Elisa Bartoli dell'Italia seduta a terra dopo il gol decisivo del Sudafrica che ha eliminato le azzurre dal mondiale.
, 3 Agosto 2023
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L'eliminazione dell'Italia ci ha detto molte cose


Soprattutto su cosa non ha funzionato intorno alla Nazionale.

Si può trovare qualcosa di ancor più spiacevole in un'eliminazione da un mondiale già di per spiacevole per come si è materializzata? La risposta è affermativa e sta nel fatto che, ancora una volta, ha finito per foraggiare i più tragicomici istinti reazionari dell'opinione pubblica sul calcio femminile, riassumibili nell'immancabile sentenza "contro una squadra maschile di Serie C avrebbero perso 7-0". Una frase semplicemente inconcepibile per tutti quegli sport, praticati a livello agonistico, dove non esiste una disciplina mista – e il calcio, non sorprendentemente, non fa eccezione. Perché mai la nazionale femminile dovrebbe giocare contro una squadra random di turno della Serie C? Perché dovrebbe fissare il suo livello rispetto ad un club di basso professionismo maschile? Ma soprattutto, in che modo questo sarebbe relativo all'eliminazione dell'Italia dal Mondiale femminile? Non ci risulta che la sconfitta per 3-2 contro il Sudafrica sia maturata contro la nazionale maschile del paese africano.

Diventa faticoso parlare di sport così. Quindi, per puro vezzo, facciamo un'ultima digressione sui commentatori. Tipo, mi ha fatto ridere amaro un commento dove l'autogol di Orsi, un retropassaggio al portiere nello specchio, sia stato definito "roba che non si vede in Serie D". E subito mi è venuto in mente quel famoso Parma-Milan 4-5 di quasi un decennio fa, con due espulsi, un gol incredibile di tacco firmato Menez e un'autogol di De Sciglio pressoché identico per dinamica, con Diego Lopez che dopo aver sbagliato lo stop si accascia per un infortunio che tanto fece parlare. Ma poi come non pensare a Consigli e Padelli che si calciano in porta; a Pau Lopez che in un derby litiga con la traversa o Goicoichea che respinge nella propria rete un cross dal fondo; e che dire della finale dei Mondiali (maschili) 2018, gara aperta da Mandzukic con un chirurgico colpo di testa ma nella porta sbagliata, e chiusa nel punteggio sempre dall'ex Juve grazie alla papera di Lloris. Insomma, non mi pare che serva scendere in Serie D per vedere comiche simili.

Un tipo di errore che non ha risparmiato neanche un ex difensore della Nazionale (maschile) e il suo attuale portiere, per esempio.

Non è un problema del movimento

di Federico Castiglioni

Detto ciò, possiamo andare oltre questo classico zuppone post-disastro venato di pregiudizio, che mette insieme calcio femminile in generale, Nazionale e campionato – tutte cose che, con toni diversi, si sentono anche per il maschile, ricordate il "campionato scarso" e "Crespo oggi farebbe 40 gol"? – come se non fossero tre entità ben diverse, per quanto comunicanti. E andando oltre resta l'oggettiva delusione per il breve percorso dell'Italia in Australia-Nuova Zelanda. Perché, nonostante le premesse non fossero affatto buone, il livello tecnico del nostro girone, e in particolare di Sudafrica e Argentina, rendeva comunque concreta la possibilità di agguantare gli ottavi.

Sarebbe riduttivo ricondurre il tutto ad un unico fattore, soprattutto a quello del gap fisico e tecnico di cui soffrirebbero le azzurre. Intanto si deve partire dal clima negativo, dentro e intorno alla spedizione azzurra per inciso quasi ignorata dalla Federazione che pur tanto aveva sbandierato certi suoi meriti "politici" sulla professionalizzazione del campionato. Clima che stagna sulla Nazionale da almeno un anno, dall'eliminazione ai gironi di Euro 2022 e relativo semestre bianco – ma lungo dodici mesi – dell CT Bertolini. CT che al termine del torneo continentale – e con la qualificazione al mondiale già assicurata – si è ritrovata in un'evidente contraddizione: avviare, con ritardo, il "cambio generazionale" del gruppo azzurro che era arrivato ai quarti del Mondiale di Francia 2019 e farlo senza una prospettiva temporale più ampia di quella data dal Mondiale di quest'anno.

