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Atkinson esulta dopo un gol
, 29 Giugno 2023

Dalian Atkinson: solo contro tutti


La storia del protagonista di una delle foto più iconiche della storia della Premier League.

La vita può essere come un gol al Wimbledon in una piovosa giornata di ottobre: prendi palla e da solo ti involi verso la porta, resistendo ai contrasti e dribblando i difensori, depositando infine la palla in fondo alla rete con una magia. E alla fine della tua corsa c’è un ombrello ad attenderti, che ti ripara dalla pioggia battente. Ma può capitare che quell’ombrello non ci sia, e che invece ci siano il taser e gli stivali di un poliziotto. E poi il buio. 

Quel gol Dalian Atkinson l’ha segnato davvero, in una vittoria per 3-2 del suo Aston Villa contro il Wimbledon nell’ottobre del 1992. Presa palla all’altezza della metà campo, supera tutti i giocatori dei dons che gli si parano davanti, resiste al loro ritorno e, giunto al limite dell’area, lascia partire una parabola dolcissima che si insacca alle spalle di Segers. Atkinson corre verso la bandierina e viene raggiunto prima dal suo partner d’attacco Dean Saunders, poi da un invasore di campo, che ripara dalla pioggia i due giocatori dell’Aston Villa con un ombrello, regalando una delle immagini più iconiche dell’allora neonata Premier League. 

Dalian Atkinson nasce a Shrewsbury il 21 marzo del 1968 e cresce a Telford, città industriale inglese fondata negli anni ’60. Da ragazzino emerge come interessante promessa e attira su di sé le attenzioni dell’Ipswich Town, che lo porta nel Suffolk e lo affida alle cure della famiglia Crawford. I Crawford si sono proposti per ospitare i ragazzi delle giovanili dei blues che vengono da fuori città e quindi il club gli propone di accogliere Dalian: «è un problema se è nero?» si sente chiedere Mrs. Crawford dal delegato dell’Ipswich Town. Per i Crawford non lo è, ma per i tifosi del Newcastle sì, visto che un diciassettenne Atkinson, il giorno del suo esordio in Second Division, è oggetto di insulti razzisti provenienti dalle tribune del St. James’ Park.

Due anni dopo esordisce anche in First Division sempre in maglia blue e nella sua prima stagione in massima divisione si fa notare per una meravigliosa tripletta realizzata al Middlesbrough. A Ipswich i compagni lo adorano e Atkinson adora le donne e le automobili, venendo spesso trovato in dolce compagnia prima sulla sua Alfasud modificata e poi sulla sua Maserati.

All’inizio della stagione 1989-90 Dalian Atkinson cambia casacca e si trasferisce allo Sheffield Wednesday, voluto dal suo omonimo Ron Atkinson. Con la maglia degli owls disputerà però una sola stagione, perché nell’estate del 1990 arriva la chiamata dall’estero: la Real Sociedad versa 1.7 milioni di sterline nelle casse del club inglese e Atkinson diventa uno dei primi tre stranieri a vestire la maglia del club basco dopo 27 anni di autarchia, ma soprattutto il primo giocatore nero a farlo. Ironia della sorte l’attaccante inglese arriva in Spagna poco dopo la tragica morte di Laurie Cunningham, primo giocatore britannico del Real Madrid e uno dei primi calciatori neri a giocare per la nazionale inglese.

Dalian Atkinson con la maglia della Real Sociedad
Con i baschi Atkinson disputerà una sola stagione. (EFE)

A San Sebastian i tifosi gli affibbiano il soprannome di txipiron, ovvero calamaro, chi dice per l’abilità che Atkinson ha di sgusciare tra i difensori avversari, chi invece, più realista, perché nero come l’inchiostro. In Spagna disputa una buona stagione, ma, come anche gli altri giocatori neri del campionato, è spesso e volentieri bersagliato dai tifosi avversari con cori e insulti razzisti. Per questo motivo, al termine della stagione, Atkinson decide di lasciare la Real Sociedad e torna in Inghilterra, all’Aston Villa, dove ritrova Ron Atkinson. 

