Andoni Iraola guida il Rayo Vallecano durante una partita.
, 27 Giugno 2023

Perché si parla tanto di Andoni Iraola?


Conosciamo uno dei giovani allenatori più quotati d'Europa.

Qual è la prima cosa che vi viene in mente se sentite nominare Las Vegas? Casinò? Soldi? Sabbia? Un mucchio di sabbia? Sabbia a perdita d’occhio? Queste cose sono sicuramente vere e rispecchiano a pieno la città più famosa del Nevada ma, da sei anni a questa parte, Las Vegas è anche sinonimo di ghiaccio. Nonostante si trovi in uno degli stati più caldi ed aridi degli Stati Uniti il primo sport professionistico ad approdare a Vegas è stato proprio l’hockey su ghiaccio, grazie ad un visionario ed eccentrico imprenditore texano.

Siamo nel 2016 e l’NHL decide di espandersi per colonizzare il Nevada, ancora orfano di una squadra professionistica nelle quattro maggiori leghe sportive statunitensi. Per capire il meccanismo dietro a questa mossa rivoluzionaria è necessario specificare come funzioni lo sport americano: sostanzialmente, il presidente della lega, d’accordo con tutti i proprietari delle altre squadre concede un nuovo spot per allargare la lega e, così facendo, aumentare gli introiti. È esattamente quanto successo a Las Vegas nel giugno del 2016 quando Roger Goodell, commissioner dell’NHL, concede una squadra a Las Vegas per la modica cifra di 500 milioni di dollari generando lo stupore di tutto il panorama sportivo statunitense.  Di tutti gli sport immaginabili l’hockey su ghiaccio sembra quello che meno si addice ad una realtà e ad un ambiente come quello di Las Vegas.

Essendo uno sport praticato da immigrati inglesi, irlandesi ma anche italiani, l’hockey ha sempre avuto una maggior tradizione sulla costa est, nel mid-west e – ovviamente – in Canada dove è sport nazionale. Quindi, portare una franchigia in un ambiente così diverso da quello dove l’hockey è germogliato e prosperato sembra un’impresa possibile solo a un pazzo. Il pazzo che decide di investire 500 milioni di dollari è Bill Foley, imprenditore con base a Jacksonville, proprietario di una finanziaria con un utile netto di 1.136.000.000 di dollari nel 2022. Quindi per lui pagare la cifra per accaparrarsi la neonata franchigia è stato poco più che un altro investimento ma fin dall’ufficialità il neoproprietario ha messo subito in chiaro le cose: “in tre anni voglio fare i playoffs e in sei vincere la Stanley Cup (coppa assegnata al vincitore della NHL, ndr)”. Se già l’acquisizione in sé aveva portato Foley ad essere guardato storto da tutti gli addetti ai lavori e dagli appassionati, per via di una spavalderia ai limiti delle manie di grandezza, la dichiarazione sulla Stanley Cup aveva buttato una cattiva luce sui neonati Las Vegas Golden Knights

Ma Foley aveva programmato tutto, investendo in strutture, staff e giocatori che nella sua visione lo avrebbero portato al suo obbiettivo, effettuando una crescita costante: nella prima stagione i Golden Knights escono al primo turno dei playoffs, nel secondo perdono in finali di Conference, nella terza arrivano fino alle semifinali di Stanley Cup e – dopo un’assenza dalla post season nella scorsa stagione – avverano la profezia di Foley battendo i Florida Panthers 4-1 e vincendo la Stanley Cup, esattamente sette anni dopo la loro nascita. 

Foley però non è ancora soddisfatto dell’impatto che ha avuto nello sport e pensa già alla prossima mossa, cercando di approdare nella più prestigiosa lega calcistica del mondo: la Premier League. Come ovvio, in questo caso non può comprare uno spot e creare una franchigia ex-novo, ma deve “accontentarsi” di rilevare una squadra già esistente per plasmarla a seconda delle sue ambizioni e dei suoi desideri. Il tempismo di Foley è – ancora una volta – perfetto visto che mette gli occhi sul Bournemouth, messo in vendita da Maxim Demin pochi mesi fa. Siamo nel dicembre 2022 e le cherries passano di mano per poco più di 100 milioni di sterline diventando proprietà del Black Knight Football Club, cordata di imprenditori statunitensi della quale fa parte anche l’attore Michael B. Jordan, che così porta ad undici il numero di proprietari statunitensi in Premier League. 