Beninteso, quello del ricambio del gruppo non è stato l'unico problema per l'Italia. E nemmeno il fatto che, probabilmente, anche Bertolini sarebbe, da prima, dovuta rientrare nel processo di "rottamazione" da lei avviato. Anzi, la gestione di questo ricambio sembra aver acuito difficoltà e vecchie ruggini. L'esclusione di Sara Gama dalle convocate e la retrocessione di Girelli – pur nominata nuova capitana – nelle gerarchie dell'attacco hanno lasciato la sensazione non bella di regolamento di conti finale, piuttosto che di apertura a una nuova linea verde tra le ragazze. E l'unico risultato è stato quello di minare ulteriormente le certezze della squadra, per cui l'assenza dei riferimenti tecnici si è tradotta in campo con una costante ansia nella giocata, un senso di paura facilmente percepibile.

Il rettangolo verde ha mostrato soprattutto questo delle azzurre, qualcosa che va ben oltre i limiti tecnici a cui, ribadiamo, è difficile appellarsi rispetto a Sudafrica e Argentina. Paure e incertezze, unite alla mancanza di una benché minima "rete di protezione"; di un sistema di principi di gioco rodato e assimilato. La mancanza di riferimenti solidi, di soluzioni offensive e difensive base in grado di valorizzare pregi e minimizzare difetti delle calciatrici, tutto questo ha rimesso a nudo quella sensazione di squadra messa in campo allo sbando, dove curiosamente ma non troppo a perdersi è stata soprattutto la "vecchia guardia", mentre sono riuscite comunque a farsi valere le giovanissime come Dragoni.

A livello di prestazioni, il sovrapporsi di questi fattori ha determinato più di tutto l'eliminazione delle azzurre. Tanto per tornare ai parallelismi, quella dell'ormai ex Nazionale di Bertolini è una situazione che molto ricorda quella delle più o meno recenti gaffe delle nazionali maschili, dai due mondiali non giocati dalla Nazionale maggiore all'eliminazione dell'Under 21 nel girone dell'Europeo di categoria. E forse non è un caso che queste complicazioni non abbiano toccato, ad esempio, gli ultimi cicli delle Under 19 e Under 20 maschili nelle quali, pur a fatica, si sta riuscendo a lavorare con continuità sia sul piano della valorizzazione dei giovani, sia su quello della coerenza tattica.

Personalmente trovo poco serio ricercare correlazioni dirette e di breve termine tra il fantomatico "stato di salute del movimento" e i risultati della nazionale femminile. Per dirne una, il Giappone, pur con un bacino di tesserate poco più grande del nostro e una lega nazionale di ridotte dimensioni e professionistica solo da un anno, non solo ha uno storico di risultati di ben altro livello rispetto alle azzurre, ma ha già in questo torneo fatto i suoi exploit, come il 4-0 con la Spagna e conseguente vittoria del girone.

E il gap fisico delle giapponesi che fine ha fatto?

Lo sviluppo e la crescita del calcio femminile italiano dovrebbe stare su un piano che non può esser dipendente dall'andamento della selezione azzurra. Avendo chiaro questo, è necessario sottolineare nuovamente che questa spedizione, partita male e finita peggio, è senza dubbio una delusione. Ma è una delusione proprio perché, nonostante tutto, l'Italia femminile varrebbe qualcosa di più che un'eliminazione al primo turno.

Un'eliminazione che arriva da lontano

di Marialaura Scatena

“Chiedilo tu alla mamma, a te dà retta”, se non ve lo siete mai sentito dire è perché probabilmente eravate voi a dirlo ai vostri fratelli o sorelle. È una cosa semplice: se c’è una cosa da fare in un gruppo che va da due a molti, la fa chi la sa fare meglio. Dopo l’esclusione dal Mondiale di Australia e Nuova Zelanda, a parlare è stata Cristiana Girelli, insignita non a caso dei gradi di capitano prima della partenza. “Penso sia normale domandarsi come mai poi una nazionale che ha quel blocco di giocatrici (Roma e Juve n.d.r.) faccia così fatica prima a un europeo e poi a un mondiale", ha detto la capitana. "Avrebbe potuto ottenere risultati sicuramente diversi, se solo fosse stata messa nelle condizioni migliori per poterlo fare.”

