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Cartellone esposto in una manifestazione in Francia con scritto "Giustizia per Nahel".
, 7 Luglio 2023

In Francia c'è di mezzo anche il calcio


Dopo la morte di Nahel, il mondo del calcio è intervenuto nelle questioni sociali francesi.

«È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene... Il problema non è la caduta ma l'atterraggio»

La Haine (1995), Mathieu Kassovitz

Sono passati ventotto anni da quando la voce narrante di Hubert pronunciava questa frase mentre sullo schermo lui e un poliziotto in borghese si puntavano a vicenda una pistola alla testa. Ventotto anni dall'uscita de La Haine, il film che probabilmente racconta meglio - e sicuramente il più famoso a farlo - la realtà delle banlieue parigine. Mathieu Kassovitz aveva iniziato a scrivere il film due anni prima, il 6 aprile 1993, ispirato dalla notizia della morte di Makomé M'Bowolé, un ragazzo di origini zairesi ucciso da un colpo partito dalla pistola di un poliziotto. Makomé, quando è morto, era ammanettato al termosifone di un commissariato, mentre l'agente gli puntava l'arma per intimidirlo. Altra fonte di ispirazione per il regista francese fu il caso di Malik Oussekine, ventiduenne di origini algerine pestato a morte dalla polizia nel 1986 durante delle proteste a cui nemmeno stava prendendo parte.

La Haine, L'Odio in Italia, esce il 27 maggio 1995.

Trent'anni dopo, La Haine è ancora un film d'enorme attualità in Francia e gli eventi che avevano ispirato Kassovitz non fanno che ripetersi e ripetersi. Il 27 giugno scorso un diciassettenne - ormai conosciuto in tutto il mondo con il suo nome, Nahel - è stato ucciso durante un fermo di polizia, scattato poiché si trovava alla guida di un'automobile. Quando ha provato a ripartire, non rispettando gli ordini ma non recando alcun pericolo a chi lo aveva fermato, uno dei due poliziotti, che gli aveva già puntato l'arma, gli ha sparato al petto, uccidendolo. I due membri delle forze dell'ordine hanno sostenuto di aver rischiato di essere investiti dalla macchina guidata da Nahel, ma un video circolato online li smentisce. Gli altri ragazzi che erano in macchina con il ragazzo rimasto ucciso riferiscono che i poliziotti lo avrebbero anche colpito più volte con il calcio della pistola e minacciato ripetutamente.

L'uccisione di Nahel è stata una miccia che ha fatto esplodere fragorosamente le tensioni latenti della società francese, soprattutto tra chi abita le banlieu e "il resto del mondo". Sono iniziate dure proteste - a Parigi ma anche nelle altre grandi città - fatte di assalti, saccheggi, violenze, a cui la polizia ha risposto con altrettante violenze e arresti a tappeto. Questa settimana di vera e propria guerra urbana ha riportato al centro del dibattito molte questioni irrisolte che affliggono la società francese: la ghettizzazione, l'impossibile progetto di assimilazione delle altre culture, la rabbia dei giovani immigrati di seconda generazione, il razzismo e la xenofobia di una parte della popolazione e della politica francese. In questo contesto, come spesso accade in Francia, il mondo del calcio è intervenuto, da una parte e dall'altra, mostrando ancora una volta come esso sia profondamente intrecciato con le questioni sociali del Paese.

Una generazione che parla

Mbappé, Tchouameni, Maignan, Koundé, Cherki e non solo. Nelle ore e nei giorni successivi all'uccisione di Nahel diversi calciatori della nazionale francese si sono esposti sull'argomento, lasciando a Twitter il compito di veicolare i loro pensieri. Maignan, ad esempio, ha scritto "È sempre per le stesse persone che essere nel torto porta alla morte", mentre Koundé ha espresso un ragionamento più ampio, interrogandosi anche sul ruolo dei media nel criminalizzare la vittima piuttosto che il poliziotto che l'ha uccisa. Cherki, attaccante della Francia U21, ha dedicato il gol segnato contro la Svizzera agli Europei proprio a Nahel, sottolineando poi che "Tutti sanno ciò che è successo". In generale la voce di alcuni dei migliori giocatori francesi si è alzata compatta, mettendo al centro del discorso la questione della profilazione razziale operata troppo spesso dalla polizia francese nelle banlieue.

Le banlieue - o comunque i quartieri popolari ad esse adiacenti - sono parte del vissuto di molti dei calciatori che giocano ai massimi livelli nel campionato francese e in nazionale. Mathys Tel, difensore diciottenne del Bayern Monaco, a tal proposito ha scritto su Instagram: "Avevi 17 anni. Io ne ho 18. Entrambi veniamo dalle banlieue di Parigi. È dura da realizzare ma avrei potuto essere io. Morto per un errore - è questa la risposta?". Tel ha mosso i suoi primi passi in una squadra di Aubervilliers, uno dei quartieri popolari che stanno nella zona di Saint-Denis, ed è come la grande maggioranza dei convocati della Francia un cosiddetto immigrato di seconda o addirittura di terza generazione. Di origini straniere, di colore, cresciuti nelle banlieue: è l'identikit di molti calciatori, ma anche di molti che non hanno trovato la via di fuga del calcio e nelle banlieue ci sono rimasti.

