
La gioia infinita di Victor Osimhen
Con la vittoria dello scudetto, l'attaccante del Napoli ha creato il suo mito.
Erano passate poche ore dalla vittoria sofferta contro la Juventus. Il Napoli, reduce dalla cocente eliminazione in Champions League contro il Milan, era già una squadra stanca, svuotata della vivacità che aveva mostrato da inizio stagione. Alla fine aveva vinto con un gol eccezionale di Raspadori all'ultimo minuto, e all'ufficialità dello Scudetto mancava solo qualche giorno. Al ritorno da Torino, il pullman del Napoli era stato assediato dai tifosi, accorsi all'aeroporto di Capodichino per allungarsi intorno alla squadra, per abbracciarla, stritolandola di un amore irripetibile. Victor Osimhen aveva già regalato qualche minuto ai suoi tifosi con una diretta Instagram iniziata appena la squadra era salita in aereo. Aveva cantato Sarò con te con la squadra, risposto a qualche domanda dei suoi followers. Aveva persino già detto: «Cari napoletani, avete aspettato abbastanza, ora tocca a voi». In fondo è stato questo il ritratto della mitopoiesi di Osimhen, il primo centravanti capace di riportare lo Scudetto a Napoli dopo Maradona.
Osimhen che apre il tetto del pullman per guardare i tifosi negli occhi, per godere ancora di quella festa usurante. Il Napoli non aveva ancora vinto lo Scudetto aritmeticamente – una settimana dopo ci avrebbe pensato la Salernitana a rimandare la festa – eppure la città si era inchinata dinanzi al suo leader. Osimhen ha chiuso il campionato con 26 reti, ha segnato una doppietta alla Juventus, due gol alla Roma. Ha segnato il gol dell'apoteosi, in una calda ma tetra serata di Udine a inizio maggio. Osimhen ha dominato la Serie A. «Ora tocca a voi», ha detto ai tifosi del Napoli la sera del 30 aprile, come se fosse nell'ordine naturale delle cose, come se sapesse già scritto nel proprio destino che sarebbe servito un giocatore come lui a sovvertire le leggi della vittoria in Italia.

Il 7 maggio, durante la festa dello Scudetto, in un breve intervento prima di celebrare la rosa campione d'Italia, Paolo Sorrentino ha ricordato Diego Armando Maradona perché «lui ci ha insegnato il significato del verbo vincere». Poi i calciatori del Napoli sono sfilati a uno a uno sul palco, e Victor Osimhen si è presentato con una sciarpa del Napoli legata in testa, come quella notte a Capodichino. Ha festeggiato come un principe magnanimo, restituendo ancora una goccia di sé al suo popolo. Per tutta la stagione il pubblico lo ha coccolato, rivisitando dopo ogni suo gol il celebre coro dedicato a Maradona: «Olé olé olé Victor Victor». Ha alzato Luciano Spalletti al cielo, in un ringraziamento acceso per il suo mentore della maturità. Ecco, se Maradona ha coniato il verbo "vincere" in questa città e lo ha inserito nel dizionario del tifo napoletano, dopo decenni Osimhen ha aggiunto a quello stesso verbo una sfumatura più violenta: "vincere dominando".
E pensare che non era stata un'estate facile. A fine agosto la sua partenza per il Manchester United sembrava scontata, e secondo i media nazionali il Napoli avrebbe potuto ripiegare su uno scambio con Cristiano Ronaldo. Un prolifico ma acerbo attaccante da dieci gol a stagione in cambio di uno dei più forti giocatori nella storia del calcio. Come avrebbe potuto un tifoso del Napoli rifiutare quello scambio? Eppure è andata così. In poche ore i social degli esperti di mercato erano invasi da messaggi contrari all'affare. È stato il primo gesto d'amore dei napoletani per Osimhen. Lui nel frattempo provava a ripagarli in campo: a Verona, alla prima giornata, aveva segnato un gol sporco, deviando il colpo di testa del capitano Di Lorenzo. Si era ripetuto una settimana dopo, in casa contro il Monza, con un diagonale rasoterra dopo che le sue lunghissime gambe avevano distrutto la metà campo avversaria.
