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Campo di pesäpallo durante una partita.
, 26 Luglio 2023

Lo sport nazionale di cui non avete mai sentito parlare


Siamo andati a vedere una partita di pesäpallo, lo sport nazionale finlandese

Ha tutto inizio con un finlandese a Boston nel 1907. Non è la premessa di una barzelletta, ma il punto di partenza di una delle più strane storie d’amore che si possa instaurare tra uno sport e una comunità. Il finlandese in questione è Lauri Pihkala, una delle figure più importanti nella storia dello sport finlandese, e non banalmente di uno sport. La sua importanza è tale che la sua è una delle due statue che abita i dintorni dello stadio Olimpico di Helsinki, insieme a quella del finlandese forse più dominante nella storia dello sport, il mezzofondista degli anni ’20 Paavo Nurmi.

Atleta – avrebbe partecipato alle olimpiadi di Londra del 1908 nel salto in alto, lancio del disco e getto del peso – giornalista – avrebbe fondato il Suomen Urheilulehti, considerato il secondo periodico sportivo del mondo – e, durante la guerra civile finlandese del 1918, parte della formazione anticomunista della Guardia Civile, Pihkala era nato nel 1888 a Pihtipudas, nel centro del paese, poco a nord di Jyväskylä. Nel 1907, Pihkala era a Boston e si trovò ad assistere a una partita di baseball agli allora Huntington Avenue Grounds, la casa dei Boston Red Sox prima del loro trasferimento nello storico Fenway Park, e, francamente, trovò l'intero spettacolo decisamente noioso. Ma, una volta tornato in Finlandia, si rese conto che gli sport importati dall'estero sembravano avere più possibilità di successo rispetto a quelli autoctoni, e così, qualche anno dopo, decise quindi di inventarne uno nuovo. 

La statua di Lauri Pihkala, inventore del pesäpallo, davanti allo stadio olimpico di Helsinki.
La statua di Lauri Pihkala davanti allo stadio olimpico di Helsinki.

Il baseball fu l'ispirazione principale, e a questo fu mischiato uno sport tipico finlandese noto come kuningaspallo ("kuningas" vuol dire "re", "pallo" invece "palla") e da questo strano incrocio nacque il pesäpallo, un nome che è sia traduzione letterale dell'inglese baseball ("pesä" vuol dire "base"), sia imitazione di come il nome dello sport americano suona alle orecchie finlandesi, incapaci di distinguere tra la "p" e la "b" degli anglofoni.

La prima partita si giocò il 14 novembre 1920, in un grosso spiazzo nel parco Kaisaniemi di Helsinki e, nel corso dei cento anni successivi, il pesäpallo è riuscito a diventare il passatempo nazionale dei finlandesi, venendo presentato anche come sport dimostrativo alle olimpiadi di Helsinki del 1952. A livello competitivo, la piramide del pesäpallo è costituita da tre divisioni, due a livello nazionale e la terza fatta dai vari campionati provinciali. Il massimo campionato si chiama Superpesis, dove "pesis" è il termine colloquiale con cui è affezionatamente noto lo sport, e il suo logo è incredibilmente simile a quello del network televisivo statunitense NBC – più tardi scopriremo il perché.

Logo del Superpesis.

Al Superpesis partecipano tredici squadre – sì, un numero dispari, nonostante il sistema preveda promozioni e retrocessioni – e, sorprendentemente, quasi nessuna proviene dalle città più grandi del paese. Non ci sono squadre di Helsinki e ce n'è solo una di Tampere ma tra le prime dieci città della Finlandia per popolazione solo due hanno una squadra in Superpesis – oltre a Tampere, anche Joensuu, nell'est del paese – dato che sale a cinque se consideriamo le venti città più popolose.

Tra queste venti, nello specifico in diciottesima posizione, c'è Hyvinkää, quarantaseimila abitanti a meno di un'ora di treno da Helsinki; treno che ho preso appena sceso dall'aereo che mi aveva portato nella capitale finlandese, con tanto di bagagli, per andare a vedere una partita della formazione locale, l'Hyvinkään Tahko, dove Tahko vuol dire "macina" che, oltre ad essere un soprannome veramente incredibile, è, probabilmente non a caso, anche il soprannome con cui era noto il fondatore dello sport, Lauri Pihkala, a cui è anche dedicato lo stadio cittadino da quasi cinquemila posti. Nell'incontro dello scorso venti luglio, l'Hyvinkään Tahko o – come mi piace chiamarli dopo aver scoperto il significato del soprannome – la Macina di Hyvinkää, si è trovato a sfidare l'Alajärven Ankkurit, di Alajärvi, piccolo paese da nemmeno diecimila abitanti nella regione dell'Ostrobotnia meridionale, nell'ovest del paese, principale candidata alla retrocessione e ultima in classifica al momento della scrittura di questo pezzo.

