
Considerazioni sparse sulla seconda settimana del Tour de France 2023
Il duello Pogacar-Vingegaard è ancora il grande tema.
- È ancora il Tour de France del duello tra Pogacar e Vingegaard, che viaggia ancora sul filo dei secondi: erano 17 di vantaggio per il danese la scorsa settimana, ora sono diventati 10, smossi perlopiù dagli abbuoni. Pogi continua ad avere una marcia in più nello scatto secco, nella frustata da classicomane, che Vingegaard non ha tra le corde, ma sulle lunghe salite il danese compensa con un ritmo altissimo e regolare. Le prime risposte sul finale di questa storia le avremo già dalla crono di domani, quando – per la prima volta da Bilbao, esclusa qualche manciata di chilometri nella prima settimana – questi due non potranno scambiarsi occhiate per tutta la lunghezza del percorso. Ad oggi, il favorito rimane Pogacar, ma tocca capire a chi siano rimaste più gambe, e questo è un bel dilemma;
- Alle spalle dei due campioni, fa capolino la giovane ma imponente figura di Carlos Rodriguez Cano, corridore spagnolo classe 2001 della INEOS, al secondo Grande Giro in carriera (7° alla Vuelta 2022). È l’unico che, a tratti, riesce a tenere le ruote degli altri due, e lo fa con una classe che non lascia dubbi: ci troviamo di fronte a un corridore che occuperà parecchi podi dei GT degli Anni Venti. La squadra di cui indossa la maglia raramente sbaglia queste scelte: con Egan Bernal (in lento recupero a questo Tour, dopo un anno e mezzo di calvario) avevano trovato il corridore su cui costruire una generazione di corse a tappe, prima del drammatico incidente che a gennaio 2022 poteva costare la vita e la carriera al colombiano. Prima di capire se e quando Bernal tornerà ai livelli che merita, la INEOS si è coperta con la crescita di CRC, certificata dalla vittoria a Morzine in cui ha beffato Pogacar e Vingegaard (seconda vittoria di tappa consecutiva per il colosso inglese, dopo quella dell’eterno Kwiatkowski sul Grand Colombier);
- A proposito di Spagna, settimana immacolata per i colori iberici (in particolare per l’ikurrina): vittorie di tappa per Pello Bilbao – con dedica al compianto Gino Mader e raddoppio dei soldi destinati alla piantumazione di una foresta nei Paesi Baschi in sua memoria – Ion Izagirre e lo stesso Rodriguez. Una tripletta da sogno, dopo un digiuno di vittorie eterno; una tripletta che fa impallidire un’Italia che rimane al palo e si consola con la maglia a pois indossata da un Ciccone spesso presente nelle fughe, volitivo e coraggioso, ma che rimette il destino della sua maglia alla volontà dei due mammasantissima di lasciar andare le fughe nella terza settimana. Tornando sulla Spagna: tra Ayuso, Rodriguez ed Enric Mas, l’eredità di Alberto Contador è più che sicura;
- L’unico discorso virtualmente chiuso è quello per la maglia verde: Jasper Philipsen ha creato una voragine alle sue spalle, soprattutto grazie al poker imperioso in volata. La quarta firma sul suo Tour de France arriva senza l’assist di Mathieu van der Poel, a sottolineare una superiorità indiscutibile, senza what if o zone d’ombra.
- Non ha fine il calvario tecnico di Wout Van Aert, che corre benissimo, fin troppo bene, ma non riesce ad uscire dalla dimensione dell’eterno piazzato, anche nelle singole tappe. Impressiona tutti sul Joux Plane risalendo il gruppo come un motorino per eliminare Majka dal gruppetto, nel “giorno di libertà che uno ha” – o che Vingegaard gli dà, sarebbe meglio dire in questo caso – va in fuga, porta via il gruppetto giusto con Soler e Poels ma deve arrendersi all’altro Wout, Poels, prendendo un altro 2° posto. È 4° nella classifica a punti, 5° nella classifica GPM: “ah, se ci fosse ancora la classifica combinata” verrebbe da pensare. E invece piazzato di lusso anche lì: se ci fosse, sarebbe 3° alle spalle di, ecco, quei due. A proposito di Van Aert, ode ai gregari di lusso. Lui, certo, ma anche Adam Yates e Sepp Kuss, rispettivamente 4° e 6° in classifica generale. Ultimi uomini eccellenti per Pogacar e Vingegaard, entrambi nel prime della loro carriera. Se Adam di Grandi Giri da capitano ne ha fatti parecchi, sarebbe intrigante vedere che effetto farebbe sullo statunitense essere il capitano sulle tre settimane.
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