Marta Vieira da Silva con la maglia della Nazionale brasiliana
, 24 Luglio 2023

Marta: The last dance


La leggenda del Brasile proverà a conquistare il Mondiale che ancora le manca.

“Marta come? Ci sono tante Marta a questo mondo”. Dalla Polonia, lo Stato in cui secondo il web ci sono più persone di nome Marta, fino al Madagascar, che pare ne conti solo una, il mondo è davvero pieno di Marta, come fa dire Tabucchi a chi risponde alla telefonata del signor Pereira. Ma ce n’è solo una capace di fare certe cose con il pallone: Marta Vieira da Silva, per non sbagliare, con tutti i cognomi in ordine come tradizione brasiliana.

Sono cognomi diffusi, riconoscibili, cognomi che ai calciofili evocano tanti ricordi. E cosa c’è di più calciofilo del Brasile? Se Fernando Henrique Biagio, il bambino con il caschetto nerissimo che cantava I gol di Zé allo Zecchino d’Oro 2007 insieme al piccolo coro dell’Antoniano di Bologna, diceva “mi chiamo Zé e sono Brasiliano” e non “mi chiamo Zè e sono di Desenzano del Garda”, c’è un motivo. Anche se poi il bello del calcio, e dello sport, è che anche se nasci a Desenzano del Garda puoi sfondare uguale. Marta nasce a Dois Riachos, un paese nello Stato dell'Alagoas al cui ingresso si legge “Bem-vindo a Dois Riachos terra da jogadora Marta”, e, a corredo, “MARTA a melhor jogadora de futebol do mundo”.

Presente nella lista delle convocate per il mondiale in Australia e Nuova Zelanda, la trentasettenne brasiliana disputerà il suo sesto campionato del mondo. Nessun calciatore lo ha mai fatto, tra le calciatrici invece c’è addirittura chi ne ha giocati sette: la connazionale Formiga, al secolo Miraildes Maciel Mota, classe 1978, che ha appeso gli scarpini al chiodo due anni fa. Nella storia del campionato del mondo di calcio femminile, sotto Formiga con 6 partecipazioni si piazza la giapponese Homare Sawa, da adesso affiancata da Marta e dalla canadese Christine Sinclair. Il record che invece la 10 verdeoro può vantare come solo suo, sbaragliando la concorrenza sia di calciatori che di calciatrici, e che può incrementare ancora quest’anno, è il numero di gol segnati in coppa del mondo. Dal 2003 ad oggi, la stella brasiliana ha realizzato 17 reti, una in più del tedesco Miroslav Klose che ne ha messe a segno 16 in quattro partecipazioni.

L’edizione con più gol firmati da Marta è quella del 2007, in Cina, quando vince la classifica cannoniere e il premio di miglior giocatrice della competizione. Quella volta il Brasile si arrese solo in finale alla Germania di Birgit Prinz, che realizzò uno dei suoi 14 gol mondiali proprio in quella gara.

Proprio nel 2007 Fernando Henrique Biagio cantava che voleva diventare “come Ronaldo: un mito, un gran campione”. Ronaldo Luís Nazário de Lima è stato un’ispirazione per migliaia di bambini, e pazienza se la maggior parte di loro non ce l’ha fatta a imitare le sue giocate e si è dovuta accontentare di imitarne la pettinatura. Marta, dal canto suo, non ha mai avuto un vero e proprio idolo da bambina. In un certo senso non ne ha avuto bisogno.

Nel 2017, all’età di 31 anni, ha scritto su The Players Tribune una lettera alla se stessa di 14 anni. «So che in questo momento non potrai vedere tutto quanto», si legge, «e che sembra una decisione difficile salire su quel pullman. Non sai neanche per certo cosa succederà una volta arrivata a Rio. Ma credimi quando ti dico che dopo tutto quello che hai passato, puoi farcela. Hai già lottato, Marta. Tu sei più forte di quanto tu possa realizzare». In Brasile fino al 1981 giocare a calcio era proibito alle donne e la digestione di certi cambiamenti, si sa, può essere davvero molto lenta. Marta è nata nel 1986 in un piccolo paese, una zona più povera che ricca, e si è dovuta scontrare fin da subito con i pregiudizi delle persone: nella lettera ha raccontato che la gente rimproverava a sua mamma di avere una figlia strana, bizzarra, che non avrebbe dovuto giocare a calcio. Mamma Tereza, una delle più grandi sostenitrici di Marta ancora oggi, tornando dal lavoro rispondeva a quelle persone che avrebbero dovuto lasciarla fare.

«Crescere in un piccolo villaggio come Dois Riachos, ti ha permesso di distinguerti. Non per il tuo talento. No, […] ma solo perché eri una ragazza», dice sempre la giocatrice alla se stessa adolescente. Eppure Marta di talento ne ha tanto. Talmente tanto che i ragazzini invidiano quella sua capacità di tenere la palla incollata al piede, di muoversi in maniera fulminea, di calciare con il sinistro, di dribblare e di pensare velocemente, e per questo la relegano a giocare con la squadra di quelli più scarsi. Guarda caso, la sua squadra vince sempre lo stesso.

Marta con il premio di Migliore calciatrice dell'anno 2010.

Anche a Marta, prima che diventasse quella Marta ed era solo una figlia, amica e compagna di classe, è successo quello che hanno vissuto tante bambine, anche in Italia. Durante una competizione giovanile una squadra avversaria minaccia di ritirarsi dalla gara per la presenza di una ragazza nella distinta. Lì per lì nessuno prende le sue difese: Marta piange, ma in quel momento la sua vocazione si cementifica. Col senno del poi è allora che Marta comincia a lottare per i suoi diritti e per quelli di ogni donna. Davanti a lei si apre un percorso lungo e difficile in cui quasi nulla fila liscio: d’altra parte anche arrivare a Rio de Janeiro per una ragazzina di provincia non è facile. Se tutto questo vi sembra già sentito, una trama da libro o da film, è abbastanza normale, considerando che l’arte imita la realtà.

