Bale esulta dopo il gol nella finale di Champions League 2018 contro il Liverpool.
, 17 Luglio 2023

Gareth Bale, decisivo


Riviviamo una carriera segnata solo da grandi momenti.

Non c’è una narrazione che non trovi il suo culmine. Nel cinema e nella letteratura, l’apice narrativo è il punto che va scritto nel modo migliore possibile, prestando cura a ogni dettaglio che dà il senso a tutto ciò che c'è stato e ci sarà. Già questo, però, pone queste due arti a un piano leggermente diverso rispetto a quello sport. Nello sport le narrazioni culminano e nessuno sa veramente quando; in fondo, per quanto ci si possa dire il contrario e per quanto abbiamo strumenti sempre più sofisticati per cogliere l'andamento degli eventi, nessuno sa veramente cosa succederà nei prossimi cinque secondi. Non c’è un copione, una trama o un’idea dietro. Gli eventi, gli intrecci di volontà, si susseguono naturalmente e chi li vive è sottoposto a essi e al loro giudizio.

Eppure, per chi li vive da fuori, questi momenti hanno chiaramente qualcosa di diverso dentro: che siano la negazione di un evento, i due match point annullati da Djokovic a Federer a Wimbledon 2019, la stoppata di LeBron James su Iguodala nelle Finals 2016; o la sua realizzazione, i record del mondo di Bolt, il tiro di Steve Kerr in Gara 6 contro gli Utah Jazz; questi momenti diventano subito riconoscibili, un manifesto della Storia che si svolge davanti ai nostri occhi. Gareth Bale, durante tutta la sua carriera, è stato l'uomo in cui la Storia si è manifestata.

Il 12 ottobre 2012 si gioca Galles-Scozia, valevole per le qualificazioni al Mondiale 2014. Il Galles, a lungo sotto nel risultato, è riuscito a pareggiare all’80esimo, proprio con Bale che ha trasformato un rigore da lui procurato. Per tutta la partita, Bale ha sfidato gli avversari, senza mai scalfirli se non in quell’occasione da fermo. La partita degli scozzesi ha un solo obiettivo: limitare il motore che ha il Galles nel suo numero 11. Lo raddoppiano, accorciano, lo tirano giù con le cattive. Basta quello, avranno pensato. All’89esimo Bale si prende un fallo a centrocampo da Charlie Adam, uno che è sembrato entrare in campo proprio per tenerlo a bada con la pura violenza, nonostante il 10 sulle spalle. È in linea con l’idea ruvida che abbiamo degli scozzesi, tramandata in modo forse anche eccessivo da Braveheart.

La Scozia si piazza ordinata e compatta tutta dietro la palla; sembra in controllo. Bale rimane fermo, mentre il suo compagno deve battere la punizione che lui ha conquistato. Rivuole il pallone sui piedi, esattamente lì dove Charlie Adam ha provato a fermarlo. Il suo desiderio viene esaudito; Bale riceve palla sul piede e accelera, attaccando lo spazio del centro sinistra. L’accelerazione di Bale è inumana ma a separarlo dall'area ci sono comunque tanti avversari, per quanto indietreggino spaventati. Mentre la difesa collassa verso la propria area come fosse un buco nero, lui continua ad avanzare, arrivando a qualche metro dall’area di rigore, non lontano dal vertice sinistro, prima che Adam riprovi a fermarlo.

In quel momento Bale non sembra capace di creare una qualche forma di pericolo: Adam gli copre l'interno e davanti ci sono altri due uomini. Forse Bale stesso se ne è accorto, per cui decide di provare a rompere il giocattolo a tutti e calciare. Gli esce un tiro di una sensibilità e potenza inaspettate, che va infilarsi all’incrocio del secondo palo. Una conclusione che aveva visto solo lui. 2-1 Galles a tempo quasi scaduto, il pubblico esplode, i compagni si mettono le mani tra i capelli, agli scozzesi sembra abbiano spezzato la schiena.