La prima stagione con i Villains è parecchio travagliata: Atkinson è spesso infortunato, è sovrappeso e si gode troppo spesso i piaceri della vita notturna. I tifosi presto gli danno il soprannome di sick note (certificato medico) ma Ron Atkinson crede ciecamente in lui, e il campo gli dà ragione nella stagione successiva, la 1992-93. Da settembre a dicembre Dalian Atkinson è inarrestabile e, anche grazie al contributo del suo partner d’attacco Dean Saunders, mette il pallone per undici volte alle spalle del portiere, compreso quel gol al Wimbledon, votato gol della stagione dal celebre programma Match of the Day e rimasto nell’iconografia del campionato inglese grazie al tifoso dell’Aston Villa, soprannominato da allora Rainman, che raggiunge i due attaccanti dei Villans e condivide il suo ombrello con loro

Nell'inverno tra il 1992 e il 1993 Atkinson deve operarsi allo stomaco e, al di là di qualche sporadica apparizione, la sua stagione finisce lì. L’Aston Villa arriverà poi secondo e la sua assenza di per metà stagione sarà il più grande rimpianto del suo omonimo Ron. Negli anni all’Aston Villa, Atkinson passa da partite in cui è troppo forte e troppo veloce per gli avversari a partite in cui, come ricorda il suo manager di allora, lasciarlo a casa sarebbe stato meglio. In alcune sessioni di allenamento è una macchina da guerra, ad altre nemmeno si presenta, senza dare spiegazioni.

Nel 1993 l’ex Liverpool Alan Hansen dice di Atkinson: «A volte, quando lo guardi giocare, ti chiedi se preferirebbe essere sulla spiaggia a prendere il sole. Altre volte sembra un fuoriclasse. Dipende da lui; può fare quanta strada vuole nel calcio». Il 27 marzo 1994 Dalian Atkinson decide di voler essere un fuoriclasse: dopo aver segnato sia all’andata che al ritorno nella semifinale contro il Tranmere Rovers, realizza il primo dei tre gol che permettono all’Aston Villa di battere il Manchester United e vincere, così, la sua quarta Coppa di Lega. 

Nell’estate del 1994, però, salta la tournée estiva dei villains in Sudafrica per “problemi personali” e, nel novembre dello stesso anno, il suo mentore Ron Atkinson viene esonerato. Il nuovo manager, Brian Little, non ha la stessa pazienza del suo predecessore e, complici i numerosi infortuni, Atkinson finisce per essere impiegato raramente. Nell’estate del 1995 lascia nuovamente l’Inghilterra e si trasferisce a Istanbul, per giocare nel Fenerbahçe, dove viene accolto dal presidente Ali Sen e dall’allenatore Carlos Parreira.

I due trovano la chiave per far rendere Atkinson: chiudono un occhio sulle sue frequentazioni. Prima di un derby contro il Galatasaray, il figlio di Ali Sen gli promette un giro sulla sua Mercedes se dovesse segnare. Atkinson non se lo fa ripetere: il Fenerbahçe vince con una sua tripletta e la Mercedes gli viene direttamente regalata. Nonostante sia spesso fermato dagli infortuni, Atkinson fa in tempo ad andare in doppia cifra; diventare popolarissimo dopo aver posato per una foto con un busto di Ataturk; organizzare una festa in hotel mentre i giocatori del Fenerbahçe erano bloccati a Trabzon e assediati dai tifosi avversari. Alla fine, però, quello per cui sarà più ricordato è la vittoria del campionato, festeggiata poi con i compagni e i tifosi per due settimane di fila. 

Nel giugno del 1996 torna a Birmingham in occasione degli Europei, stando vicino alla delegazione turca, che alloggia nella sua stessa città. Guardare la competizione dalle tribune è particolarmente amaro per Atkinson, che a 28 anni vede la Nazionale come un treno che non è mai passato e che, anche per colpa sua, non passerà più. Forse è qui che matura la sua scelta di lasciare il Fenerbahçe per tornare a giocare in Premier League, ma la squadra turca non vuole lasciarlo andare e la questione si trasforma in una disputa contrattuale in cui viene coinvolto anche l’Aston Villa, che, come anche Atkinson, vanta un credito nei confronti del Fenerbahçe.