Poi però è arrivato l'ennesimo infortunio – una lesione al bicipite femorale subita contro il Liverpool nei primi giorni di settembre – e i dubbi sullo status di Osimhen erano tornati. Stavolta il mercato era chiuso e Cristiano Ronaldo era rimasto in Inghilterra. Come poteva un centravanti così fragile caricarsi sulle spalle il destino di una squadra immatura, appena mutilata dei suoi giocatori più esperti?
C'è qualcosa di intimo nel modo in cui Victor Osimhen vive le partite di calcio. Non è solo il bisogno fisico e impellente del gol, che nelle giornate in cui viene sostituito lo porta a uscire dal campo con il volto cupo e astioso di chi, per citare un aforisma di Friedrich Nitetzsche, non è diventato se stesso. Osimhen gioca con un'urgenza apparentemente inspiegabile rimanendo piantati alla superficie della sua carriera. A 24 anni ha guidato il Napoli alla conquista dello Scudetto più insperato - il primo dopo trentatré anni - e ha vinto la classifica dei capocannonieri di Serie A. Cosa lo spinge ad avere fretta?
La sua storia è già stata raccontata. «Per me diventare calciatore era un sogno, sono un bambino che viene dai bassifondi» ha detto Osimhen appena arrivato a Napoli, nel 2020. La sua infanzia era trascorsa vendendo l'acqua ai semafori di Lagos e, quando capitava, pulendo le grondaie dei vicini di casa. È un gioco di stereotipi: rappresentare il calciatore africano come il più affamato, l'eroe che gioca per riscattare la propria famiglia, il proprio status sociale. Eppure a pensarci bene la storia di Victor Osimhen assomiglia a un romanzo di formazione di questo tipo. Cosa c'è dietro questa smania voluttuosa, che lo porta a rischiare un infortunio su ogni cross o palla contesa, come quando nel 2021 si è fratturato lo zigomo in un contrasto con Skriniar?
Quest'anno durante la sua assenza, i due attaccanti deputati a sostituirlo – Giacomo Raspadori e Giovanni Simeone – avevano segnato gol pesanti. In sette partite senza Osimhen, tra Champions e Serie A, il Napoli non aveva perso nemmeno un punto. Qualcuno iniziava a nutrire i primi dubbi sul ritorno di Osimhen, sulla sua adattabilità al gioco palleggiato del Napoli. A lui sono bastati 45 minuti, in realtà, per inserirsi alle spalle della difesa del Bologna e suggerire a Kvaratskhelia un filtrante tra centrale e terzino che solo il georgiano avrebbe potuto vedere. La partita era sul risultato di 2-2 e da quel gol decisivo Osimhen non si è più fermato.
Sarebbe riduttivo parlare dell'eccezionalità del gioco di Osimhen senza passare dalla completezza del suo repertorio tecnico. Possiamo prendere il gol che ha segnato alla Roma all'Olimpico – in cui prima respinge la marcatura di Smalling con una spallata da marzialista e poi calcia in porta come un bambino che vuole ricalcare van Basten a Euro '88 – o il gol allo Spezia di testa, in cui tocca il pallone a 2.58 metri da terra. Nessuno di questo gol sazierà la vostra fame. Il talento di Victor Osimhen è olistico, vale di più della somma dei singoli gesti. Le difese avversarie non sanno come affrontare le armi che Osimhen contiene in sé, in questo corpo lunghissimo ed esplosivo da cui riesce a estrarre ogni volta un nuovo coltellino svizzero.