Sarò sincero nell'ammettere le mie colpe: prima di partire ho dato per scontato che una persona familiare con le regole del baseball non avrebbe avuto grossi problemi a comprendere le regole del pesäpallo, e parzialmente avevo anche ragione: capire se un giocatore è al sicuro nella base o se invece è stato eliminato non richiede alcuna difficoltà per chi conosca il baseball, e questo è già un passaggio fondamentale considerato che è così che si fa punto. Ma per praticamente tutto il resto, se non si studiano le regole specifiche di questo sport non è mai veramente chiaro perché qualcosa funzioni in una certa maniera, e se a volte la conoscenza dello sport da cui il pesäpallo ha origine può permettere di intuire qualcosa, in (molte) altre situazioni l'impressione è di trovarsi davanti ad uno spettacolo di stand up comedy in una lingua che non si conosce. 

Struttura del campo di pesäpallo.
Struttura del campo di pesäpallo.

Tra le poche cose abbastanza chiare fin da subito è la strutturazione del campo, che è la prima cosa che si vede anche se, come il sottoscritto, si arriva a partita già iniziata – d'altronde, il mio aereo era atterrato un'ora prima della partita, e l'idea di arrivare in ritardo era già ben salda nella mia mente. La differenza più evidente con il baseball è che le basi qui sono sempre quattro, ma non sono disposte a diamante, bensì secondo uno schema a zig-zag, e il terreno di gioco è lunghissimo, quasi infinito. Rispetto al baseball, la palla non viene battuta orizzontalmente da una certa distanza ma viene alzata verticalmente sopra un cerchio bianco, che di fatto è il catcher – se la palla tocca terra dentro il cerchio, è uno strike, altrimenti è una palla illegale, "laiton" in finlandese, e può mandare il battitore direttamente in prima base – e colpita mentre ricade. Questo tipo di battuta, unita al fatto che il campo è semplicemente enorme, rende praticamente impossibile fare un fuori campo come viene inteso nel baseball, perché la palla non esce mai dal terreno di gioco. Inoltre, qualora lo facesse, l'azione non terminerebbe.

Per questa ragione, si considera home run quando un giocatore riesce ad arrivare in terza base con la propria battuta, e ha poi la possibilità di segnare un punto extra tornando in casa base al turno successivo. Chi vi scrive è stato abbastanza fortunato da poter assistere a quello che è un evento molto raro, grazie a Samu Kyhyräinen dell'Hyvinkään Tahko, dandomi così modo di scoprire la bellissima usanza che accompagna gli home run come minimo in questo stadio, ma immagino in tutto lo sport in generale. Dopo l'home run – avrei capito solo dopo, aprendo Wikipedia, che quello lo era – tutta la squadra si riunisce tra terza base e casa, dove è situata una campana che viene fatta rintoccare dal giocatore che ha completato l'impresa. Il gioco poi riprende, senza neanche aspettare che la campana finisca di rintoccare. 

Campana tra terza base e casa base.

Quando è arrivato l'home run, verso la fine del secondo periodo – a proposito: una partita è fatta da due periodi di quattro inning ciascuno, e se le squadre si dividono equamente i due periodi, se ne gioca un terzo da due inning, o più, in caso di continuata parità, per determinare il 2-1 finale – avevo ormai già capito quello che è un dettaglio fondamentale del pesäpallo: è uno sport pieno di riti e tradizioni, comportamenti codificati lungo un secolo che vengono vissuti con il trasporto che si deve a celebrazioni religiose, e se non si è abituati a questo sport, e soprattutto se non si è fatto il necessario sforzo di impararne le regole, che almeno potrebbero chiarire un bel po' di punti oscuri, è molto facile uscirne con l'idea di aver appena assistito alla riunione di una setta che agisce e comunica tramite l'uso codici impenetrabili dall'esterno. 

E in effetti, almeno un codice fatto apposta per risultare indecifrabile esiste, ed è lo stranissimo oggetto che si può vedere in mano a ciascun allenatore nel momento in cui la sua squadra attacca. Non so definirlo in altra maniera se non come un ventaglio con palette di tanti colori diversi che viene tenuto in bella mostra, in direzione dei corridori in base. Anche senza essere in grado di decifrarlo, non è difficile vedere in quello strano ventaglio una enorme somiglianza con il logo del campionato; ma per capirne l’uso è necessario aprire un qualche regolamento dello sport. In questa maniera si scopre che il ventaglio è rivolto in direzione dei giocatori in base perché è effettivamente un metodo per comunicare con loro senza rivelare la strategia: la sequenza dei colori rappresenta un piano concordato precedentemente, prima dell’ingresso in campo, per come gestire l’attacco.

