Franco Vazquez esulta dopo un gol con il Parma.
, 14 Luglio 2023

Franco Vazquez non ha ancora finito


E sembra avere voglia di dimostrarcelo.

Quando il 24 febbraio, in occasione della 26esima giornata di campionato, Frosinone e Parma si incontrano, vivono stati di forma diametralmente opposti. I ciociari sono in vetta alla classifica con un margine di 15 punti sulla terza; vengono da sette risultati utili consecutivi e veleggiano in serenità verso la promozione. Il Parma, al contrario, è in preda ad un andamento schizofrenico: è fuori dalla zona playoff e di recente ha subito una bruciante sconfitta casalinga contro l’Ascoli. Insomma, i presupposti per una comoda vittoria dei padroni di casa sembrano esserci tutti, se non fosse per un dettaglio tanto singolare quanto significativo sul rendimento della squadra di Pecchia.

Il Parma, difatti, ha raggiunto la dimensione surreale della costanza nell’incostanza: dall’ottava giornata non ha più replicato il risultato della gara precedente. Mai due vittorie, due pareggi o due sconfitte di fila: per 18 giornate (saranno 24 alla fine) il Parma è una variabile impazzita, l’incubo - ma per i più scafati la gioia - degli scommettitori. Il primo tempo della gara di Frosinone sembra confermare questa tendenza: il Parma va al riposo sul 3-1 e sembra in pieno controllo dell’incontro. Come spesso accade però, soprattutto al Parma di questa stagione, la calma è solo una condizione passeggera, il preludio di un dramma incombente. Nel giro di 10 minuti il Frosinone accorcia le distanze e va in superiorità numerica, per poi riequilibrare il match a 20 minuti dal termine. I ducali, allo stremo delle forze, si apprestano a subire l’assalto del Frosinone, spinto dal famelico pubblico dello Stirpe.

Una manciata di secondi dopo il gol di Moro, però, accade l’impensabile. Franco Vazquez, autore del gol che ha sbloccato il match, cattura un pallone sulla trequarti avversaria, è accerchiato da maglie avversarie ma non con grande pressione; ha dunque quella frazione di secondo necessaria per stoppare il pallone e voltarsi verso la porta. Con due tocchi, prima di destro e poi di sinistro, si accomoda il pallone sul piede debole, il destro per l’appunto, e con facilità irrisoria spedisce alle spalle di Turati un tiro morbido, essenziale nella sua esecuzione. Uno squarcio di luce generato dal nulla, che decide in modo incontrovertibile una gara indirizzata su altri binari. 

Vazquez, oggi svincolato dopo la conclusione del biennale firmato nell’estate del 2021, per il Parma è stato questo: come una versione terrena del mito di Sisifo, si è fatto carico delle ambizioni dell’intera squadra, trainandola ogni settimana verso l’alto, per poi ritrovarsi ogni volta al punto di partenza, tradito da una rosa inadatta a disputare un campionato di vertice.

Quello contro il Frosinone è il 21esimo dei 25 gol realizzati a Parma in due stagioni, a cui vanno aggiunti 11 assist, per un totale di 36 gol propiziati sui 96 realizzati dai ducali in queste due stagioni. Il tutto peregrinando in giro per il campo per assecondare le volontà di tre allenatori diversi, tutti e tre con idee differenti sulla posizione da fargli ricoprire, ma non sui compiti da affidargli. Sin dall’esordio con la maglia del Parma, Franco Vazquez è stato il deus ex machina dell’undici al tempo di Enzo Maresca; il porto sicuro nel quale attraccare nelle momenti di difficoltà e il faro offensivo da cui farsi illuminare per generare pericoli. 

