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Vingegaard all'arrivo del Tour sugli Champs Elysées
, 25 Luglio 2023

Jonas Vingegaard II, re di Francia


Il migliore scalatore al mondo ha vinto il secondo Tour consecutivo.

“Sono finito, sono morto”: con queste poche parole, pronunciate con un filo di voce, Tadej Pogačar ha alzato la cosiddetta bandiera bianca mentre arrancava nei primi metri della salita del Col de la Loze (28,1 km al 6%, a 2304 mt), il punto più alto, la tappa regina di questo Tour. Una crisi profonda, di cui raramente è vittima il ciclista UAE, ma in fondo una crisi non del tutto inaspettata, anche se era difficile immaginarsela di questa entità. Al traguardo il corridore sloveno ha pagato sette minuti abbondanti dal vincitore di giornata Felix Gall (AG2R), ma soprattutto cinque minuti di ritardo dalla maglia gialla Jonas Vingegaard, che ha così sigillato il secondo successo consecutivo nella Grand Boucle.

Se riavvolgiamo il nastro della settimana e torniamo a domenica 16, nulla lasciava presagire un epilogo della lotta per la classifica generale così repentino e drammatico. Al giorno di riposo, con ancora tutta la terza settimana da affrontare, inclusa la crono di martedì 18 e il massiccio del Jura di mercoledì 19, il distacco tra Vingegaard e Pogačar era di appena 10 secondi. Inoltre, la sensazione era che Vingegaard uscisse dalla seconda settimana in leggera difficoltà, più mentale che fisica rispetto allo scorso anno.

Martedì era in programma una cronoscalata di 22,4 km con arrivo a Comblux, nell’alta Savoia e lo storico nella disciplina ha portato a dei pronostici decisamente sbilanciati verso il corridore sloveno: invece è successo esattamente il contrario e proprio nella corsa contro il tempo Vingegaard ha definitivamente messo la pietra tombale sulle velleità di Pogi di colmare il gap. Con una prova mostruosa, nel senso che è stato un vero alieno, un extraterrestre che con abilità troppo superiori a quelle umane, il danese ha triturato Pogačar in salita rifilandogli ben 1 minuto e 38 secondi.

https://twitter.com/LeTour/status/1681379214862286850?s=20

Di nuovo, la vittoria di Vingegaard era anche possibile immaginarla, ma non certo di queste proporzioni. Che poi, non che Pogačar abbia fatto una brutta prova: ha chiuso al secondo posto con 1 minuto e 20 su Wout Van Aert: anche la sua è stata una gara clamorosa, ma la prova di forza di Vingegaard ha fatto passare quella di Pogačar come quella di uno in profonda crisi. È possibile che questa sconfitta sia stato un brutto colpo per lo sloveno, soprattutto dal punto di vista mentale e può aver avuto una certa influenza sul crollo del giorno dopo, anche se nell’intervista post Col de la Loze, Pogačar ha parlato di mancanza di forza nelle gambe, di alimentazione non sufficiente e non di crollo mentale. Lo sloveno ha salvato il secondo posto in classifica grazie al grande lavoro di supporto di Marc Soler che lo ha scortato fino al traguardo, evitando che affondasse definitivamente.

Giovedì 20 è andata in scena l’ultima tappa terreno di caccia per i velocisti, 184 km da Moûtiers a Bourg en Bresse e la notizia clamorosa è che non ha vinto Jasper Philipsen, che aveva trionfato nelle quattro tappe precedenti dedicate ai velocisti e che ha così conquistato la maglia verde della classifica a punti. A vincere è stato invece Kasper Asgreen, che ha così salvato un Tour anonimo per sé e soprattutto per la sua squadra, la Quickstep. Il corridore danese è arrivato a un soffio dalla vittoria anche il giorno dopo, ma venerdì 21 è stato beffato sul traguardo di Poligny per pochi millimetri dallo sloveno della Bahrein Victorious, Matej Mohorič. Con il successo di Mohorič, la Bahrein si è portata a casa la terza vittoria di tappa di questo Tour, dopo i successi di Pello Bilbao e di Poels.

Per Mohorič si tratta della terza vittoria in carriera alla Grand Boucle ed è stato protagonista di una delle interviste più commoventi di questi giorni. Dopo aver tagliato il traguardo, è scoppiato in lacrime quando è arrivata l’ufficialità della vittoria e ai microfoni, poco dopo, ha parlato a ruota libera, sempre sull’orlo delle lacrime dello sforzo, dell’impegno, non solo dei ciclisti, ma di tutti quelli che lavorano nel mondo delle corse di professionisti, ha raccontato di quanto ogni ciclista che partecipa al Tour meriterebbe di vincerlo, per il coraggio e la fatica di ogni giorno, ha parlato della speciale energia che ha scovato durante lo scatto per battere Asgreen, anche se partiva da sfavorito. Ha parlato di Gino Mäder, il compagno di squadra scomparso poco tempo fa, dopo un incidente al Giro della Svizzera. Ha dedicato a lui la vittoria.