Altre cause inizialmente di sconcerto, poi risolte con una controllata al regolamento, coinvolgono, ad esempio, la presenza di tre giocatori con maglie diverse rispetto alla loro squadra ma identiche tra loro, nere con degli scacchi di tanti colori. Questi giocatori sono i cosiddetti joker, e per questo indossano maglie da arlecchino, tre elementi che non scendono in campo per difendere ma che vengono utilizzati solamente come battitori – di fatto comparabili con il designated hitter del baseball – oppure il fatto che, con una palla presa al volo da un difensore, i giocatori in base facciano uno sprint per conquistare la prossima, ma che in qualsiasi caso, sia che ci riescano o meno, vengono spediti di nuovo alla casa base. Questo succede perché, a differenza del baseball, una presa non equivale automaticamente ad un’eliminazione, ma se il giocatore riesce a completare la conquista della base, può tranquillamente ritornare nell’ordine di battuta, e in caso contrario è eliminato.

C’è però almeno una mossa a cui non sono riuscito ancora a dare una spiegazione logica, ed è forse il più strano e particolare dei riti del pesäpallo, ovvero quelle lunghe fasi di stallo in cui il lanciatore finge la battuta per poi girarsi rapidamente e servire la palla ad un compagno – questa è la parte semplice: si tratta molto probabilmente di un metodo per scoraggiare gli avversari sul terreno di gioco a tentare di rubare la base – e in cui i giocatori avversari accompagnano questo passaggio con delle urla monosillabiche – anzi, verrebbe quasi da definirle monovocaliche – che potrebbero anche solo essere avvertimenti ai propri compagni ma che sono troppo coreografate, troppo puntuali e troppo recitate precisamente all’unisono da tutti i giocatori per essere un qualcosa di istintivo.

Una serie di finte alla battuta.

L’esperienza è particolarmente significativa – e francamente ai limiti dell’agghiacciante – anche perché, e questo è forse il fattore più distintivo di questo sport, non esiste una panchina. O meglio, esiste, ma quando una squadra attacca, tutti i giocatori e l’allenatore si posizionano all’interno del terreno di gioco, in semicerchio intorno al lanciatore e al battitore, di fatto partecipando all’azione e quasi aggiungendo un livello di pressione al lanciatore avversario. Sentire questo coro di urla perfettamente all’unisono come se fossero state registrate su Ableton con la quantizzazione, vedere queste persone ordinatamente posizionate intorno al proprio compagno come nell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, dà quasi l’impressione di assistere ad un remake della scena del pianto di Florence Pugh in Midsommar. Per essere un’operazione abbastanza di routine – non le ho contate esattamente, ma ne ricordo sicuramente più di dieci – è portata avanti con una carica drammatica degna dei coreuti delle tragedie greche.

Alla fine, l’incontro è terminato con una sorprendente vittoria degli ospiti all’extra periodo, anche se – e questo potrebbe far infuriare i puristi del baseball – l’Hyvinkään Tahko ha segnato più punti – nove a cinque – grazie ad un secondo periodo da sette runs, a cui però è seguito un clean sheet nel round extra per la squadra di Alajärvi, capace invece di segnare una sola run, ma decisiva. Mentre però tentavo, senza successo, di comprare una maglia da gioco – non ne vendono di nuove, ce ne sono alcune usate, ma avendo i giocatori la tendenza a gettarsi per terra per conquistare la base, sono tutte slabbrate sul petto – mi sono reso conto di un ultimo dettaglio: la strada che va dal campo agli spogliatoi è la stessa che va dalle tribune agli stand di cibo e merchandising.

I tifosi si mischiano con i giocatori che si mischiano con lo staff, che altro non è se non una collezione di adolescenti del posto che fanno un po’ di soldi come lavoretto estivo. Guardi il pubblico che si muove fuori dai cancelli e vedi famiglie con bambini che hanno speso l’intera partita a giocare con l’equivalente finnico dei Gormiti, anziani in sedia a rotelle, persone di tutta la vasta gamma di età che stanno nel mezzo che si salutano dopo aver visto la partita da differenti lati della tribuna.

Forse la ragione per cui il pesäpallo ha avuto tanto successo in un paese fatto quasi tutto da piccole città e per di più nemmeno nelle più grandi tra queste piccole città è che assistervi è un po’ il passatempo perfetto. E allora è veramente incredibile constatare come il pesäpallo, pur essendo nato da una persona che riteneva il baseball noioso, sia riuscito a incanalare la stessa esatta energia di quello che il baseball ha rappresentato per gli Stati Uniti, ovvero America’s Pastime – il passatempo d’America. Con un oceano nel mezzo e scarsi contatti tra le due discipline dopo l’iniziale incontro nel 1907 a Boston, il pesäpallo è riuscito a realizzare la profezia del baseball anche in un altro continente, riprendendone il ruolo all’interno di una cultura sportiva che, altrimenti, d’estate, non avrebbe molti sport a cui pensare. E ci sono poche altre esperienze più autenticamente finlandesi che possiate fare di andarne a vedere una partita, anche se questo vuol dire deragliare qualche ora dagli itinerari turistici più tipici.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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