A novembre aveva preso parte al secondo gol all'Udinese, segnato da Zielinski, difendendo il pallone a centrocampo e iniziando la conduzione con un tunnel. Più giocava, più Osimhen completava la sua pulizia tecnica. Dal rientro dal primo infortunio muscolare fino a inizio aprile – quando ha dovuto fermarsi per un problema agli adduttori subito in Nazionale – ha segnato 19 gol in 17 partite. Osimhen aveva iniziato a segnare così tanto, e con una regolarità così subdola, da abituarci a una grandezza che non conoscevamo.
Forse l'unico gol che si avvicina a ritrarre plasticamente il multipotenziale di Victor Osimhen è quello segnato il 13 gennaio contro la Roma. Ve lo ricorderete. Dopo una triangolazione con Zielinski sul centro-sinistra, Mario Rui attrae la pressione feroce di Zalewski, ma quello non riesce a recuperare la palla e così il portoghese serve Kvaratskhelia. Il cross di Kvara è lungo, forse troppo, e finisce per spegnersi sul secondo palo. Atterra però sul petto di Osimhen, che approfitta del mancato anticipo di Ibanez. Il controllo di Osimhen non è aggraziato e sta per scappargli via: a quel punto il nigeriano deve inarcare la gamba destra, finendo per compiere un intermezzo palleggiato con il ginocchio. Sembra un ballerino assurdo, Victor Osimhen. Il suo corpo in quei momenti si muove con una grazia innaturale, come se quella performance artistica fosse solo il preludio alla distruzione, a una forma di sventura. Così è. Pochi secondi dopo averci mostrato la sua tecnica essenziale, che sa essere anche ricamata, Victor Osimhen fulmina la porta di Rui Patricio con un tiro impercettibile.
È il gol più bello della stagione del Napoli. Lo è se proviamo a guardarlo esteticamente, lo è se ci aggiungiamo il layer critico del momento stagionale (alla fine di quella partita il Napoli si sarebbe trovato a +13 sul secondo posto). È il gol più bello anche se lo colleghiamo all'esultanza. Kvaratskhelia che si inginocchia sul prato come per abbassarsi di fronte al suo gemello impossibile, Osimhen che non solo lo abbraccia, ma che gli dà un colpo di petto sul torace.
L'evoluzione di Osimhen ci ha aiutato a comprendere più a fondo i cambiamenti del calcio contemporaneo. Si dice che non è un centravanti tecnico, eppure anche senza la grazia artistica che pretendiamo dai migliori al mondo riesce a controllare il pallone con ogni parte del corpo. La sua potenza fisica è legata alla capacità di essere creativo con il pallone. Osimhen non sarà mai un centravanti associativo e non è detto che sia un limite. La sua velocità nell'attacco alle spalle della difesa è essenziale anche nel gioco ritmato del Napoli. Con l'aspetto di un rapace violento – e in questo senso la maschera più che a un supereroe lo fa assomigliare a un villain senza scrupoli per le difese avversarie –, colmo di variazioni di gioco, Osimhen ha reso il Napoli una squadra adulta, completa. Dopo Napoli-Juventus, l'unico vero scontro diretto del campionato, deciso da una doppietta di Osimhen, il Corriere della Sera ha scritto di lui: «I difensori non sanno mai cosa può fare: protegge, aspetta il movimento del compagno, si gira, crossa, va al tiro? Anticiparlo è difficile».
Il campionato del Napoli è stato un lungo viaggio trionfale, una marcia irreprimibile. Victor Osimhen si è goduto l'impresa in prima linea, guidandola con una gioia infinita. Spesso il suo gioco sconfina nell'esuberanza fisica e i contatti con i difensori sono incerti. Eppure le reazioni di Osimhen a un fall non fischiato sono sempre ironiche: sorride, si porta le mani alla testa, si aggiusta la maschera come un tic, e poi torna a inseguire i singoli rimbalzi. Il modo in cui Osimhen sta in campo, la sua silhoutte unica, inspessita dalla maschera, è entrato nella cultura di massa. La sua felicità insaziabile ha contagiato i tifosi, che lo hanno reso un feticcio: gli hanno dedicato torte, drink, pizze. In pochi mesi, e a differenza di tutti gli altri giocatori in rosa, la gioia di Osimhen è diventata la gioia di Napoli. I bambini vogliono avere i capelli biondi come Osimhen, giocare a calcio con la sua maschera. A Napoli l'iconografia degli idoli è sacra e così è diventato per Victor Osimhen. Si può scorgere la sua faccia sui murales in provincia o sui poster del centro storico. Nessun altro giocatore ha avuto un impatto così pulsante nel cuore della città dai tempi di Maradona.
