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Jannik Sinner colpisce un rovescio durante un match a Wimbledon.
, 14 Luglio 2023

Sinner ci sta abituando alla grandezza?


A 21 anni, è il terzo tennista italiano ad arrivare in semifinale a Wimbledon.

Jannik Sinner compirà 22 anni il 16 agosto. Lo vediamo sornione dietro al microfono mentre risponde a domande imbarazzanti sul suo prossimo avversario. In semifinale preferisci incontrare Novak o Rublev? gli chiede il giornalista. Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscerlo: ha un modo tutto suo di essere seriamente spiritoso, come un professore di geografia che fa ridere soprattutto per il tenero contrasto tra il sorriso e l’aria seria. Jannik ha appena fermato la corsa dell’uomo in missione, il russo Roman Safiullin, numero 92 del ranking mondiale. Prima di Safiullin aveva regolato Juan Manuel Cerundolo (111 Atp), Diego Schwartzman (98), Quentin Halys (79) e Daniel Galan (85): la lista sembra quella del Challenger di Biella, invece rappresenta il cammino storico del terzo italiano di sempre a raggiungere la semifinale a Wimbledon, il tempio del tennis, dopo Nicola Pietrangeli nel 1960 e Matteo Berrettini nel 2021. Sulla carta il percorso è stato facile ma poi le partite vanno pur sempre vinte, sull’erba basta niente per finire sotto; Jannik ha navigato fra i flutti come un capitano di lungo corso: ora, nel punto più alto della sua carriera finora, gli tocca giustamente l’ostacolo più impegnativo.

Sinner è arrivato a Wimbledon a fari spenti. Le aspettative intorno al suo torneo erano piuttosto basse: Sinner sembrava un parente lontano del tennista che un anno fa sconfisse Alcaraz e mise sotto Djokovic 2-0. A dire la verità la stagione era partita anche bene, culminando con le tre perle consecutive nei Master 1000 di Indian Wells (semifinale persa con Alcaraz), Miami (finale persa con Medvedev) e Montecarlo (semifinale persa con Rune), prima del brusco calo tra maggio e giugno. Tutto nasce da un errore di programmazione: dopo la fatica accumulata e il cambio di superficie sarebbe stata opportuna una pausa, invece l’infortunio di Barcellona ha innescato una catena di problemi psicofisici.

Le delusioni romane e parigine hanno intaccato anche la fiducia di Sinner e nemmeno la stagione su erba è partita bene, con una sconfitta netta e brutta al cospetto di Ruusuvouri a ‘s-Hertogenbosch e il ritiro contro Bublik (sotto di un set e un break) nella cornice bucolica di Halle. Insomma c’erano tutti i presupposti perché questo tabellone favorevole si mutasse in un colossale rimpianto. E' una canzone di cui conosciamo il refrain: Sinner al centro dell'opinione pubblica come se dovesse ancora dimostrare il suo vero valore, come se continuasse a infrangere la promessa di epicità che avevamo trovato in lui quando era ancora un teenager.

Il tabellone in effetti si è trasformato via via in una voragine, un buco nero, un panorama tentatore di quelli che nella maggior parte dei casi ti causano vertigini e sconfitte inopinate contro mister Pincopallo. Le premature dipartite di Ruud e Fritz hanno lasciato la tavola sguarnita, poi ci ha pensato l’atavico autolesionismo di Shapovalov a rendere la situazione quasi surreale. Sinner, dal canto suo, non si è tirato indietro. Ha trovato una prima graffiante - abbassando di una spanna il lancio della pallina - e anche se le percentuali restano bassine si è aiutato con una seconda finora solida e inattaccabile.

Pian piano ha ricostruito una certa fiducia nel suo tennis, quello della risposta garibaldina e irriverente in grado di strappare il servizio all'avversario in qualsiasi momento. Il tutto ancora un po’ a intermittenza. Ci sono stati blackout preoccupanti come quello nel secondo set del match contro Safiullin, in cui Sinner ha perso dando l'impressione di essersi disconnesso mentalmente dalla partita. Ci sono state difficoltà a concretizzare le occasioni: 3 palle break trasformate su 20 contro Galan agli ottavi, ad esempio. Eppure è stato un percorso da tennista maturo, in grado di sentire e gestire le partite.