Marta conosce la nazionale giovanissima, prima con la maglia dell’U19 al Mondiale canadese del 2002, poi con quella della nazionale maggiore al Mondiale americano dell’anno successivo. Un posto dove il calcio femminile «viene preso sul serio», per citare le sue stesse parole, lo trova quando viene chiamata dall’Umea, in Svezia, in quel momento una delle squadre più forti in Europa. In Europa e poi negli Stati Uniti, la numero dieci verdeoro fa una specie di Grand Tour, quello che al suo corrispettivo maschile, Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé, era mancato. Tempi diversi, momenti diversi, Pelé è l’uomo che ha inventato il numero 10, che lo ha trasformato nel marchio inconfutabile del talento. L’uomo che ha anticipato di decenni quasi tutta la gamma di gesti tecnici che ancora oggi stupiscono gli appassionati di calcio. Per il modo in cui si è incuneata nella storia con forza dirompente, Marta è l’essere vivente che più di tutti ha raccolto l’eredità di Pelé. Con un retrogusto di carta da parati, all’alba della sua carriera la stampa ha iniziato a parlare di Marta come di una “Pelé in gonnella”, ma nel nuovo millennio suona davvero male connotare una donna attraverso un indumento. Anche perché, la gonna, le donne non la portano mica quando giocano.

In occasione delle Olimpiadi di Tokyo 2020, proprio O Rey si è rivolto a Marta attraverso i social, incoronandola: «Il tuo successo significa molto più di un record personale. Simboleggia la speranza per un mondo migliore, in cui le donne conquistano molto più spazio. Questo momento ispira milioni di atleti di molti altri sport, da tutto il mondo. Congratulazioni, perché sei molto più di una calciatrice: aiuti a costruire un mondo migliore grazie ai tuoi piedi». Su Instagram, dove gestisce un profilo seguito da più di due milioni e mezzo di persone, Marta posa insieme a Pelé, Cristiano Ronaldo, Maradona, Ronaldinho, Ronaldo, Modric, Roberto Carlos, ma anche Kobe Bryant, Usain Bolt e addirittura Angela Merkel. La figura di Marta Vieira da Silva è tra le più influenti, non solo sportivamente parlando, degli ultimi decenni. Attiva a supporto dei diritti umani, attenta alle tematiche legate al razzismo e al mondo LGBTQ+, non ha mai indietreggiato o chinato il capo, al contrario ha accettato la responsabilità derivante dall’essere un’icona di uno sport che ha un peso specifico non indifferente nelle rivendicazioni sociali delle donne. In Brasile, il 26 febbraio del 2021, è stato istituito il Women’s Football Day, un giorno totalmente dedicato al calcio femmile, e la scelta della data è caduta sul 19 febbraio, giorno del compleanno della numero 10.

Marta con il trofeo della Coppa America 2018.
Marta con il trofeo della Coppa America 2018 (Foto: copaamerica.com)

Prima donna ad entrare nella Hall Of Fame del Maracanà, lo stadio più iconico del mondo, Marta in patria è considerata a tutti gli effetti una leggenda vivente. Nel suo palmarès 7 campionati svedesi, 3 supercoppe svedesi, 1 Copa do Brasil de Futebol Feminino, 2 Women's Professional Soccer Championship, una UEFA Women's Cup, una Copa Libertadores, 4 Campionati sudamericani di calcio femminile, 2 Giochi panamericani e 2 argenti olimpici. Manca il Mondiale, e sarebbe particolarmente poetico se Marta colmasse questo vuoto all’ultima occasione disponibile, come coronamento finale di una carriera leggendaria. La storia del calcio non è nuova a miracoli, ma sappiamo pure che a volte lascia ingiustamente incomplete alcune bacheche, forse come monito per ricordarci che nella vita non va tutto per il verso giusto.

Se da un lato Marta arriva al suo ultimo Mondiale – l’ultimo probabilmente – dopo un infortunio al crociato e con 37 anni sulle spalle, dall’altro la Nazionale brasiliana può trarre ulteriore motivazione dalla presenza della sua calciatrice più leggendaria, un po’ come l’Argentina nell’ultimo Mondiale maschile ha stretto i denti con devozione per portare Messi alla vittoria. Prima ancora di questo, in linea con quanto rappresenta Marta, le ragazze di Pia Sundhage ci tengono a disputare un buon torneo perché sanno quanto sia importante per il proprio pubblico, e quanto un buon risultato significhi in termini di visibilità e di incassi per tutto il movimento.

Anche se la numero 10, il simbolo, l’icona, la bandiera del Brasile, è all’ultimo ballo, è il caso di riportare le parole che ha pronunciato dopo la sconfitta per 2-1 contro la Francia padrona di casa ai Mondiali del 2019: «È così da sempre, dobbiamo prima piangere per poi sorridere alla fine. È così: ottieni di più, se ti importa di più, preparati a giocare 90 minuti e altri 30 minuti e quanti ne serviranno. Questo è quello che chiedo alle ragazze: non ci sarà una Formiga per sempre, una Marta, una Cristiane. Il calcio femminile ha bisogno di te per sopravvivere. Lo dico ancora una volta: piangi all’inizio per sorridere alla fine».


  • Classe 1996. Nata in montagna, in Abruzzo, dorme in città, a Torino. Calciofila di famiglia, segue il calcio dalla nascita e si appassiona al calcio femminile all’università. Ama scrivere più che parlare, ma lo fa lo stesso. Laureata in filosofia e, per ora, giornalista praticante.

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