Dopo aver fallito le visite mediche al Metz, dove puntava a farsi mandare in prestito, Atkinson si libera finalmente dal contratto con il Fenerbahçe e si accasa al Manchester City, che veleggia a metà classifica nella seconda divisione inglese. Anche a causa della travagliata stagione dei Citizens, i primi 6 mesi del 1997 sono disastrosi per Atkinson, che decide così, a 29 anni, di trasferirsi in Arabia Saudita per rilanciare la sua carriera. 

Ad accoglierlo è l’Al-Ittihad di Jeddah, dove Atkinson si presenta completamente fuori forma; a rimetterlo in sesto è un programma speciale di allenamento ideato dallo staff dell’allenatore belga dell’Al-Ittihad, Dimitrije Davidovic. La cura funziona, Atkinson è di nuovo straripante dal punto di vista fisico e il suo contributo è fondamentale per regalare alla squadra saudita la sua prima Coppa delle Coppe dell’AFC. Per sua stessa ammissione, il periodo passato da Atkinson in Arabia Saudita è particolarmente felice. Dice Atkinson: «[…] non ci sono bar in cui uscire. Non ci sono distrazioni. Posso solo allenarmi e rilassarmi ed è quello che mi serviva dopo aver lasciato la Turchia»

Dalian Atkinson con la maglia dell'Al Ittihad
L'Arabia Saudita sembrava aver rigenerato Atkinson. (Foto: AFP/Yoshikazu Tsuno)

Nel 1999 Atkinson vuole però ritornare a casa, complice anche la morte della madre Ambrozine. Sente che gli infortuni sono passati e vuole trovare una squadra in Inghilterra. Gli infortuni, tuttavia, tornano e nessuno nei campionati inglesi lo cerca. Atkinson decide così di fare un ultimo tentativo e nel 2001 viene messo sotto contratto prima dal Daejeon Citizen, poi dal Jeonbuk Motors. Le due esperienze in Corea del Sud sono una passerella indegna che porta alla fine della carriera di Atkinson: imbolsito e frenato dagli infortuni, gioca in totale cinque partite e, in un’occasione, deve anche essere sostituito poco dopo essere subentrato. 

Passati alcuni anni dal suo ritiro dal calcio giocato Dalian Atkinson decide di rimettersi in gioco, tentando la carriera da procuratore tramite l’agenzia “Players Come First”, da lui stesso fondata. La sua nuova attività lo porta a bussare alla porta di molte delle persone con cui aveva avuto a che fare durante la sua carriera, ma troppe volte queste porte gli vengono sbattute in faccia e nel giro di alcuni anni gli affari dell’agenzia di Atkinson iniziano a colare a picco. 

Nel 2015, quando l’attività chiude, è ormai stato abbandonato da tutti i suoi collaboratori. La salute fisica e quella mentale di Atkinson si sono intanto deteriorate: ha sviluppato vari problemi al cuore e ai reni, uniti a una diagnosi di ipertensione e una di depressione. In pochi lo cercano, ma è anche lui a isolarsi dagli ex-compagni di squadra più stretti, che avrebbero sicuramente fatto qualcosa per aiutarlo, come ricorda Tony Daley, ala dell’Aston Villa nei primi anni ’90.

Le sue condizioni di salute gli impongono anche di assumere svariati farmaci, che Atkinson spesso non prende, convinto di riuscire a superare le sue difficoltà da solo, mentre quelli che prende peggiorano la salute dei suoi reni. Nel 2016 le sue condizioni declinano ulteriormente: i problemi fisici che aveva sviluppato negli anni precedenti si aggravano a tal punto da costringerlo alla dialisi. Atkinson, dati anche la sua personalità e il suo stile di vita, vive in modo tragico questa costrizione e questo non fa che danneggiare ulteriormente la sua salute mentale, con le sue giornate che sono ormai segnate dalla depressione e da sempre più frequenti episodi paranoici.