È stato detto in tutte le lingue: Novak Djokovic, campione ininterrotto dal 2018, non perde sul centrale dalla finale del 2013. Ha sollevato il trofeo già sette volte e con i suoi record potremmo riempire libri interi. Ovviamente i precedenti sorridono al serbo che, peraltro, arriva qui con tutte le carte in regola – come se fosse possibile il contrario. Gli ottavi di finale l’hanno visto piegare Hurkacz, un giocatore di estrema intelligenza e che, soprattutto nei primi due set, era sembrato totalmente ingiocabile sul suo servizio. È vero, alle fine il polacco ha perso la partita sul piano mentale, sciupando due tiebreak che aveva quasi in pugno, ma ha sbagliato perché il carisma e la cattiveria agonistica di Nole sono palpabili e incomparabili, nei momenti decisivi ti entrano nella testa e ti trasformano nel tuo peggiore avversario – tragica magia del tennis.

Si può anche sottolineare come anche Novak, frustrato dall’inefficacia delle proprie risposte, abbia difeso strenuamente il servizio, alzando notevolmente l’asticella della concentrazione. Una volta di più ha analizzato la situazione, ha studiato le difficoltà e ne è uscito più forte. Anche Rublev ai quarti gli ha proposto un bel rompicapo iniziale, ma dopo aver perso il primo set, Novak gli è passato sopra come un rullo compressore, senza riguardo né pietà. Insomma le prospettive sono grame: Djokovic sembra addirittura più forte dell’anno scorso e Sinner più debole. Se il suo percorso a Wimbledon dovesse fermarsi oggi, davvero potremmo recriminare qualcosa al migliore tennista italiano?

Jannik Sinner compirà 22 anni il 16 agosto, dicevamo. Alla sua età Djokovic aveva già vinto il primo Slam in Australia ma per il secondo ha dovuto attendere di averne 24. Nel 2003, Roger Federer ha sollevato per la prima volta il trofeo dei Championship dopo aver battuto Andy Roddick in semifinale e Mark Philippoussis in finale e anche lui aveva quasi 23 anni. Nadal sì, lui ha cominciato prima; ha compiuto 19 anni nel corso del suo primo Roland Garros, precoce un po’ come il connazionale Carlos Alcaraz, che ha vinto lo US Open alla stessa età. Medvedev ha raggiunto il primo Slam a 25 anni, Thiem a 27; Zverev e Tsitsipas stanno ancora aspettando, insieme a una nutrita compagnia. Ha senso paragonarsi agli altri?

Forse è un esercizio sterile, però può aiutare a dare un senso e una misura a ciò che si chiede a questo ragazzo. I primi tre sono esempi iperbolici ma è anche vero che, usciti di scena loro – tiranni ventennali dei Major – si creerà giocoforza un po’ di spazio per gli altri. L’impressione è che Alcaraz sarà per distacco il dominatore della nuova era, seguito dalla verve da intruso di Holger Rune. Dal canto suo, però, Jannik Sinner ci sta abituando alla grandezza di un atleta completo, solido, tremendo da affrontare per quasi ogni tennista al mondo. A volte lo rimproveriamo per il servizio sciatto o per i cali di concentrazione, ignorando l'assurdità di aspettative del genere. Pochi tennisti oggi possono tenere testa all'efficacia di Sinner, alla sua brutalità in risposta e ai suoi cambi di ritmo ancora fragili ma coraggiosi.

Quello di Sinner non è un exploit; non è la settimana – abbondante – della vita. Questo è stato il suo quinto assalto a una semifinale dopo aver già raggiunto i quarti in ognuno degli Slam. Nel 2020 si è svelato in quello strano Roland Garros autunnale, atipico in tutto tranne che nel nome del vincitore: ed è stato proprio Rafael Nadal a mettere a cuccia il teenager con una prestazione scorbutica delle sue. Nel 2022 Jannik ha sfiorato i quattro quarti, fermato soltanto da un infortunio negli ottavi parigini. In Australia ha perso nettamente contro Tsitsipas; a Wimbledon ha subito l'apocalittica rimonta di Djokovic e a New York si è fermato a un solo punto dal successo contro Alcaraz, poi campione.

Dolorose lezioni di vita dolorosa: eppure non possiamo tralasciare il fatto che ogni sconfitta, ogni eliminazione, ogni punto perso stiano spingeno Jannik Sinner verso la maturità. Lui si è costruito giorno dopo giorno, un centimetro alla volta, è caduto cento volte e si è rialzato centouno. Viviamo in un mondo che ti prende, ti mastica e ti sputa per poi ripetere il processo più e più volte secondo convenienza. Viviamo sui social all’insegna dell'immediatezza e non siamo più abituati alla pazienza. E' curioso come l'arte dell'attesa venga insegnata proprio da uno sport che per definizione divide senza pietà i vincitori dai vinti. Forse, allora, il risultato di oggi contro Djokovic non è la cosa più importante, forse conta di più ciò che Jannik Sinner sta costruendo nel tempo. E lo vedremo in futuro, quando si avvicinerà sempre di più a una vittoria Slam. Anzi, forse lo stiamo già vedendo.


  • Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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