Per capire cosa è stato detto bisogna anche inquadrare chi l’ha detto e perché nelle ultime settimane è stata così al centro delle polemiche. 7 gol in 8 partite di qualificazione al Mondiale 2019, dove poi ha realizzato l’unica tripletta italiana in una coppa del mondo femminile; 9 gol in 10 partite di qualificazione all'Europeo 2022 e altri 8 in dieci partite di qualificazione al mondiale 2023. Cristiana Girelli è la miglior marcatrice azzurra in attività, nonché l'unica ad aver segnato in due edizioni del mondiale. Cristiana Girelli, designata “Giocatrice Chiave” dell’Italia dalla FIFA, nella partita d’esordio con l’Argentina è stata tenuta in panchina fino a circa cinque minuti dalla fine dopo aver guardato già dalla panchina il quarto di finale del 2019.

Al suo ingresso ha toccato un pallone di testa, prendendo uno dei tanti cross che prima di lei erano piovuti in area senza destinatario come le stelle a San Lorenzo, e ha segnato il gol vittoria. Nella seconda gara, di nuovo, non ha visto il campo. Alla terza, da dentro o fuori, è stata schierata quando mancava circa mezz'ora alla fine, ha messo la testa sul primo calcio d'angolo e ha fatto nascere il gol del pareggio, giustamente poi per i tabellini assegnato a Caruso che ha sfiorato con il corpo.

Il colpo del 3-2 invece le è rimasto in canna. Sembrava cosa fatta mettere in rete quel pallone arrivato dalla destra dopo una buona incursione di Cantore, ma il portiere l’ha respinto con i piedi. E proprio da qui è partita la disamina del giorno dopo di Girelli: “Premetto che ovviamente il gol sbagliato sul 2-2 è un macigno che mi pesa e mi ha rimbombato in testa tutta la notte” ha detto, ma poi è andata oltre. Non si è giustamente fermata al singolo; ha rivendicato la qualità del gruppo, facendo particolare riferimento alle ragazze di Juventus e Roma che negli ultimi due anni si sono alternate alla guida della Serie A facendo bene anche in Champions League.

Come si legge spesso in alcuni post facebook, a metà tra i glitter e i leoni, che incredibilmente a volte si rivelano veri: “Se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l'intera vita a credersi stupido”. Allora perché costringere Giacinti a giocare spalle alla porta e far salire la squadra quando la sua vocazione è l’attacco alla profondità? Perché costringere Bonansea a giocare sempre senza un supporto adeguato? Perché lasciare in panchina l'intensità di Greggi? Altrove le tesserate di Roma e Juve stanno facendo il loro, dallo strapotere di Sophie Roman Haug con la Norvegia all’ordinaria amministrazione di Pauline Peyraud-Magnin con la Francia. Allora perché l’italia non funziona? Molte bianconere e giallorosse sono azzurre, ma evidentemente in campo, citando letteralmente Girelli, è mancato qualcos'altro.

Quando c’è la possibilità di schierare Salvai e Linari, Greggi e Caruso, Serturini e Cantore, il gioco sta nel cercare l’equilibrio, nell’incastro tipo Tetris, non può sempre e solo esserci il pezzo longilineo che ti risolve tutto com’è stata Girelli in questo mondiale e come potrebbe essere un’altra in futuro. Non si tratta di una caccia alla volpe: le atlete sanno meglio e prima di chi racconta se le loro prestazioni sono sufficienti, buone o deludenti. Giugliano avrà preso coscienza di aver giocato sotto i suoi standard, così come Bonansea, tanto per citarne due, ma l’analisi di una disfatta che sembra figlia di quella dell’europeo non può risolversi solo nell’esame delle singole prestazioni.

Quando è entrata Elisa Bartoli, e chi nega mente, abbiamo avuto tutti un flash: Daniele De Rossi che, al sessantesimo di Italia-Svezia, dice a Giampiero Ventura che lo invita a entrare “Dovemo vince, non pareggià”. Ieri il pareggio sarebbe bastato, ma è sfumato anche quando sembrava nelle nostre mani, nella terza gara di una squadra che non è riuscita a trovarsi. I rimpianti sono tanti, lunghi almeno un paio d’anni. Le responsabilità sono da spartirsi dai piani alti ai più bassi. E non solo in campo, dove gli ingredienti freschi per il futuro ci sono e occorre un buon cuoco, ma fuori, più fuori dei ritiri e degli spogliatoi; proprio dall'altra parte.


  • Scribacchino schierato sull'ala sinistra. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzia le complessità di un gioco molto semplice.

  • Classe 1996. Nata in montagna, in Abruzzo, dorme in città, a Torino. Calciofila di famiglia, segue il calcio dalla nascita e si appassiona al calcio femminile all’università. Ama scrivere più che parlare, ma lo fa lo stesso. Laureata in filosofia e, per ora, giornalista praticante.

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