Ormai debole e con una salute mentale sempre più fragile, assieme alla famiglia prova a cercare ulteriore aiuto rispetto a quello fornito dal NHS, anche perché vuole andare a fondo sulle cause dei suoi problemi di salute. Alla sua richiesta d’aiuto risponderà la Professional Footballers’ Association, che organizza ad Atkinson una prima visita con uno specialista per il 15 agosto 2016. 

A quella visita Dalian Atkinson però non arriverà mai. La notte tra il 14 e il 15 agosto 2016, infatti, Atkinson si presenta a casa di suo padre in stato confusionario e di forte agitazione. In un delirio crescente, probabilmente causato anche dall’assunzione di alcool e droghe, arriva ad aggredire e minacciare di morte il genitore. A quel punto i vicini, preoccupati dai rumori provenienti dall’esterno dell’abitazione degli Atkinson chiamano la polizia. In poco tempo si presentano sul posto due agenti, Benjamin Monk e Mary Ellen Bettley-Smith, che lo affrontano per placarlo.

Dopo una colluttazione di alcuni minuti Monk impugna il taser e lo scarica sul corpo di Dalian Atkinson. Una scarica di trentatrè secondi. Trentatrè secondi, contro i cinque previsti dal protocollo. Il cuore di Atkinson non regge e l’ex-Aston Villa cade a terra. A quel punto Monk lo colpisce con un calcio alla testa. Una volta. Due volte. Sul corpo di Atkinson verranno addirittura trovati i segni dei lacci dello stivale del poliziotto. L’altra agente estrae il manganello e colpisce Atkinson, che ormai giace privo di sensi, dopodichè Monk, come confermato da alcuni testimoni, mette il suo piede sulla testa della vittima, ancora ammanettata, quasi come se fosse un trofeo di caccia. L’ex-giocatore verrà poi portato in ospedale, ma settanta minuti dopo la scarica di taser i medici ne decreteranno la morte. 

Il caso colpisce profondamente l’opinione pubblica britannica, in particolare quella nera, e apre un acceso dibattito sull’uso del taser da parte delle forze dell’ordine. A Telford, centinaia di persone scendono in strada per chiedere giustizia per Atkinson. Per un processo bisognerà però attendere l’estate del 2021, quando si tengono le udienze per decidere la sorte dei due agenti. I risvolti giudiziari della vicenda arrivano quindi in un periodo storico molto particolare, con le immagini dell’omicidio di George Floyd ancora negli occhi di tutti e con il movimento Black Lives Matter molto più strutturato e rilevante di quanto lo fosse al momento della morte di Dalian Atkinson.

Le proteste successive alla morte di Dalian Atkinson
Sono state molte le persone a scendere in piazza dopo la morte di Atkinson. (Shropshire Star)

Tra fine giugno e inizio luglio arriva prima la sentenza e poi la pena per Monk: omicidio colposo e otto anni di carcere. È il primo poliziotto in Inghilterra, dopo oltre trent’anni, ad essere giudicato colpevole di omicidio in riferimento ad azioni compiute in servizio, ed è la prima volta che questo avviene dopo l’omicidio di una persona nera. Atkinson è rimasto profondamente nel cuore dei tifosi che lo hanno sostenuto nel corso della sua carriera, in particolare di quelli dell’Aston Villa, che lo ricordano con affetto in occasione di anniversari come quello della morte o del gol al Wimbledon.

Particolarmente d’impatto è il primo omaggio, andato in scena nel 2016, quando il Villa Park gli tributa un minuto di applausi. Compare l’immagine di Dalian Atkinson sul maxischermo, tutti sugli spalti si alzano e, commossi, battono le mani. A un certo punto si nota una macchia di colore diverso nelle file basse della Trinity Road Stand. Sono ombrelli. Come quello del 1992. E per un momento sembra di rivedere quella maglia claret and blue numero 10 sfrecciare sul prato del Villa Park.


  • Classe '99, fervente calciofilo e tifoso dell'Udinese, alla sua prima partita allo stadio vede un gol di Cesare Natali e ne resta irrimediabilmente segnato. Laureato in scienze politiche a Padova e in un corso dal nome lunghissimo che finisce per "media" a Bologna, usa la tastiera per scrivere di calcio e Formula 1 e il mouse per fare grafiche su Canva.

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