Lui esulta con sorprendente entusiasmo, come se non se l’aspettasse che avrebbe segnato; non sa dove andare, poi sceglie di scivolare di pancia sul prato bagnato. Ha deciso la partita andandosela a prendere da solo, manipolandola. Dico che esulta come se non l’aspettasse perché, rivedendo l’azione, sembra ben deciso a risolvere tutto da solo, come a voler punire Adam per il suo fallo, ma sembrava volerlo fare in modo diverso e probabilmente neanche lui era convinto che tirare in quel modo da venti metri fosse la soluzione ideae. Quello che è certo è che la sua idea fosse quella di risolvere la partita da solo, quasi a dire: “Dai qua, ci penso io” al suo compagno. Gareth Bale nel suo prime era questo: la sua voglia di prendersi la scena per vincere.

Bale ha costruito la sua carriera su queste giocate. Solo in quella stagione, 2012/13 realizzerà altri gol simili con la maglia del Tottenham. Tempo quasi scaduto, lui che si va a prendere il pallone da posizione innocua, salta tutti e tira come se avesse un cannone al posto del sinistro. Lo fa contro il West Ham, in una partita molto dura e con il risultato fermo sul 2-2 a qualche secondo dal recupero. Parte da centrocampo palla al piede, accelerando e cercando spazi che non ci sono mentre gli avversari pensano a quanti calci serviranno per fermarlo. Ne prende uno totamente gratuito appena scarica il pallone su Sigurdsson. Guarda l’arbitro permalosamente, che dà il vantaggio, si rialza e richiede il pallone.

Quello che succede dopo si intuisce: “Pensi di fermarmi così? Adesso ti faccio vedere”. Gli spazi da attaccare continuano a non esistere, perciò lui avanza un po' e poi fa partire un altro sinistro all’incrocio, come fosse la cosa più ovvia del mondo. Sembra finto per sensibilità, potenza, precisione e timing. La porta in cui si insacca il pallone è quella davanti al settore ospiti del vecchio Boleyn Ground, che esplode come può esplodere solo dopo un derby vinto in questo modo. Gli Hammers che siano in campo, in panchina o sugli spalti sembrano sciogliersi nell’incredulità. Bale, di nuovo, ha preso il climax e l’ha riscritto, facendolo sembrare facile.

Deciderà, da solo e all’ultimo minuto, altre due partite bloccate più avanti quell’anno: uno contro il West Bromwich e l’altro contro il Sunderland all’ultima giornata, due assoli pazzeschi ma inutili nel qualificare il Tottenham alla Champions League. Quello contro il Sunderland, inoltre, è l’ultimo gol con la maglia degli Spurs prima di trasferirsi al Real Madrid.

I momenti in cui Bale ha avuto la lucidità di esecuzione direttamente proporzionale alla voglia di decidere la partita sono tantissimi. In questo senso nessun altro grande campione del calcio moderno gli assomiglia, forse solo Messi. I suoi picchi di talento visti oggi sembrano anche superiori a quelli di Cristiano Ronaldo. Una cosa ironica visto che la sua carriera è legata a un confronto, nettamente perso, con il portoghese. È una cosa forte da scrivere, ma a rivedere i video dei gol di Bale, delle sue partite decisive, di come si muoveva in campo e di come andava via agli avversari sembra avere una sensibilità di calcio anche superiore a quella di Ronaldo, uno che ha normalizzato la straordinarietà diventando più continuo che decisivo. Bale, al contrario, ha ristretto il suo impatto ai momenti pesanti.

Il primo momento ce lo ricordiamo tutti in particolare in Italia. La tripletta, inutile ai fini del risultato visto che Spurs persero per 4-3, a San Siro contro l’Inter nel 2010. Lì ha minuti di imprendibilità sconcertante, onnipotenza in grado di far diventare statue giocatori come Zanetti, Maicon e Cambiasso. Nella partita di ritorno, però, forse si concede una prestazione quasi più iconica. Non entra nel risultato direttamente ma fa due assist per Crouch e Pavlyucenko e sembra giocare un altro sport. Prima dell’assist del 3-1, butta il pallone in avanti e comincia a correre, bruciando Maicon come se fosse una gara tra una vespa e una Mercedes.

