favore del progresso, dell’uguaglianza e dei diritti umani. Se nel caso di Parejo questo interessamento alla politica può scaturire dal contesto polarizzato che si respirava in Spagna poco prima e appena dopo le elezioni, il messaggio di Bellerín è sincero e fa parte di un discorso più ampio che l'esterno catalano porta avanti ormai da diverse stagioni.

Un calciatore impegnato

Nato a Calella ma cresciuto a Barcellona, Bellerín è stato per diverse stagioni uno dei migliori terzini destri d’Europa, capace di raggiungere picchi di velocità elevatissimi e con un ottimo piede per i cross e la costruzione. Wenger, che lo ha voluto all'Arsenal quando aveva poco più di sedici anni, ha sempre puntato tantissimo sul catalano al punto di farlo debuttare appena diciottenne contro il WBA. Bellerín ricorda quel giorno così: “Mi sono scaldato per oltre novanta minuti e nei supplementari ho visto Mikel (Arteta) con un crampo. Quando Wenger mi ha chiamato per dirmi che lo avrei sostituito come centrocampista gli ho riso in faccia ma lui tutto serio mi ha intimato di cambiarmi e una volta entrato mi ha solo chiesto di non perdere mai il possesso di palla e di ascoltare le indicazioni dei centrali difensivi”.

Arsene Wenger e Héctor Bellerín durante un allenamento all'Arsenal.

Con il passare del tempo – e dopo una stagione in prestito al Watford – Bellerín diventerà uno dei fedelissimi di Wenger, che non potrà praticamente mai fare a meno di lui sulla fascia destra, arrivando a fargli disputare 162 partite (delle 239 totali) con i Gunners. Bellerín attribuisce proprio al tecnico francese tutti i miglioramenti nel suo gioco e nel suo modo di intendere il calcio dentro al campo. Fuori dal rettangolo verde, invece, quando gli chiedono cosa lo ha plasmato come essere umano Bellerín non dubita un secondo: “Sono stati i dieci anni che ho vissuto a Londra; la possibilità di vedere così tanta gente libera di esprimersi senza paura del giudizio altrui ha senza dubbio influito sulla mia visione del mondo”. 

Grazie a questa esperienza, alle sue propensioni e alla voglia di scoprire sempre cose nuove Bellerín ha formato una personalità che ancora oggi lo qualifica come “il calciatore meno calciatore del mondo”. Per esempio, a Londra Bellerín ha avuto la possibilità di sviluppare a 360º la sua passione per la moda sfruttando il suo background familiare. Quando gli chiedono il perché di questa passione per la moda Bellerín parla sempre di sua madre e di sua nonna – sarte – grazie alle quali è cresciuto in un ambiente sempre pieno di modelli, macchine da cucire e tessuti, che hanno fatto si che da adulto fosse scelto da brand come H&M e EA Sports per disegnare collezioni reali e virtuali e da Louis Vuitton per sfilare in passerella durante la settimana della moda di Parigi.

Questa propensione per l’estetica non abbandona Bellerín nemmeno quando si tratta di calcio, come ha dimostrato in più occasioni nella sua esperienza betica. Amante delle maglie da calcio, soprattutto retrò, il terzino non ha perso occasione per sfoggiare alcuni pezzi che farebbero invidia a qualsiasi collezionista. Per esempio, in occasione della parata celebrativa per la Copa del Rey 2021/2022 lui, Aitor Ruibal e Borja Iglesias hanno indossato rispettivamente la maglia di Kowalczyk, Caña e Denilson. “Volevamo omaggiare delle leggende del club e la festa per la Copa ci sembrava una buona occasione”, dirà il terzino spagnolo per motivare questa scelta. Nonostante la passione per la moda accompagni Bellerín fin da bambino, il calciatore non ha fatto mistero di come abbia cambiato radicalmente approccio verso il consumo di vestiti ed abbigliamento.

Non appena passato in prima squadra all’Arsenal Bellerín ricorda come la prima cosa che abbia acquistato sia stato un necessaire di Gucci, “lo avevano tutti e senza quello non mi sentivo un vero calciatore, adesso se ci ripenso mi viene da ridere” è il commento che fa quando gli chiedono come mai abbia cambiato visione rispetto alla moda. Gli piace comprare vestiti di seconda mano. "Sono due anni che non compro vestiti nuovi”, ricorda quando gli chiedono del suo stile. "Perché così puoi creare nuovi stili mischiando pezzi vintage e moderni e non gravando così tanto sull’ambiente." 

Héctor Bellerín, Borja Iglesias e Aitor Ruibal durante la parata per la vittoria in Copa del Rey nel 2022.

La moda non è l’unico ambito che Bellerín vive con più consapevolezza rispetto al passato. Da ormai cinque anni è convintamente vegano: “Una scelta che mi ha cambiato la vita, ora ho più energie, recupero molto più velocemente fra una partita e l’altra." Questa scelta non ha implicazioni solo private per Bellerín che, infatti, appena può sensibilizza su un consumo alimentare consapevole e contro agli allevamenti intensivi. Anche in questo caso Bellerín ha portato la sua nuova consapevolezza all’interno del calcio: è diventato azionista del Forest Green Rovers, squadra di quarta serie inglese che gioca le sue partite casalinghe in uno stadio completamente realizzato in legno e che mostra molta attenzione ai temi ambientali. Per sostenere questo progetto virtuoso, Bellerín ha investito circa 250mila sterline per acquisire il 2% del club.