Lo stile, seppur a tratti impolverato, è rimasto quello degli anni a Palermo: con la chioma sempre più diradata e il passo pesante, il Mudo si trascina per il campo individuando le zone da cui scandagliare lo scenario per pilotare la manovra offensiva del Parma. Il suo calcio sembra uscito da un post dell’account Instagram Vita Lenta, un raccoglitore di brevissime clip nelle quali vengono riprese scene di vita comune da cui trasuda calma, rilassatezza, serenità. Vazquez, con le finte di corpo impercettibili, i tunnel di suola, le brusche frenate per lucrare un fallo, ci trascina in una dimensione lontana dall’ideale che il calcio moderno rincorre, e forse ritrovabile solo in contesti minori dove i tempi sono più dilatati e gli avversari meno reattivi ed esplosivi. Anche Iachini, un allenatore prosaico nell’interpretazione del calcio ma fondamentale nel percorso di crescita di Vazquez, ne ha sottolineato la capacità di legare il gioco e l’imprevedibilità, due qualità che lo hanno reso il principale responsabile sia della rifinitura che della finalizzazione delle azioni del Parma. 

Improvvisazione, immaginazione, istinto: nelle poche interviste concesse, Vazquez utilizza spesso queste parole per descrivere il suo essere. “Gioco a calcio così da quando ho l’uso della ragione”, dice, rispondendo a chi vuole indagare sulla natura del suo gioco. Per raccontare un calcio sofisiticato, controculturale nella sua variante più estrema, non lesina rimandi alla sua infanzia, al calcio di strada che ne ha forgiato la tecnica e lo spirito: “Il potrero è questo: la scaltrezza, saper controllare una palla anche quando non prende il rimbalzo che ti aspetteresti, adattarsi a tutta una serie di situazioni e manie che ti fanno stare un passo in avanti rispetto ai giocatori che non sono cresciuti lì”.

Quando sceglie Parma lo fa perché è alla ricerca di una squadra che possa renderlo centrale nel progetto, dopo anni di onesto gregariato nel Siviglia prima di Sampaoli e poi di Lopetegui, con interregni meno rilevanti. Abbraccia un progetto ambizioso e la visione del vulcanico Kyle Krause, generoso nel mettere mano al portafoglio ma poco lungimirante nell’approccio ad un campionato ricco di trappole come la Serie B. Il primo Parma di Vazquez è un’utopia: allenatore esordiente, cresciuto guardando da vicino Pep Guardiola, alla guida di un gruppo composto da vecchie volpi della categoria e giovani rampanti in cerca di un palcoscenico.

La realtà, però, è spesso brutale: Maresca da Guardiola sembra aver ereditato solo il look, oltre che un gusto per le idee avveniristiche ma, nel suo caso, senza avere piena contezza del materiale umano a disposizione. La squadra , invece, si rivelerà una massa informe e disfunzionale di ragazzi incapaci di calarsi nel contesto della Serie B e giocatori più esperti non in grado di tenere insieme i pezzi. Mentre il progetto di Krause cola a picco, giornata dopo giornata, la fiamma di Franco Vazquez continua ad ardere e il senso delle partite del Parma si riduce alla venerazione del suo estro.

Nella gara contro il Monza, poco oltre la metà del primo tempo, riceve un pallone sul versante sinistro della trequarti avversaria. L’avversario incaricato di contrastarlo, forse intimorito dalla possibilità di essere dribblato, temporeggia, creando uno stallo alla messicana che si protrae per qualche secondo, fino a quando Vazquez non rompe gli indugi spostandosi il pallone verso la sinistra. Lo fa pigramente, l’idea è che possa crossare per i compagni che nel frattempo hanno riempito l’area. Invece calcia in porta, e lo fa con un pallonetto dolcissimo che muore alle spalle del portiere avversario rendendo vano il tuffo disperato. Un gol che condensa l’arguzia nel leggere la posizione errata del portiere e la genialità che, parafrasando Schopenauer, potremmo definire la capacità di individuare una soluzione che gli altri non possono nemmeno immaginare. 