Il motivo per cui Bale nel suo prime sembrava in grado di manipolare le partite e gli avversari era il fatto che fosse un assoluta novità nel gioco. Brian Phillips, giornalista di culto per Grantland e The Ringer, nel suo blog Run of play scrive di Bale: “Che goduria assistere a questi ultimi mesi di Gareth Bale. Una specie di ala veloce vecchio stile in un'epoca in cui non ci sono ali veloci – e un mancino che gioca a sinistra, che è una mossa quasi contro-culturale di questi tempi”. La narrazione sulle folli doti atletiche ha quasi superato quella sulla sua qualità tecnica, quasi facendoci dimenticare che Bale, il pallone, lo ha sempre calciato in un modo straordinario.

Nei primi anni da professionista in Inghilterra il suo talento era lampante come le sue doti atletiche anche visto che correva i 100 metri in 11.4 secondi. La sua crescita, che ha portato i suoi allenatori Redknapp e Villas-Boas ad avvicinarlo sempre di più alla porta, trasformandolo da terzino ad ala e infine a playmaker offensivo, è stata quella di un fisico fuori dall’ordinario al servizio di una tecnica eccezionale. Pochi giocatori hanno un tocco di palla del genere in velocità. Ne è un esempio il gol al Norwich nel gennaio 2013, dove si fa tutta la metà campo, aumentando i giri metro dopo metro e tenendo il pallone incollato al piede. Ogni tocco che dà alla sfera, che sia più delicato o più deciso, è perfetto.

La tecnica di tiro è migliorata anno dopo anno. Colpi di esterno sinistro con effetti imparabili, potenza nel tiro di collo e anche una sensibilità nel tiro a giro con il piattone sinistro notevole. È sempre stato in grado di scegliere la conclusione migliore. Due gol per farlo capire. Il suo primo gol iconico lo ha segnato al volo, contro lo Stoke, con uno stile che sembra a metà tra la volée di Zidane contro il Leverkusen e quella di Totti contro la Sampdoria, con il pallone preso di collo che viaggia dritto per dritto verso il palo lontano. Allora era ancora un terzino di spinta, non il mostro offensivo a cui siamo familiari. Il secondo gol, invece, è un tiro a giro con traiettoria uscire contro il Manchester City. Sembra un tiro secco dritto verso l’incrocio più vicino, e invece la direzione del pallone regala una sorpresa tanto a noi quanto a Joe Hart in porta. Di prima si inventa una conclusione insolita da quella posizione, dimostrando quanto gli piaccia cercare il secondo palo.

Oltre a questo c’era anche un senso della posizione in campo di primo livello, che gli ha permesso di diventare una minaccia aerea con letture dei tagli e delle intenzioni dei compagni da manuale. Tutte caratteristiche che ne hanno fatto una sorta di Cristiano Ronaldo mancino: un prototipo di giocatore del futuro, in grado di caricarsi la squadra nel momento decisivo di una partita chiusa. Un precursore vero e proprio, visto anche che è stato il primo giocatore per cui si è molto discusso sui soldi investiti per acquistarlo, qualcosa che ha finito per inghiottirlo e offuscare la sua immagine proprio nel momento in cui è finito nel club più importante del mondo.

La cosa affascinante di Bale era come manipolava contesti, risolvendo facilmente situazioni complesse. Giocava in una squadra della media borghesia inglese che prima del suo arrivo non aveva mai giocato in Champions League. Con lui, non solo il Tottenham si è qualificato per la prima volta, ma è arrivato ai quarti di finale, un contesto perdente che ha assaporato il successo. Lo stesso discorso è valso per il Galles: una nazione di secondo se non terzo piano, oscurata dal dominio inglese e che, per quanto abbia avuto giocatori di altissimo livello come Rush e Giggs, non aveva mai disputato un grande torneo internazionale.

Con il suo arrivo il Galles è cresciuto, disputando due europei – e giocando una semifinale nel primo – e il suo primo mondiale in sessant'anni. C’era del fascino tutto britannico in questa storia. Il ragazzino prodigio con le orecchie a sventola e la faccia semi arguta da cantante di un gruppo punk londinese che faceva cose in campo come nessuno. I contorni di una bella storia al punto che uno dei due contesti, quello di club ovviamente, ha cominciato a stridergli. Bale nel 2012 era troppo per il Tottenham, dopo una stagione da 21 gol e 8 assist in Premier League, e il suo passaggio al Real Madrid era fisiologico, in un momento in cui i soldi nel pallone stavano iniziando a circolare come mai prima.

