
Non abbandono mai il mio spirito, intervista a Lorenzo Sonego
Abbiamo intervistato il tennista italiano, recentemente semifinalista a Umago.
Negli ultimi anni il tennis italiano è avvolto da una nube di splendore senza precedenti. La finale a Wimbledon di Matteo Berrettini, la continuità zen di Jannik Sinner, l'estetica di Fabio Fognini: se rapportata solo a qualche decennio fa, è facile rendersi conto della grandezza di questi risultati. È il motivo per cui in Italia il tennis sta diventando uno sport popolare, seguito da spettatori sempre più casuali ed eterogenei, e non solo da una nicchia sacerdotale di appassionati come avveniva in passato. In questo proscenio di atleti che ormai troviamo ovunque, sulle gigantografie pubblicitarie di brand di lusso e in spot televisivi, Lorenzo Sonego è allo stesso tempo uno dei personaggi più interessanti e, paradossalmente, meno raccontati nel mainstream comunicativo. Si parla di lui per l'amicizia con Berrettini, appunto, o quando colleziona qualche scalpo di prestigio, come è successo a Parigi con Rublev.
Eppure non riusciamo mai a parlare di Sonego come andrebbe fatto. Come di un tennista completo, cioè, capace di vincere titoli su tutte le superfici (Antalya su erba, Cagliari su terra rossa, Metz su cemento), di portare la forza intangibile del tennis dalla sua parte nei momenti complessi. Non sarà il più bello da vedere, e forse a fine carriera non sarà neanche il più vincente dei tre. Quando è in campo, però, Sonego incarna il noumeno invisibile del tennis: il suo stile di gioco animato, sempre sul filo della tensione psicologica, ci ricorda che a tennis si gioca innanzitutto con la mente, prima che con i piedi e la racchetta. È una lezione importante, che non possiamo trascurare per crescere come spettatori o critici di questo sport.
Nel 2023 è arrivato agli ottavi di finale del Roland Garros, battuto da Khachanov nella partita più inaspettata del torneo e forse della stagione, e al secondo turno in Australia, dove si è arreso solo al quinto set contro Hurkacz. Non ha ancora vinto un torneo, eppure è difficile non parlare di un'evoluzione nel tennis di Sonego: di un rovescio finalmente solido, di un dritto dalla biomeccanica unica, che funziona solo con il suo braccio. È anche questa l'unicità di Sonego: difficilmente i suoi colpi riempiranno i reels di Instagram o gli shorts di Youtube, eppure il suo spirito in campo è circondato da un'epica che di solito associamo solo ai grandi vincitori Slam. Anche se non dovesse vincere tornei quest'anno o nei prossimi, ci ricorderemo comunque dell'impatto che Sonego ha avuto in campo, del suo spirito animalesco e guerriero, della sua battaglia contro i suoi limiti tecnici e fisici.
In fondo è anche questo il motivo per cui seguiamo il tennis, no? Per riscoprire un umanesimo perduto, una breve crepa nel tempo in cui due esseri umani combattono senza toccarsi, cercando di girare intorno alla sofferenza, ai momenti bui, alla sensazione di essere impotenti. Il tennis come arma psicologica per una riappropriazione di sé.
Ciao Lorenzo, partiamo dall’attualità. Ormai abbiamo superato la metà del 2023, e stiamo per affacciarci sulla stagione del cemento. Quali sono le tue sensazioni per le prossime settimane? Se dovessi tracciare una linea, come giudicheresti questi sette mesi?
"Sicuramente in questo inizio di stagione ho ottenuto buoni risultati (come la recente semifinale al torneo di Umago, nda) e posso dirmi soddisfatto del lavoro che io e il mio team stiamo portando avanti. Sento che il mio livello continua a salire e questo mi dà molta fiducia per i prossimi tornei, adesso che la stagione del cemento è alle porte".
Al Roland Garros hai vinto una partita epica contro Rublev al quinto set, facendo sognare a occhi aperti una parte di pubblico che ti vedeva lanciato per un finale di torneo ambizioso. Poi però subito dopo è arrivata la sconfitta contro Khachanov. Parigi ti ha lasciato più prospettive o rimpianti?
"Parigi è stato un torneo eccezionale per me. Nella partita contro Rublev ho rimontato per la prima volta in carriera da due set di svantaggio e farlo al Roland Garros contro un giocatore tra i primi 10 del mondo è stato davvero speciale. La partita contro Khachanov invece è stata dura, come sempre lo è un ottavo in un torneo del Grande Slam. Non ho rimpianti: guardo solo gli spunti che possono portare a migliorarmi".
Mi collego ancora a quella partita di Parigi. È sempre interessante sentire parlare uno sportivo di alto livello su concetti del genere. Cos’è per te la delusione, oggi, e cosa il successo? Insomma, si può essere insoddisfatti pur essendo ai vertici della classifica ATP, facendo parte del cosiddetto 1% dell’1%?