Certo Osimhen non è sempre stato così dominante. A 19 anni era arrivato in Germania, al Wolfsburg, ma aveva faticato a imporsi – e la sua prima stagione nel calcio europeo si era conclusa con zero gol. Le esperienze allo Charleroi in Belgio e al Lille in Francia avevano forgiato un centravanti atipico, utile per risalire il campo e implacabile in campo aperto e anche discretamente continuo sottoporta, avendo segnato 19 e 13 gol. Arrivato in Italia, però, Osimhen ha dovuto ricalibrare i tempi e gli spazi di quegli attacchi fotonici alla profondità. L'incontro con Luciano Spalletti, arrivato durante il secondo anno italiano, è stato decisivo.
Proprio Spalletti lo ha stressato a migliorare nelle ricezioni spalle alla porta, forzandolo a rimanere in campo oltra la naturale durata degli allenamenti. Come ha scritto Damiano Primativo: «Le sedute sono cominciate nel ritiro precampionato 2021 a Castel di Sangro: a fine allenamento andavano via tutti tranne Osimhen, Spalletti e alcuni preparatori; il gruppetto lavorava ai movimenti offensivi in sessioni extra dai contorni mitici – i film di arti marziali dove il maestro educa privatamente l’allievo, Pai Mei e Beatrix Kiddo in ritiro sulle montagne tibetane in Kill Bill».

Insomma, c'è un motivo se oggi Victor Osimhen è uno dei centravanti più ambiti in Europa. Il suo spirito combattivo – è sempre pronto ad assalire la difesa avversaria fintando di staccare di testa per scappare alle spalle del marcatore o a difendere la palla nelle zone più congestionate del campo – ha fatto il paio con una maturazione tecnica eccezionale. Osimhen sgonfia la pressione avversaria, accentuando silenziosamente il dominio del Napoli sulla partita. In questo il suo stile è diverso da Erling Haaland, l'altro prototipo di centravanti del futuro: se il norvegese sta rendendo ordinari numeri spaventosi, concentrandosi sulla ripetitività ossessiva e nauseante del mero gesto del gol, Osimhen vive in relazione ai compagni, il suo gioco funziona quando è rifinito dalla creatività collettiva.
Nell'ultima intervista di un campionato che è già rivoluzionario per i tifosi del Napoli, i giornalisti si sono affrettati a chiedere a Osimhen del futuro. «Deciderà il presidente» ha risposto lui, a metà tra il diplomatico e l'aziendalista. Poi ha aggiunto: «Se il presidente dice che possiamo vincere la Champions, io ci credo». È una dichiarazione ruffiana nel suo estremismo, come forse voleva essere quella originaria di De Laurentiis, eppure ci svela l'altra grandezza di Osimhen, la mentalità che nasconde dietro le proteste continue all'arbitro per un fallo non fischiato o un rigore non concesso. Ancora una volta, la sua storia torna a Lagos, alla fretta di realizzarsi, a Napoli («Mi ha cambiato la vita: è il mio posto» ha detto a inizio maggio), alla gioia per lo Scudetto che non si è ancora esaurita. Magari sta davvero pensando a come vincere la Champions con il Napoli. Se così fosse non potremmo stupirci: Victor Osimhen non vuole vincere, vuole dominare.
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