È finito nel club principale del mondo che ambiva a rivincere la Champions League dopo 10 anni, circondato da gente destinata a vincere Palloni d’Oro e Coppe del Mondo. Lui era la novità del calcio che finiva nella tradizione. Un inglese in Spagna. La prima star britannica dopo David Beckham. A Madrid ha dovuto subito adattarsi: ha dovuto cambiare posizione, cominciando a giocare per la prima volta fisso a destra per assecondare l'enorme presenza di Cristiano Ronaldo.

Proprio il confronto con Ronaldo lo ha perseguitato e lo ha reso la persona meno coccolata all’interno dello spogliatoio. Ronaldo era il centro del Real, doveva segnare lui i gol e Bale per lui rischiava di essere un ostacolo. Negli anni è diventato l’esempio cattivo, quello che è bravo ma che si applica poco, perché meno ossessionato dai numeri e i successi del suo incredibile compagno di squadra. Eppure, per entrare nella storia del Real Madrid, a Bale è bastato molto meno del lavoro ossessivo compiuto dal collega. Perché anche lì, con meno responsabilità rispetto agli Spurs e al Galles ha dimostrato che per lui è più facile.

Al primo anno con il Real fa 15 gol e 12 assist in 27 partite ma prima del finale di stagione era sempre etichettato come quello che per 109 milioni forse doveva fare di più. Ha cominciato a scardinare con prepotenza questa narrazione ad aprile del 2014, nella finale di Copa del Rey, in cui ha spiegato chiaramente che lui le partite vuole deciderle. Questo gol è un'espressione violenta del suo strapotere fisico e della sua incontenibilità.

Il gol è praticamente tutto suo, dato che prende il pallone prima della metà campo su una transizione e se lo butta in avanti lungo la linea laterale sinistra. Il suo avversario è Marc Bartra che, ovviamente, non ha minimamente il suo passo e, non potendo più pensare di recuperare la sfera, decide di provare a spingere Bale fuori dal campo. Per quanto Bartra non sia piccolo fisicamente, la sua spinta per Bale è come un soffio d'aria: sente appena il suo corpo, esce dal campo, sì, ma non perde nulla della sua potenza e velocità, recuperando il pallone 20 metri più avanti: un autopassaggio che lo porta uno contro uno con Pinto. Bartra ci riprova ma stavolta può solo guardare mentre Bale appoggia in porta. Wow del pubblico, telecronista impazzito, la narrazione si compie.

Durante quella finale non lo sapevamo ma quello era solo l'inizio dato che, un mese dopo, Bale decide la finale più importante: quella di Champions League contro l’Atletico Madrid. Certo, l'apice vero di quella partita porta la firma di Sergio Ramos, con il gol che ha portato il Real ad allungare la sfida nei tempi supplementari quando sembravano un miraggio. Ma a quel punto, il gol che ha definitivamente ucciso i sogni di gloria dell’allora operaia squadra di Simeone lo ha segnato lui. Cross di Di Maria, lettura della traiettoria e tempismo dello stacco perfetto del gallese a sovrastare Alderweireld, diretto avversario con la palla che va precisamente all’incrocio dei pali.

Bale si è preso la sua narrazione al Real in quel momento. La finale l’ha decisa lui, non Cristiano Ronaldo. Togliergli la libertà non lo ha reso meno decisivo, meno capace di capire il momento per prendersi la partita e spezzare la schiena all’avversario, con Bartra e Alderweireld inermi vittime sacrificali. Al Real Madrid, Bale ha avuto un’influenza sensibile ma semplicemente offuscata dalla presenza di Cristiano Ronaldo. Quando Ronaldo non c’era, però, Bale risolveva la pertite e nel frattempo il suo gioco cresceva come influenza per i compagni. Non ha mai giocato tantissimo: ci sono stati molti infortuni; c'è stato rapporto non idilliaco con Zidane; c'era la sensazione che non avesse mai interiorizzato completamente la vita in Spagna e neanche la lingua, visto che non si è mai sprecato nel parlare spanolo in quasi sei anni e le tradizioni del club stesso.