Il Bournemouth è una squadra abbastanza anonima del panorama calcistico inglese. Promossa per la prima volta in Premier League nel 2015 ha fatto su e giù con la Championship nelle ultime stagioni, tornando in massima serie nel 2022. Quando Foley rileva la squadra ha in mente una rivoluzione volta a far fare il salto di qualità al Bournemouth, seguendo il modello di Brighton e Brentford e andando a rimpolpare la – già numerosa - classe media del campionato inglese. La sua idea è quella di ampliare il Vitality Stadium, di investire nel centro sportivo e di attrarre giocatori e allenatori di sempre maggior prestigio nel sud dell’Inghilterra.

Quando Foley eredita il timone delle Cherries le sue ambizioni si scontrano con la realtà visto che si ritrova una squadra mediocre, con una rosa di basso livello, che grazie al fantastico lavoro di Gary O’Neil riesce a salvarsi con quattro giornate di anticipo. Nonostante il grande contributo dato dal tecnico di Bromley, Foley decide di effettuare la prima grande rivoluzione della sua gestione. In poche ore il nuovo presidente licenzia O’ Neil e annuncia la firma per due stagioni di Andoni Iraola, liberatosi da poco dal Rayo Vallecano. A prima vista questa può sembrare la classica mossa del presidente che arriva e deve recidere il cordone con la vecchia proprietà ma Foley motiva la sua scelta in un comunicato pubblicato sul sito della squadra. In queste righe il presidente si dice entusiasta dello stile di gioco di Iraola, delle sue idee di calcio e di quanto ottenuto dal tecnico basco nelle ultime tre stagioni con il Rayo Vallecano, etichettando Iraola come l’allenatore designato per portare a termine gli obbiettivi nel medio-lungo periodo. 

Un matrimonio (che sembra) perfetto

Foley – o chi per lui – ci ha visto giusto quando ha descritto Iraola come uno degli allenatori più propositivi e divertenti d’Europa ma forse ha omesso la caratteristica più importante del tecnico basco: la velocità di adattamento. Se si analizzano le prime stagioni di Iraola salta subito all’occhio la capacità nell’adattarsi a diversi contesti e situazioni. Dopo la prima stagione a Cipro, durante la quale disputa l’Europa League, porta il Mirandés, squadra di seconda divisione, fino alle semifinali di Coppa del Re, risultato che gli vale la chiamata del Rayo Vallecano, alla ricerca di un allenatore per tornare in Primera División. Iraola chiude sesto la stagione regolare ma ottiene la promozione passando per i playoffs; la stagione seguente arriva il vero exploit, con il Rayo che chiude dodicesimo e torna in semifinale di Copa del Rey dopo quarant’anni d’assenza; nella stagione appena conclusa fa ancora meglio, sfiorando una qualificazione europea sfumata solo nelle ultime giornate.

Nonostante sia un allenatore giovane, Iraola ha dimostrato grande capacità di adattamento e di saper coniugare molto bene la forma con la sostanza, visto che questi risultati sono arrivati sempre mostrando un gioco propositivo ed offensivo che è rispecchiato anche dalle statistiche. A differenza del City di Guardiola o del Brighton di De Zerbi il Rayo non ha mai avuto bisogno di un possesso palla prolungato per dominare il campo, come dimostra il dodicesimo posto fra le squadre con più possesso palla della Liga 2022/2023. In compenso Iraola riesce a dominare il campo con la pressione e i recuperi: il suo ultimo Rayo è stato la terza in tutta La Liga con il PPDA – che indica i passaggi in sequenza concessi all’avversario in ogni azione difensiva – più basso, con 9.5 passaggi in sequenza concessi all’avversario, appena 0.5 in più del Barcellona, primo in questa classifica. La pressione portata dal Rayo non è però fine a sé stessa, in quanto genera quasi sempre un tiro in porta: i biancorossi guidano La Liga per tiri nati dopo un recupero alto, cioè, nei quaranta metri di campo più prossimi alla porta avversaria. Iraola ha un’idea di cosa fare molto chiara anche quando il possesso è appannaggio della sua squadra.