Anche questa volta Bellerín ha trovato nella Gran Bretagna un terreno fertile per il suo messaggio ma la sua esperienza oltremanica non è stata sempre idilliaca. Il momento più difficile in campo è stato nel gennaio 2019 quando, contro il Chelsea, Bellerín si è rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro ed è stato costretto a fermarsi per otto mesi. Anche in questa occasione, però, Bellerín ha saputo utilizzare le circostanze per sensibilizzare sulla salute mentale.

Attraverso un documentario di otto episodi presente sul suo canale YouTube, ha parlato delle conseguenze psicologiche di un infortunio così duro, della riabilitazione e della paura di non riuscire a tornare quello di prima. La forza di questa produzione è la completa mancanza di filtri fra il protagonista e chi lo guarda: un viaggio umano più che sportivo, nella psiche di un atleta di primo livello che, per la prima volta, scardina la leggenda dell’atleta indistruttibile e inscalfibile fisicamente e mentalmente. 

Dieci anni fa Quique Peinado pubblicava “Futbolistas de izquierdas”, un libro nel quale racconta brevemente le storie di calciatori schierati – più o meno – a sinistra. Se il libro uscisse oggi, di fianco a Oleguer e Socrates ci sarebbe sicuramente Bellerín, che si sta affermando come il calciatore simbolo della classe media. Come nuovo modello di sportivo e di uomo. Di fronte all’opulenza di Cristiano Ronaldo, Bellerín risponde con un discorso molto più realista, tenendo bene a mente che chi ha di più deve contribuire affinché tutti vivano degnamente. In un’intervista ad Ara ha dichiarato: "Noi calciatori dovremmo pagare più tasse di tutti, coi soldi che guadagno io non posso permettermi di pensare solo alla mia cerchia ristretta ma devo contribuire per tutta la società; tutti noi calciatori dovremmo essere i primi a voler contribuire alla stabilità della società nella quale viviamo." 

Sempre parlando di cosa significhi essere calciatore nel 2023, Bellerín pone l’attenzione sulla disumanizzazione che questo mestiere comporta: “Di questo passo giocheremo 200 partite per stagione. Io potrei risolvere questo problema andandomene a giocare in una squadra di terza divisione ma come professionista voglio sempre competere al livello più alto e farlo alle migliori condizioni possibili. I padroni del calcio dovrebbero pensare di più ai tifosi ma anche a noi che scendiamo in campo”. 

Il messaggio più rivoluzionario di Bellerín ha a che fare con i diritti civili. Schierato nella parte dello spettro politico che possiamo definire progressista, Bellerín fa un discorso di tolleranza e cerca di porre le basi per una nuova mascolinità, osteggiata da un ambiente calcistico ancora molto machista e retrogrado. Sotto questo aspetto non è il solo a mostrare interesse fra i giocatori del Betis: proprio Aitor Ruibal e Borja Iglesias hanno giocato spesso con lo smalto alle unghie. Quest’ultimo è anche stato protagonista di una campagna di sensibilizzazione contro l’omofobia. Ciò che i tre vogliono fare è promuovere una figura moderna del calciatore, lontana dagli stereotipi ultra-competitivi del passato, e soprattutto far capire che un calciatore è un essere umano completo, che vive e osserva il mondo a 360º.

Per questo appena possono parlano di moda, arte, fotografia, musica, tatuaggi, per far capire che se la società è cambiata e sta evolvendo verso nuovi modelli espressivi sempre meno incasellabili, anche il calcio dovrebbe andare di pari passo e non fossilizzarsi sul modello del calciatore anni '80/'90. Quando Bellerín parla degli insulti sessisti ricevuti in Inghilterra per via dei capelli lunghi, non lo fa per aumentare il suo ego o per appuntarsi la medaglia di martire del progressismo al petto; lo fa per dimostrare come un dettaglio così insignificante come la pettinatura possa ancora essere motivo di scherno nel mondo del calcio – che altro non è che il mondo reale in piccolo. Lo stesso vale per le unghie di Borja Iglesias o i tatuaggi di Aitor Ruibal, che insieme a lui si battono per questi temi. 

Borja Iglesias del Betis Siviglia si fa mettere lo smalto alle unghie.

Bellerín e compagni si stanno staccando sempre di più dall’idea di calciatore "classico", un’idea che di per sé è fallace in quanto concepisce tutti i calciatori come fossero un’unica entità. Pupazzi capaci di esprimersi – poco – solo su ciò che avviene dentro il campo, per poi diventare muti davanti a temi che esulano il terreno di gioco – a meno che non si tratti di accodarsi al massiccio e surreale movimento di difesa di Benjamin Mendy dopo la sua assoluzione – ma che sono fondamentali per il progresso dello sport e della società. Raramente sentirete Bellerín parlare di come difendere su un calcio d’angolo, di come tenere la linea o di come far ripartire l’azione con un lancio lungo la fascia laterale, ma sicuramente varrà la pena ascoltare ciò che ha da dire su tutto il resto.


  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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