Solo nelle prime due stagioni in Spagna ha giocato più di 2.000 minuti in campionato, tenendo una media di 1.592 a stagione, un migliaio in meno di Benzema per capirci. Il periodo madrileno di Gareth è difficile da collocare, capire se è stato un grande campione d’impatto o un gigantesco potenziale espresso solo in parte. È sembrato un decadimento, una perdita di potenza, di efficacia. Eppure non si è limitato a entrare nella mente dei tifosi con momenti straordinari al primo anno.

La sua capacità di essere clutch lo ha portato a segnare uno dei gol più belli della storia delle finali di Champions League, a Kiev contro il Liverpool nel 2018. Quella finale, più che degli errori tremendi di Karius, è stata la finale di Bale, la sublimazione del suo essere game-changer. All'ora di gioco, il Liverpool ha recuperato lo svantaggio, la finale di Champions League è in equilibrio. Gareth era entrato dalla panchina pochi minuti dopo il pareggio e gli bastano due minuti per compiere il gesto che lo ha fatto entrare nella storia del calcio definitivamente.

Il modo in cui salta, spalle alla porta, sul cross di Marcelo, tradisce l'idea della rovesciata. Non è la prima volta che un giocatore del Real Madrid tenta una rovesciata in quella Champions League. Qualche mese prima, con quel gesto, Cristiano Ronaldo si era preso gli applausi dello Juventus Stadium che poi lo avrebbero portato a Torino quell'estate. L'idea di Bale, però, è portata all'ennesima potenza e ci mostra chiaramente la sua capacità di scrivere il climax delle partite come nessuno. Il pallone sembra entrare lentamente, dritto all’incrocio, con gli occhi fissi di tutti. Come se quella giocata avesse rallentato il tempo per qualche secondo, facendo impazzire il mondo come negli anni precedenti aveva fatto impazzire i suoi tifosi.

Un gesto atletico che non gli avevamo visto tentare molto spesso in carriera, ma che ha eseguito semplicemente dopo essere entrato in campo per pretesto, non per decidere la partita. Chissà cosa ha pensato Cristiano Ronaldo, che ha provato tante rovesciate in carriera per senso estetico o quasi sfizio, della semplicità con cui Bale ha avuto quell’intuizione e cambiato un’altra partita. Chissà cosa ha pensato Zidane, che aveva criticato i soldi spesi dal Real per acquistarlo, di quel gesto; chissà se, mentre sventolava la mano a bordo campo diventando un meme, stava pensando “alla fine ne è valsa la pena”. Dopo Bale calcerà un pallone quasi per noia e Karius completerà la sua serata disastrosa con una papera goffa, che gli costerà la carriera e toglierà un po’ di meriti alla doppietta di Bale.

Nonostante tutto, la carriera di Bale a Madrid è rimasta nel limbo: si è preso i suoi momenti chiave da eroe, ha segnato 106 gol, vinto 5 Champions League e 3 campionato; eppure, addosso gli rimane un senso di incompiuto, di rammarico per non essere stato l’erede di Ronaldo che ci aveva promesso di essere. Quello che lo ha reso speciale a inizio carriera e in nazionale era l'idea di essere ancora l'eroe delle sue squadre: al Real, però, l'eroe è stato sempre un altro. Inoltre, se già i giocatori britannici erano mal digeriti fuori dal Regno Unito, l'avversione di Bale a integrarsi con la cultura di Madrid e del Real lo ha reso ancora meno gradevole per i suoi tifosi fino a diventare un meme con il suo “Wales, Golf, Madrid. In that order”, usato come risposta alla battuta di Mijatovic che lo aveva accusato di pensare più a giocare al golf che a impegnarsi con il Real, come se dovesse dimostrare altro dopo 3 gol in finali europee. 

Bale e i compagni di nazionale del Galles con la bandiera che recita: "Wales. Golf. Madrid. In that order".