Anche qui, differenziandosi da Man City o Brighton, che prediligono una fitta rete di passaggi corti, Iraola preferisce utilizzare le qualità dei suoi difensori (Catena su tutti) per raggiungere gli esterni con lanci lunghi – voce statistica dominata dal Rayo nella Liga. Il Rayo non è una squadra ossessionata dalla costruzione dal basso e, inoltre, sa muoversi bene anche una volta risalito il campo, come testimonia il quinto posto nella classifica per passaggi effettuati nell’ultimo terzo. 

Ciò che Iraola troverà in Inghilterra è diametralmente opposto a quanto lasciato in Spagna, dato che nelle quattro voci statistiche analizzate il Bournemouth oscilla tra il diciottesimo e il diciannovesimo posto in Premier League. Anche se andiamo ad analizzare come le due squadre occupano il campo troviamo due filosofie completamente opposte: le Cherries hanno un dominio pieno solo all’interno della propria area mentre il Rayo – e Iraola – è molto concentrato sul contendere il dominio delle fasce, che infatti sono controllate dalla squadra di Iraola quando non sono “neutrali”. 

Quando Iraola ha annunciato l’addio a fine stagione i suoi giocatori si sono subito spesi per sottolineare quanto di buono fatto dal tecnico basco, Óscar Trejo in particolare ha raccontato dell’attenzione di Iraola per il miglioramento individuale dei suoi giocatori e di come l’allenatore fosse solito ripetere che con lavoro e ambizione si potesse raggiungere qualunque obbiettivo nel calcio. L’ex Fiorentina Mario Suárez è andato ancora oltre, dichiarando che ha portato il Rayo dove ha sempre meritato di stare. Iraola ha lasciato un buon ricordo non solo nei suoi giocatori ma anche nei tifosi, come testimoniano le parole di Francisco Caro García, socio numero 1 del Rayo, che lo ha incoronato come il miglior allenatore mai passato per Vallecas, spendendo parole di elogio non solo nell’ambito calcistico ma anche umano, rendendogli merito di essersi integrato molto velocemente in una realtà così particolare. 

Per tratteggiare quello che sarà il percorso di Iraola al Bournemouth possiamo rifarci alle parole di Trejo che ho citato poco fa in merito al miglioramento dei giocatori. Iraola avrà il compito di valorizzare i migliori elementi della rosa del Bournemouth, aggiungendo anche pedine più congeniali al suo gioco e alle sue idee. Partendo dal modulo, Iraola ha utilizzato trenta volte il 4-2-3-1 nella scorsa Liga e anche quando ha cambiato impostazione ha optato per un 4-4-2, disegnato alzando il trequartista di fianco alla punta.

Il punto fondamentale del gioco di Iraola è il centrocampo, in particolare i due giocatori davanti alla difesa, che devono avere caratteristiche opposte ma complementari. Ecco che capiamo come mai Iraola abbia quasi sempre impiegato un centrocampista difensivo come Óscar Valentin – secondo il Liga per contrasti e dodicesimo per recuperi – di fianco ad un creatore di gioco come Santi Comesaña. In questa porzione di campo il Bournemouth si è indebolito recentemente perdendo Jefferson Lerma in favore del Crystal Palace e quindi c’è da aspettarsi che saranno fatti investimenti per accontentare il nuovo allenatore.

Discorso analogo per i terzini, ruolo molto sollecitato nel gioco di Iraola, dove è lecito aspettarsi una piccola rivoluzione. Infatti, Smith a destra non sembra avere le caratteristiche necessarie per il gioco del basco e Viña è di ritorno a Roma, quindi le cherries dovranno acquistare due nuovi titolari se non vogliono mozzare le ali alla creatura di Iraola. Un discorso interessante può essere fatto per l'ex Sassuolo Junior Traoré, che potrebbe fare le veci di Óscar Trejo, diventando la fantasia necessaria ad una squadra quadrata come il Bournemouth e pompando i suoi numeri vista l’importanza che Iraola da alla sua seconda punta. In attacco, invece, Iraola ha dimostrato di sapersi arrangiare anche senza un centravanti da venti gol ma prediligendo invece un attaccante più mobile e associativo, profilo che rispecchia perfettamente le caratteristiche del fu wonderkid Dominic Solanke

Foley ha fatto intendere di essere ambizioso e di voler investire molto nel Bournemouth – a gennaio ha speso 55 milioni sul mercato – e, di conseguenza, di essere disposto ad accontentare il suo nuovo allenatore che sembra aver fatto finalmente il salto verso il grande calcio, dove è destinato a restare per molti anni. 

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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