Quella attuale è quindi una generazione di calciatori francesi che sente molto vicino il problema del razzismo, dell'esclusione sociale, delle violenze della polizia. Certo, le stesse cose le avevano viste da vicino anche i convocati di dieci anni fa, e di venti, e così via, ma raramente si erano esposti così numerosi. Nel 2005, quando in seguito alla morte di due ragazzi di colore - innocenti - che stavano scappando dalla polizia ci furono delle analoghe proteste nelle periferie francesi, solo Lilian Thuram tra tutti i membri della nazionale si era esposto. E conosciamo l'enorme impegno politico di Thuram. La nuova generazione di calciatori francese è più consapevole del suo ruolo e, inoltre, ha a disposizione i social network per veicolare i propri messaggi con più facilità e arrivare ad un'enorme numero di persone.

Le parole di Lilian Thuram in occasione delle rivolte del 2005.

La Francia contro la Francia

Se da una parte della barricata - metaforicamente - in questi giorni si sono visti diversi calciatori francesi, dall'altra si sono visti - questa volta molto meno metaforicamente - alcuni gruppi ultras. I primi ad aver fatto notizia sono quelli dell'Angers, protagonisti dei video pubblicati anche dai quotidiani italiani in cui difendevano gli esercizi commerciali della città e attaccavano i manifestanti. Episodi analoghi si sono verificati a Lione e in altre città. Sono ultras generalmente d'estrema destra, che organizzano delle vere e proprie ronde armate e sono espressione di un sentimento xenofobo e razzista di cui spesso si vede la concreta espressione in Francia, anche nelle stesse curve delle squadre. Sono le curve in cui vengono esposti regolarmente striscioni omofobi, come quelle di Metz, Lione, Nizza, ma non solo.

In questo quadro emerge ancora più evidente la tensione sociale che attraversa la Francia, sul cui fuoco soffiano partiti come Reconquete! di Eric Zemmour e il Rassemblement National di Marine Le Pen. Ma anche, non va scordato, i Repubblicani, specie in alcuni periodi della loro storia, come durante la presidenza Sarkozy. Questi partiti - e in parte chi li vota - hanno sempre avuto un grande nemico nel calcio: la Nazionale francese multietnica e, soprattutto, multicolore. Già nel 1996, con 8 giocatori di colore in squadra, erano state sollevate alcune osservazioni da Jean-Marie Le Pen, allora leader del Front National. Riferendosi alla Nazionale che poi diventerà campione del mondo nel 1998, Le Pen parla di "una squadra di falsi francesi".

Nel 2005, quando Thuram solleva il problema delle banlieue durante le proteste, Sarkozy - ai tempi ministro dell'interno - lo attacca, sostenendo che in quanto ricco non possa parlare della situazione delle periferie (dove in realtà è cresciuto). Cinque anni dopo, quando Sarkozy è ormai presidente, circolano persino proposte di introdurre un tetto al numero di giocatori di colore nelle giovanili. L'idea viene avallata anche dal CT Laurent Blanc, che era stato il capitano della Francia multietnica del 1998. Tra il 2017 e il 2022 il Rassemblement National arriva ai suoi massimi storici nei sondaggi e approda due volte al ballottaggio. Un determinato sentimento xenofobo e razzista, nemmeno troppo velato, sembra essere ormai sdoganato. In occasione della finale del 2018 anche in Francia molti ambienti di destra preferirebbero addirittura una vittoria della "bianca e cattolica" Croazia a quella della Francia.

Sembra inevitabile che anche questa generazione avrà i suoi Zidane, Benzema, Thuram, personaggi che non si tirano indietro - anche loro malgrado - dal dibattito con i politici e destinati ad essere bersagliati dalle critiche dei Le Pen di turno. Intanto, però, l'opposizione alla Francia multiculturale - che è realtà e come realtà si riflette anche nel calcio - viene anche da dentro le stesse squadre francesi. Abbiamo accennato a Blanc prima, ma è notizia di pochi giorni fa il caso di Cristophe Galtier, ex allenatore di Nizza e PSG, che andrà a processo assieme al figlio per discriminazione razziale e religiosa. Quando era al Nizza, Galtier aveva chiesto al direttore sportivo di ridurre il numero di musulmani in squadra e si era lamentato che la composizione della squadra "con così tanti neri e musulmani" non tenesse conto della realtà della città, storica roccaforte gollista.

Ne La Haine a un certo punto è sempre il personaggio di Hubert, che nel film apre e chiude la narrazione proprio come in questo pezzo, a dire a Vinz: "L'odio chiama odio". E in questo momento nella società e nel calcio francese di odio ce n'è parecchio.


  • Classe '99, fervente calciofilo e tifoso dell'Udinese, alla sua prima partita allo stadio vede un gol di Cesare Natali e ne resta irrimediabilmente segnato. Laureato in scienze politiche a Padova e in un corso dal nome lunghissimo che finisce per "media" a Bologna, usa la tastiera per scrivere di calcio e Formula 1 e il mouse per fare grafiche su Canva.

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