Emozionante è stato anche il momento del passaggio di Thibaut Pinot sul Petit Ballon (9,3 km all’8,1%) sabato, dove c’erano migliaia di suoi tifosi che hanno aspettato l'arrivo del francese, l’ultimo sulle strade del Tour, perché a fine anno si ritirerà. Tibo, infatti, è originario della zona della Borgogna e sapeva che su quella salita sarebbero stati in tanti a tifare per lui, inclusi amici e famiglia. A fine gara, dopo aver ricevuto il premio di “combattivo di giornata”, ha dichiarato ai microfoni di Eurosport: “È stato straordinario. Ho provato emozioni incredibili oggi. Ho affrontato la corsa di oggi per vincere e penso che la strategia fosse quella corretta, purtroppo mi sono mancate le gambe per rimanere nel gruppo che si è giocato la vittoria. Sul Petit Balon è stata follia pura. Ho i migliori tifosi del mondo e questo momento rimarrà per sempre nella mia memoria. È oltre il risultato, è più di una vittoria. Sono anche felice di aver concluso a un buon livello e di aver dimostrato di poter correre da protagonista il Tour”.

La tappa di sabato 22, è stata quella del riscatto per Tadej Pogačar, che ha tagliato per primo il traguardo bruciando sullo scatto proprio Jonas Vingegaard. Ha esultato tanto, forse anche troppo, come ha scritto su su Instagram qualche ora dopo, ammettendo che gli ultimi giorni di gara sono stati molto duri. Nell’intervista post gara ha ribadito di aver cercato la vittoria a ogni costo, dopo i durissimi giorni passati in sella alla bicicletta: “Il momento peggiore [di questo Tour, nda] è stato ogni volta che Marc Soler mi ha guardava mentre gli arrancavo a ruota durante l’ascesa del Col de la Loze. Il suo sguardo è stato il momento più tremendo”. Al di là del dramma nella lotta per la maglia gialla, il dato sulle vittorie di tappa di Pogačar al Tour è già clamoroso: sono undici, il primo a riuscirci prima dei venticinque anni. Inoltre, è il quarto anno di fila che conclude la corsa sul podio, secondo posto davanti al compagno di squadra Adam Yates, e il quarto che conquista la classifica di miglior giovane. Chissà dove vorrà arrivare.

Sabato è stata anche la giornata di gloria per l’Italia. Per quanto quella del 2023 sia stata la spedizione più “magra” della storia in quanto ad azzurri in gara, solo sette, alla fine uno dei sette si è messo in luce. Giulio Ciccone (Lidl Trek) ha vinto la classifica degli scalatori e domenica ha sfilato in tenuta pois da capo a piedi, bicicletta compresa. Dopo trent’uno anni riporta i pois rossi in Italia: l’ultimo a vincere questa speciale classifica era stato Claudio Chiappucci nel 1992. In questo periodo arido per gli azzurri, il corridore abruzzese è la miglior carta che possiamo proporre al momento in salita.

Giulio Ciccone in maglia a pois
Giulio Ciccone ha preso seriamente la questione dei pois. (Ph: A.S.O. / Pauline Ballet)

Infine, c’è Jonas Vingegaard che vince per la seconda volta di fila il Tour, impreziosendo queste tre settimane con la clamorosa vittoria di martedì 18 nella cronometro. Ha vinto il Tour d’autorità, infliggendo distacchi molto alti a tutti i corridori della top ten. Era dal Tour di Nibali, nel 2014, che non si vedevano ritardi così alti tra il primo e il secondo e tra il primo e il resto dei corridori in lizza per il podio. Eccetto la Parigi-Nizza (vinta da Pogačar), ha vinto tutte le corse a tappe a cui ha partecipato quest’anno: Gran Camino, il Giro dei Paesi Baschi e il Giro del Delfinato. Ha sofferto – forse solo mentalmente – a cavallo tra la prima e la seconda settimana dove è stato staccato da Pogačar sia sul Tourmalet sia sul Puy de Dome. Domenica ha sfilato insieme ai compagni di squadra sugli Champs-Élysées nel giorno della vittoria a sorpresa di Jordi Meeus (Bora Hansgrohe) che ha bruciato sul traguardo Philipsen e Gronewegen. Il danese, dal gradino più alto del podio può fregiarsi senza ombra di dubbio dell’etichetta di scalatore più forte al mondo in questo momento e punta fortissimo la Vuelta, che correrà da co-capitano insieme a Roglic. Appuntamento a settembre.


  • Chiara Finulli, milanese, classe 1992. Nutro una passione smodata per Tadej Pogačar e per il calcio in ogni sua forma: ogni volta che posso sono allo stadio o sulle strade di qualche corsa. Nel tempo libero lavoro sommersa tra i libri in una casa editrice.

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