Non a caso, quando è tornato per un anno in prestito al Tottenham i tifosi lo hanno riaccolto gioiosi, come il loro figliol prodigo. E non se lo sono potuti godere per causa della pandemia, ma anche con lo stadio vuoto ed una forma fisica precaria ha confermato di essere un fuoriclasse. Se però al primo posto del suo trittico c'è "Wales" è perché la sua massima epicità Bale l’ha raggiunta con la nazionale. La gioia di vestire la maglia del proprio paese e condividere un ciclo di successo con i compagni con cui era cresciuto, come Aaron Ramsey, Ashley Williams o Ben Davies. Un contesto più piccolo, dove poteva essere il fenomeno, contare sul supporto di tutti e divertirsi. Come al Tottenham.

Con la Nazionale, di cui è stato leader indiscusso e capitano, ha fatto registrare 111 presenze e 40 gol. Ha preso per mano una nazione e l’ha portata a competere dove non era mai arrivata prima. La corsa a Euro 2016 porta il suo volto e la sua esultanza a forma di cuore. Le punizioni contro l’Inghilterra e la partita contro la Russia sono altre due imposizioni sulla narrativa delle partite. Il fatto che sia stato il primo marcatore gallese al Mondiale dopo sessant'anni è la giusta ricompensa di sceneggiatura. Forse anche il suo ultimo obiettivo, visto che si è ritirato poco dopo

Anche nel breve periodo statunitense con la maglia del Los Angeles FC, in cui ha giocato quasi solo per prepararsi al Mondiale invernale in Qatar, ha lasciato il segno in poco tempo, diventando l'uomo decisivo nella finale dei playoff di MLS. Come a Kiev cinque anni prima, non parte titolare: entra nei supplementari, con la squadra sotto 3-2 e in inferiorità numerica. Al 128esimo minuto Palacios, dalla riga di fondo, mette un pallone a centro area e lui non batte ciglio, facendosi trovare in posizione perfetta per sfruttare il suo metro e novanta, sovrastare gli avversari e incornare in porta.

Anche a 33 anni, probabilmente più vicino a essere un ex che un calciatore, anche in maniera meno spettacolare, ma non per questo meno mistica, Bale è decisivo. Si va a prendere l’abbraccio dei tifosi e dei compagni, tutti in totale adorazione della potenza che emana. Il telecronista americano commenta: “Sarà il quarto pallone che tocca, ma quando gli è arrivato [quello giusto, ndr] gli è bastato”. Alla fine LAFC vincerà ai rigori, rendendo il gol di Bale ancora più pesante.

L’impressione, però, è che alla fine di tutto l’immagine migliore che definisce la storia di Bale non siano questi gol da antologia che ha realizzato, prendendosi la scena nel modo più bello, forte e inequivocabile possibile, ma proprio il suo slogan: “Wales. Golf. Madrid. In that order”. Forse è davvero l’istantanea che ci dice più di Bale. Una mancanza di rispetto. Perché Bale quando è piombato nel calcio era irrispettosamente troppo forte, ai limiti del ridicolo. Talmente forte da manipolare le leggi caotiche che governano uno sport episodico. Forse più che un climax narrativo, il suo è stato un anticlimax; una narrazione, la sua, che svettava su quella degli altri, che per brevissimi tratti è svettata sopra a quella di Cristiano Ronaldo ma che poi si è spenta velocemente ma senza il dolore di qualcosa che si conclude.

A 33 anni ha deciso che del calcio ne aveva avuto abbastanza, che forse il golf non è lo sport migliore del mondo ma sicuramente è meglio di doversi rimettere in discussione a livelli sempre più bassi prima di essere dimenticati. Alla fine, Bale ha manipolato la narrazione di partite, stagioni e finali ma ha concluso la sua carriera manipolando la narrazione di sé stesso. Una scelta che, comunque, lo renderà unico.


  • Classe ’91, è nato a Milano e cresciuto a Torino. È il tipo di persona affascinato da tante cose culturali, forse troppe e guarda caso non sa mai scegliere la preferita. Ama sparire e riapparire tra le luci stroboscopiche e i suoni elettronici dei club. Si crogiola nel ridere e far ridere agli spettacoli di stand up, e resta sempre sorpreso dell’emozione che può regalare un uomo che calcia un pallone. Scrive di sport su Ultimo Uomo, Sportellate e qua e là. Conduce un podcast sul calcio inglese, Britannia. Scrive anche di musica, cinema e tanto altro. Collabora con Seeyousound International Film Festival.

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