Tra il calcio oltremodo cervellotico di Maresca e quello arido di Iachini, il Parma chiude nella parte destra della classifica, issandosi sul gradino più alto del podio delle grandi deluse della stagione. Krause incassa e rilancia puntando sull fautore del miracolo Cremonese, Fabio Pecchia, confermando la centralità di Vazquez e il modus operandi nella formazione della rosa, sposato sin dal suo insediamento. Da buon predicatore del 4231, Pecchia affida la trequarti al Mudo, ottenendo il benestare del calciatore.

Vazquez parla dei trequartisti come di una specie in via di estinzione, una minoranza ostracizzata dalle logiche di un calcio improntato sulla fisicità: “Ormai il 10 classico non lo usa più nessuno, bisogna adattarsi ad altre posizioni ed aggiungere aspetti nuovi al proprio gioco, altrimenti giocare diventa difficile”. Vazquez è un po’ imbolsito, ma continua a regalare momenti di autentica bellezza. Contro il Perugia si avventa su un pallone a mezza altezza a circa 25 metri dalla porta, piega il corpo per coordinarsi al meglio e scarica un fendente che affetta l’aria e si infila sotto l’incrocio dei pali. Uno di quei gol che resta tatuato negli occhi di chi ha il privilegio di vederlo dal vivo.

Si attesta nuovamente tra i migliori dribblatori della categoria, differenziandosi dai vari Caso e Luvumbo per la modalità del gesto. Il suo è un dribbling cerebrale, fondato sull’elusività, senza poter attingere in alcun modo da un atletismo ormai ridotto ai minimi termini. A Palermo abbinava tecnica e potenza. Pur non essendo un fulmine di guerra sfruttava le spalle larghe e la potenza negli arti inferiori per macinare metri palla al piede e superare gli avversari. Adesso il suo dribbling si è spogliato di qualsiasi componente fisica ed è diventato uno strumento più difensivo che offensivo: serve per conservare il possesso, dare la pausa, mandare fuori ritmo gli avversari. A volte è un gesto intimidatorio, un’espressione di manifesta superiorità per far desistere l’avversario e attenuare la pressione. 

Come prevedibile, il Parma paga la mancanza di equilibrio e Pecchia decide di sacrificare la punta per inserire un altro centrocampista. Vazquez viene spostato nominalmente nello slot di numero 9, che interpreta a suo modo ovviamente, ma privo di un centravanti da sfruttare come esca per le difese avversarie il suo gioco perde brillantezza. Non ha più quella capacità risolutiva che nell’ultimo biennio a Palermo gli permise di emergere in un contesto disastrato; adesso ha bisogno di una squadra funzionale che abbracci i suoi pregi e mascheri i suoi limiti. Allenatore e giocatori che possano farne il Sole del proprio sistema.

Oggi, quando la carta d’identità recita 34, leggere il nome di Franco Vazquez nella lista degli svincolati è straniante; una parentesi deprimente, seppur momentanea. Il suo agente ha parlato di diversi interessamenti tra Italia ed estero, senza però dare ulteriori indicazioni sul futuro del giocatore. Le lacrime dopo la sconfitta nella semifinale playoff contro il Cagliari, forse frutto anche della consapevolezza di aver concluso un percorso, hanno segnato il Mudo, che si è detto amareggiato dalla mancata proposta di rinnovo da parte del Parma.

Non è indicativo ma è sicuramente significativo che, in un contesto disfunzionale, a pagare sia stato l’unico ingranaggio funzionante, il totem a cui l’intera città si era aggrappata in questo biennio avaro di soddisfazioni. Una decisione singolare, da molti contestata, ma che evidenzia come la presenza di un giocatore totalizzante come Vazquez sia un onore ma anche un onere che non tutti vogliono sobbarcarsi. Il tempo passa per tutti, anche per chi ha un talento apparentemente impermeabile all’invecchiamento, ma sarebbe affascinante vedere una squadra prendersi la responsabilità di affidare il proprio destino al calcio anacronistico, ma ancora ammaliante, del Mudo Vázquez.


  • Pugliese, classe ‘98. Seguo qualsiasi sport e ne scrivo il più possibile.

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