"Guarda, per me è molto importante saper guardare le cose dalla giusta prospettiva. Il tennis è uno sport in cui competiamo per la maggior parte dell’anno, giocando tornei ogni settimana. È quindi importante saper prendere le vittorie e le sconfitte per quello che sono, perché la settimana successiva ci sono nuovi tornei e nuove occasioni di far bene ed è importante affrontarle con il giusto spirito".

Immagino sia un percorso che parte da lontano. Nel tuo caso essere arrivato come best ranking al 21esimo posto in classifica, che è come appartenere al Gotha del tennis. Qual è il primo ricordo che ti viene in mente pensando alla racchetta?
"Ho iniziato a giocare a tennis più tardi rispetto a molti miei colleghi. Fino all’età di 12 anni ho portato avanti sia il tennis che il calcio nelle giovanili del Torino. I primi ricordi che ho del tennis sono le prime lezioni con il mio coach Gipo Arbino, che tutt’ora mi segue".
Il tuo tennis è molto divisivo. Insomma, c’è sempre chi si sofferma sull’imperfezione tecnica, o quantomeno estetica, di qualche colpo. Dall’altro lato, però, il tuo è anche un tennis mentale, sembri uno di quegli atleti che gode nel combattimento, che quando sale l’adrenalina sa come gestirla e, anzi, forse ha persino bisogno di una scarica simile (ed è per questo che in redazione siamo pazzi di te).
"Diciamo che nel tennis non esistono regole, ogni tennista è diverso e colpi anche meno apprezzabili stilisticamente possono rivelarsi molto efficaci. Personalmente mi piace molto il mio tennis, penso di star migliorando molto anche tecnicamente senza però abbandonare mai il mio spirito in campo che è uno dei tratti che mi contraddistingue".
Una delle cose che trovo più iconiche del tennis è la sua predisposizione a indagare i limiti della psiche umana, delle paure e della felicità. Allo stesso tempo chi, come me, gioca a tennis in modo amatoriale forse lo fa anche per scontrarsi con i propri limiti. Io, ad esempio, anche se ho la pallina comoda sul rovescio colleziono kilometri solo per girarmi e colpire di dritto. Tu che rapporto hai con questa dimensione intangibile del tennis, con questa continua ricerca mentale, e anche con i tuoi, seppur pochi, limiti?
"Io sono molto istintivo, in campo seguo sempre il piano che con il mio team abbiamo preparato senza però pensarci troppo. Il tennis è uno sport in cui è importante essere al massimo anche dal punto di vista mentale".
A proposito di sport puramente mentale: a Wimbledon ti sei trovato subito di fronte Matteo Berrettini, che in altre interviste hai definito il tuo migliore amico nel circuito. Come si separa la vita privata dal campo? Come fa un amico a trasformarsi in avversario?
"Questo è forse più facile di quello che qualcuno possa pensare dall'esterno. Siamo professionisti e siamo abituati alla competizione. Anche se c’è grande stima reciproca e amicizia, nel momento in cui comincia il match entrambi abbiamo voglia di vincere e lottiamo per farlo. Ovviamente con il rispetto che contraddistingue il mondo del tennis".
In questo senso non possiamo evitare di parlare di Novak Djokovic. Tu contro di lui hai un record non negativo (1-1). Com’è affrontare il dominatore più acuto del tennis di questi anni? Dev’essere dura reggere il confronto mentale, a volte il suo tennis mi sembra una forma di meditazione.
"Djokovic è uno dei più grandi campioni del nostro sport. Giocare contro di lui è sempre molto stimolante e spero di affrontarlo ancora, magari in finale in un torneo importante (ride, nda). La vittoria a Vienna è uno dei momenti che ricordo con più emozione della mia carriera. Un momento irripetibile".
Veniamo a qualche curiosità sul rapporto con il pubblico. A Roma, proprio parlando del match che hai giocato contro Nole, l’atmosfera era fantastica.
"Roma per noi italiani è il torneo più bello del mondo, l’atmosfera che si respira al Foro Italico è magica. A me poi, personalmente, piace molto cercare l’appoggio del pubblico e coinvolgerli nelle mie partite".
Per chiudere, la speranza che nutri per questo finale di 2023? Sperando di tornare a tifarti presto in Coppa Davis con la maglia azzurra (la partita con Shapovalov dell’anno scorso è ancora nei nostri cuori!).
"Spero di continuare a migliorare e a dare il massimo in ogni match. Riguardo alla Coppa Davis: è sempre un’emozione indossare la maglia azzurra. Spero che un giorno riporteremo l'Insalatiera in Italia, siamo un gruppo coeso e, soprattutto, abbiamo grande potenziale".
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